Libera le mani: Media Education upload
“L’educazione è il nostro passaporto per il futuro, poiché il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo (Malcom X).
Tutti ne parlano ma pochi sanno in cosa consista realmente e tutti coloro che in qualche modo stanno cercando di scoprirne di più si potrebbero trovare davanti ad una amara sorpresa: “Problemi con il caricamento file Media Education”.
La media education, infatti, è proprio come “il sesso tra ragazzini, tutti vogliono farlo ma nessuno sa realmente come si fa”.
Entrata nel nostro quotidiano con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione di massa, la media education si riferisce alla necessità di formazione all’utilizzo consapevole dei mezzi di comunicazione come quelli digitali e da non confondersi con “l’educazione con i media” o “didattica tecnologica” in cui i media digitali sono da considerarsi in virtù di una prospettiva meramente strumentale.
L’utilizzo dei new media, infatti, non deriva solo dallo spiccato ingegno da “smanettone” ma richiede un certo grado di know how che porti ad un uso consapevole che tenga in considerazione anche i pro e i contro del loro utilizzo.
La necessità di una media education trans-generazionale è così finalizzata a sviluppare negli utenti e non solo nei giovani, competenze critiche e analitiche nei confronti dei new media per promuoverne un utilizzo consapevole e costruttivo.
MEDIA EDUCATION LA NUOVA EDUCAZIONE CIVICA
Millennials, generazione X, Y, Z, post, app, upload, update, sequenze binarie, “ATTENTO AL BINARIO!”.
Che si sia genitori di adolescenti, preodolescenti o veri adolescenti basta guardare già i bambini di tre anni per vedere come le nuove generazioni stiano crescendo con un gene modificato: quello della tecnologia.
Le minuscole dita che per decenni furono appassionate delle palline colorate del pallottoliere, ad oggi, le hanno sostituite con lo switch di sblocco dello schermo.
Lo smartphone ha così rimpiazzato l’amico immaginario popolando la “non fantasia” di mostri 3D per tutti i gusti e quei cellulari, per i più grandi, sono diventati i fedeli e stimati compagni per gestire ogni aspetto della vita quotidiana.
Oggi, se perdi il cellulare sei morto! Lui è te, sa tutto di te, ha i tuoi ricordi ed è come una memoria esterna del tuo cervello.
Il problema del sovrautilizzo dei media digitali, infatti, non è più solo questione di “giovani” ma tocca tutte le fasce d’età o quasi.
Prendere coscienza che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” non è solo la frase del premuroso padre di Spiderman ma ci aiuta ad entrare nell’ottica che i new media hanno un grosso potenziale anche distruttivo dove, non esserne a conoscenza, con le giuste precauzioni, può provocare danni irreparabili e renderci automi dipendenti da una macchina.
Il rischio di perdere il contatto con la realtà è, infatti, solo uno dei multisfaccettati aspetti che il sovrautilizzo di device digitali può comportare portandoci ad una perdita di consapevolezza nei confronti della realtà rendendocela aliena.
Il nostro problema, per questo, può diventare quello che Marco Montemagno, in un suo video, definisce come “il problema è che non hai capito qual è il tuo problema” e che, per questo, ci porterebbe a sminuire tanti piccoli segnali del forte disagio di domani.
La media education, per questo, è necessaria per sensibilizzarci all’uso consapevole dei media fornendoci gli strumenti necessari per diventare utilizzatori specializzati ed immuni a quel pericoloso ed invasivo overload informativo; essa, infatti, si rivela basilare per tutti quegli strumenti entrati a far parte della nostra vita quotidiana che necessitano di essere conosciuti per poterli utilizzare senza rischi ponendo le basi per un loro uso in sicurezza.
E come direbbe Montemagno “Se non hai le basi non vai da nessuna parte”.
PRINCIPI DI MEDIA EDUCATION
Secondo il pedagogista Dietr Baacke gli utenti, per muoversi liberamente nel web e non solo, dovrebbero essere in possesso di alcune semplici capacità o competenze come:
- l’essere in grado di riflettere, analizzare e avere un certo senso critico nei confronti dei contenuti senza mai dimenticare i rischi che comportano le nuove tecnologie di comunicazione e che può essere riassunta nella capacità critica;
- avere una certa conoscenza dei vari sistemi di comunicazione di massa e della tecnologia delle comunicazioni riassumibile nel termine “mediologia”;
- avere una buona capacità ricettiva per poter trarre profitto proprio da quei contenuti raggiungibili nei mezzi di comunicazione di massa e quindi “capacità d’uso”
- senza dimenticare la capacità di creare innovazioni e sviluppi nel sistema mediatico e quindi almeno una discreta capacità di creazione mediatica.
Nell’ottica della prospettiva pedagogico-didattica, invece, Felini considera sostanzialmente tre grandi tipologie di interventi da realizzarsi nei contesti formativi e così atti a raggiungere quelle capacità di cui sopra e sono:
- l’“educazione alla comprensione del sistema mediale e dei suoi messaggi” con orientamento, quindi, alla creazione di conoscenze;
- l’“educazione alla fruizione consapevole e corretta degli strumenti del comunicare” e orientata alla responsabilizzazione nei confronti di tali strumenti;
- e l’“educazione alla produzione e diffusione di messaggi originali nei diversi formati della medialità” intesa come formazione e crescita delle abilità e skills espressive.
Interessarsi alla media education non deve per questo leggersi come presagio nefasto alla Nostradamus nel celare il rifugio di migranti digitali che vogliono opporsi con tutte le loro forze all’uso dei devices digitali sventagliando dati e ricerche che possono ricordare le previsioni di una imminente fine del mondo per tutti i danni che un loro uso eccessivo può comportare ma è, più che altro, il prendere coscienza di quei dati, di quelle ricerche che analizzano gli effetti di un loro uso smodato e magari troppo precoce.
Chissà quante volte, infatti, ci saremo trovati di fronte a contenuti cubitali che gridano come gli smartphone stiano trasformando le pratiche comunicative cross e intergenerazionali; questa è infatti solo la punta dell’iceberg per affrontare la media education e una delle forme in cui questa si può e si dovrebbe applicare.
Nell’ultimo decennio, infatti, sono state condotte molte ricerche per osservare come l’uso degli smartphones intervenga nella comunicazione tra genitori e figli e nelle culture giovanili, studi che cercavano, e tutt’ora cercano, di approfondire le dinamiche dell’impatto di questi sugli aspetti strutturali e processuali del funzionamento familiare attraverso dei focus group (4500 persone con età compresa tra i 18 e 65 anni) per delineare somiglianze e differenze tra le rappresentazioni parentali e figliali e facenti riferimento al Couple and Family Technology Framework (CFTF).
In un articolo di Tgcom24 del 2016 dal titolo “Sindrome da handphone” si metteva così in luce come l’ossessione per la tecnologia fosse ormai epidemica tra milioni di italiani incapaci di scollare gli occhi dal proprio device tanto da diventare una vera e propria sindrome.
La “Sindrome da telefono in mano”, infatti, è una contagiosa ossessione e a rivelarlo fu uno studio a cui collaborarono esperti di sociologia e antropologia culturale tanto da stilare quello che venne definito come un decalogo “libera-mani”; semplici regole per ritornare a godersi la ormai chimerica quotidianità lontani della digital life.
Una consapevolezza che in quel “libera mani” assume i tratti della media education che propone l’uso consapevole e non spasmodico della mobile rush.
Per “guarire”, alla fine, basterebbe veramente poco e quelle semplici regolette per un vivere sano, infatti, vogliono riportare lo stacanovista digitale a rendersi conto che il mondo è molto più bello se visto con i propri occhi e non solo attraverso uno schermo desiderando sempre e solo d’essere dove sono gli altri.
Fare attività fisica è il primo di quei 10 comandamenti del #backtoreality che permette di ritrovare un contatto con tutto ciò che ci circonda e con le persone, quelle in carne ed ossa lontano dai like, dai followers e da quei post rieditati resistendo all’impulso ossessivo di controllare lo smartphone.
“Aprire gli occhi e alzare lo sguardo” per scoprire, o meglio riscoprire, la realtà senza filtri, infatti, è la terza regola che evita spiacevoli posture che ricordano le gobbe dei dromedari e riattivare, così, i nostri sensi assopiti dal contatto mediato da uno schermo decidendo, anche, quando sia il momento più opportuno per la nostra modalità “offline” nei confronti dei cellulari e non solo.
Tutto questo può aiutarci, così, a riconsiderare le nostre stesse priorità dedicandoci a chi fa parte della nostra vita vera tutta da condividere nei gesti anche perché, molto spesso, come in quel sesto punto del decalogo, “gli strumenti tradizionali aiutano a liberare le mani dalla tecnologia” in un piccolo o grande break analogico.
Il ritorno ad un vivere sensoriale e non di esperenziali virtuali, riporta l’individuo nella sua congenita natura di animale sociale che, nell’incontro vis-à-vis, permette realmente di “scoprire” l’altro evitando anche brutte sorprese alla Mark Caltagirone sovrastimando potenziali ed evanescenti avatar di super uomini e super donne.
La media education che è alla base di queste prime sette regole può aiutarci, così, a prendere un po’ di distanza dall’uso compulsivo dello smartphone dove, anche altri piccoli accorgimenti come l’inserire un codice di sicurezza o eliminare le app che creano più dipendenza, può rompere quella routine tecnologica senza dimenticare “il salvagente” del “batch processing”.
Permettersi di tenere le mani libere appare, in questo modo, come uno dei più potenti antivirus, per tutelare la nostra vera esistenza e per rimanere in tema di digital life, la tutela del quotidiano senza filtri, senza app, senza mail, senza like: offline.
Zombizzarsi appiccicati ai telefoni, al pc, al mac, nel web, nei social ci mette oggettivamente a rischio nel nostro quotidiano e non solo in prospettive di lungo termine.
L’attenzione parziale del multitasker alla guida, intento a mandare messaggi, parlare al suo vicino passaggero, immersi nel traffico, per esempio, può comportare gravi rischi e generazioni di inconsapevoli ma super accessoriati bimbiminkia che farebbero rivoltare Pasolini nella tomba.
Alexa per la ricetta di un piatto di spaghetti, la geolocalizzazione per raggiungere l’indirizzo della casa di nonna, l’innesto di un terzo braccio come evoluzione di “IoRobot” con Will Smith, il piccione drone sul nido di carbonio di un albero led, il toyboy cyborg per la milf o la badante tutto fare che ricorda “Io e Caterina” con Alberto Sordi per l’arzillo nonnino, sono tutti “rischi” magari neanche troppo lontani e media education è anche questo: non dimenticare la nostra “umanità”.