L’ “Ecce homo” dell’overload informativo
Repetita iuvant.
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”
Iniziava così l’editoriale del nostro Direttore di PC-Magazine.it, Silvio de Pecher perché anche lui come Roy Batty di cose ne ha viste molte e fantascientifiche e quell’inizio cyber epico si ripresenta anaforico, qui, per plasmare prepotentemente il filo conduttore per i naviganti skilled o unskilled di oggi.
“Ecco l’uomo”, l’“ecce homo” di un lontano 1982 che ritorna in chiave moderna in quella allucinazione cyberpunk di un futuro che, nella fantascienza, catapultava l’essere nella visione di un 2019 di un suo oscuro precursore: il regista Ridley Scott.
Fantascienza o sibillina preveggenza, l’uomo, come in quel Blade Runner, ha sviluppato le tecnologie necessarie per “creare i replicanti” segnando il passaggio epocale che porta a quella augmented reality dell’Human Machine Interface (HMI) con l’interazione dell’interfaccia uomo-macchina.
E che la nostra esistenza non si discosti più di molto dal visionario e fantascientifico universo del film di Scott, ce lo rivela l’esponenziale sviluppo dell’industria 4.0 che porterà a dei cambiamenti sostanziali dell’intervento umano nelle attività produttive e non solo.
BANDITI CELLULARI
L’overload o sovraccarico informativo s’annida nell’uso-abuso della navigazione nel web, nei social network e in tutte le sue declinazioni mediali tecnologiche e può portare all’isolamento come conseguenza della nomofobia: la paura incontrollabile di rimanere sconnessi dalla rete.
Ezio Benelli, presidente del Congresso mondiale di Psichiatria dinamica ha definito questa nuova red scare come la conseguenza dell’“l’utilizzo smodato e improprio del cellulare come di internet” che, per questo, “può provocare non solo enormi divari fra le persone, ma anche portarle a chiudersi in sé stesse, sviluppare insicurezze relazionali o alimentare paura del rifiuto” sentendosi inadeguati e bisognosi di un supporto anche se esterno e fine a sé stesso.
E se da un lato l’uso eccessivo e smodato dei devices connessi alla rete comporta dei rischi come il manifesto stato d’ansia dovuto ad una batteria del tablet o smartphone prossima allo scaricarsi, al credito insufficiente o all’assenza di connessione wi-fi o rete, dall’altro, un uso consapevole degli stessi, può aiutare nello sviluppo di importanti funzioni psicologiche tra cui: la distanza nella comunicazione e nelle relazioni, la gestione della solitudine e dell’isolamento.
E che questa nuova fobia, quella del restare “sconnessi”, colpisca più gli uomini che le donne, poco conta, anche perché il divario uomo-donna li separa di pochi punti percentuale: 58% gli uomini e 48% le donne.
Vari studi, infatti, condotti sia in America che in India, hanno rivelato come i numeri delle persone affette da questa nuova sindrome siano costantemente in crescita tanto da doversi rivolgere a dei centri specializzati, come quelli di riabilitazione mentale, a causa dello stato di agitazione incontrollabile che causa, in questi soggetti, l’assenza del proprio cellulare.
Se prendiamo in considerazione le prime avvisaglie di quella che si può definire come “predisposizione al rischio di sviluppare questa patologia”, possiamo renderci facilmente conto che tutti siamo potenziali portatori di quella che è una vera e propria sindrome anche se apparentemente asintomatica e magari riconducibile ad altri fattori ma che, un domani, potrebbe conclamarsi; infatti, “usare regolarmente il telefono cellulare, trascorrere molto tempo su di esso, avere uno o più dispositivi, portare sempre un carica batterie con sé per evitare che il cellulare si scarichi, sentirsi nervosi al pensiero di perdere il proprio portatile, guardare lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate” non sono che i primi segni di quel disturbo definito “ringxiety” o “ansia da squillo”.
Uno stato d’ansia che degenera nel consumismo relazionale perché tutti quegli stimoli, quei messaggi che ogni giorno si aggiungono alla frenesia della nostra vita ci rivelano come questa, nella ricerca frenetica dell’illusione di sapere tutto su tutto e tutti, non sia che una chimera che ci rende sempre più soli arrivando al consumismo degli stessi rapporti interpersonali.
L’OLTREUOMO 4.0
Ciberfisica o fantascienza, la forza lavoro del futuro sembra già in grado di realizzare appieno il suo potenziale e adottare ruoli di responsabilità nelle decisioni strategiche oltre che di “risoluzione flessibile dei problemi” tanto che la stessa “interfaccia neurale diretta”, in grado di operare una connessione immediata tra il sistema nervoso umano e un computer, non sembra per questo essere più solo una fanatica e futuristica masturbazione mentale da nerd o geek ma una profezia che nel progresso s’adempie.
Ed è proprio così che, quell’espressione: “ecco l’uomo”, che si rifà all’episodio tratto dal Vangelo di Giovanni, ricorda le parole di Pilato intento a mostrare alla folla il Cristo flagellato, tumefatto, sanguinante e coronato di spine per soddisfare la sete di sangue del pubblico.
La nostra ritenzione selettiva si riattiva in un ricordo catechistico rendendo le nostre membrane porose nel ricordo di come quell’“ecce homo” ritorni anche in quell’opera filosofica considerata come uno dei ritratti più disperati, e per questo più accurati, della letteratura moderna nell’opera di Friedrich Nietzsche che ne mutua il titolo.
Il valore dicotomico dei suoi brucianti chiaroscuri nello spirito dionisiaco e del nichilismo passivo, lo portano a porsi una domanda amletiana per condurlo, così, alla negazione dei valori vitali dell’Oltreuomo (Übermensch) nel tentativo di scardinare la mentalità puritana di quel periodo che, ad oggi, rivela d’essere andata ben oltre il vacillamento del solo credo nella morte di Dio e nella nascita del “super uomo” ma anche dello stesso plus valore dell’informazione in favore di una tracotanza che annega l’essere nell’overload informativo e nella sua incapacità di distinguere non più solo l’immanente dal trascendente, ma anche il reale dal virtuale, il vero dal falso.
L’uomo del sovraccarico cognitivo, o overload informativo, è proprio come quel Cristo tumefatto qui non dalla flagellazione ma dalle piaghe date dallo sguazzare in una miriade di informazioni che, come fendenti, svuotano il suo corpo dalla lucidità vitale del discernimento e dalla capacità di focalizzare l’attenzione diventando l’ombra di un patologico multikaster.
L’immenso quantitativo di informazioni che si ottengono e si ricevono oggi su tutti i devices, infatti, risultano essere in grado di inibire le capacità di discernimento e scrematura sviluppando in noi la superficialità della bulimia informativa e dell’analfabetismo di ritorno.
Alcuni studi, infatti, dimostrano come la dipendenza da internet infici non solo sulle capacità mnemoniche ma anche cognitive, relazionali ed economiche tanto da diventare una vera patologia: un disturbo che inizia con il piacere per la prima informazione, la prima notizia, il primo dato trovati per poi lasciare spazio all’insoddisfazione che richiede ulteriore appagamento di ricerca: il primo step di un circolo vizioso che si perde nel labirintico dedalo del web che porta ad una crescita esponenziale del tempo trascorso saltando da un sito all’altro navigando on line. (Young, Pistner, O’Mara, 2000)
Inizia così la famelica e insaziabile ricerca di informazioni costantemente aggiornate senza riuscire, però, a trovare soddisfazione e il passaggio da bisogno a necessità compulsiva.
Il sovraccarico cognitivo genera, così, l’evoluzione dell’Oltreuomo, lo stesso che dichiara la morte di Dio assumendo lui stesso il ruolo di creatore di quella téchne (perizia) tecnologica di demiurgo che, dalla Babele del web, crede di dominare il creato sovrastimando sé stesso e dimenticando la sua stessa natura di creatura perdendo sé stesso ad ogni click come nei desideri di Bastian nella storia infinita.
Siamo ben lontani dal timore del Faraone Thamus nel mito platonico di Theuth e la nostra appare come una lucidità illusoria: Perché sono così saggio? Perché sono così accorto?
Domande o affermazioni che nell’indice dell’opera di Nietzsche, qui, riassumono il delirio dell’autocompiacimento di quell’uomo dell’overload informativo dove “la nascita della tragedia”, della sua tragedia, sta “al di là del bene e del male” di quel “umano, troppo umano” per essere immune.
La sfrontatezza di quella veggenza annunciava il presente e la necessità di prendere coscienza degli effetti dei media sulle persone con una educazione al loro utilizzo: media education.
Non basterà porre fine alla vita dei “cloni umani” se noi diventiamo schiavi degli stessi perché anche Deckard si sarà estinto come tutti i potenziali Blade Runners se nelle nostre vite non ci sarà più spazio per un po’ di analogico, fatto di tempo per le cose e per le persone: tempo per l’essenziale.

