Voi chi siete? Da dove venite? Dove andate? Che ore sono? Quando si mangia?
Sono tanti i misteri dell’universo… ma alla fine cosa sono i new media?
“Cos’è un new media? Nel 1839, lo era la fotografia. Nel 1895, il cinema. Nel 1906, la radio. Nel 1939, la televisione. Nel 1965, la videoregistrazione. Negli anni ‘70 lo fu la computer graphic. Negli anni ‘80 l’animazione computerizzata. Nel 1994 il World Wide Web. Nel 1995 Mosaic. Poi Quicktime, Shochwave, Real, Flash. Il 1999 fu l’anno dei database; il 2000 quello dell’arte transgenica; il 2001 dei computer palmari. Nel 2002 sarà la telepatia.” (Steven Dietz, Curating, New Media, International Curatorial Summit Banff New Media Institute, August 25, 2000)
Ironizzando e sorridendoci su, prima o poi, quegli sghignazzi ce li dovremo rimangiare perché sì, prima o poi le cose arrivano e se siamo donne e uomini di fede o almeno conosciamo le Sacre scritture dovremmo aver sentito parlare di Sara che, ormai vecchia e sterile, ebbe il coraggio di ridere in faccia all’Angelo quando le preannunciò che sarebbe diventata madre e che la sua stirpe sarebbe stata più numerosa delle stelle del cielo.
Dopo nove mesi partorì un figlio, Isacco (“figlio di chi ride”).
Steven Dietz al tempo si fermò al 2002, Odissea nello spazio al 2001 ma i dialoghi con HAL ricordano molto quelli con Siri per Iphone e anche se non siamo ancora arrivati alla telepatia possiamo vantare amicizie come Alexa ma questo è solo l’inizio…
Con il passaggio dall’analogico al digitale l’informazione viene digitalizzata e trasformata, quindi, in un linguaggio numerico binario reso possibile dalla miniaturizzazione, dalla compressione e dalla legge di Moore per concretizzare la convergenza multimediale.
Prima dell’avvento della digitalizzazione i media erano compartimentati in tre categorie: i vettori (reti per il trasporto delle comunicazioni); l’editoria per la produzione dei contenuti e i broadcasting (reti radiotelevisive).
Questa separazione primigenia, ad oggi, è stata superata da media ibridi nell’erosione di quella “tradizionale corrispondenza biunivoca” con le diverse forme di comunicazione ma a definire il concetto di convergenza dei media vi fu Jenkins che la definì come un “cambiamento sociale, culturale, industriale e tecnologico inerente alle modalità di circolazione della nostra cultura. Tramite questa formula vengono generalmente indicati: il flusso di contenuti attraverso più piattaforme mediatiche, la cooperazione tra imprese diverse, la ricerca di nuove forme di finanziamento tra vecchi e nuovi media e il comportamento nomade dei pubblici che sono alla ricerca di nuove esperienze di intrattenimento gratificanti.(…)”
Resta il fatto che i media conservano il potere di creare e ricreare continuamente modificando e ibridando diversi generi; ibridazioni che, ad oggi, stanno spostando il focus della nostra attenzione sempre più su quei secondi schermi che popolano la nostra esistenza accompagnandola in ogni momento della giornata ed esponendoci, così, ad un assedio continuo di messaggi di varia natura e “sostituendosi”, pian piano, a quello che fu per lungo tempo il mainstream: la tv.
Un passaggio che ha portato dai media cartacei ai media di flusso ed ora ai media digitali in un continuo progresso che non deve spaventare le tecnologie che precedono e come affermato dallo stesso McLuhan; in quanto, ogni nuovo mezzo di comunicazione riassume in sé molte delle funzioni assolte dai media precedenti e prima di poter parlare di sostituzione ci potrebbe voler ancora del tempo.
Quando pensiamo ad internet, infatti, questo è da intendersi come un medium polivalente in quanto racchiude in sé le funzionalità di più media e che, dal suo avvento, non si sono estinti ma anzi persistono come nel caso del telefono, della radio, della televisione, del cinema, del dizionario, dell’enciclopedia e molto altro ancora e che, ad oggi, riescono ancora a dare del filo da torcere alla digitalizzazione binaria facendoci anche passare la voglia di decretare la loro ineluttabile sostituzione.
Perché un medium diventi poi effettivamente egemone e quindi in grado di assorbire tutti gli altri, infatti, occorre un ulteriore step che consiste nel verificare se e come questo sia stato in grado di trasformare anche i linguaggi specifici di ciascuno e come spiegato nel volume Sociologia dei nuovi media a cura di Renato Stella, Claudio Riva, Cosimo Marco Scarcelli e Michela Drusian.
E che il progresso sia un cammino fatto di tappe, di tentativi, di cambiamenti grandi e piccoli ce lo rivelano le continue sperimentazioni che non parlano solo del passato ma ne ereditano la “rivoluzionaria” essenza: fu così per l’avvento della televisione e il timore per la radio ma quest’ultima vi resisté.
Parlare oggi di new media dopo tutto il cammino fatto, infatti, ci permette di poter dare una definizione che, allo stato attuale, è più in accordo con il concetto di affiancamento e alle volte anche convergenza con i media precedenti piuttosto che con la loro sostituzione e dove, per comprendere tutto questo, basta continuare a pensare anche a realtà come la tv che non fece scomparire il cinema; la radio non eradicò i giornali anche se una certa dose di timore per gli sconvolgimenti dati dall’avvento di un nuovo medium non è da considerarsi poi così anormale tanto più se coscienti di potersi trovare di fronte a crisi di ristrutturazione.
Una ristrutturazione che per i media che precedono, con l’avvento di internet possono, però, rappresentare anche delle grandi opportunità di riconversione e arricchimento; pensiamo al libro, prima il contenuto si limitava alle pagine scritte che, con l’arrivo dell’e-book, si evolve rendendo il suo contenuto prima strettamente lineare ora anche in modo multimediale e a cui s’aggiungono un maggior numero di canali e dispositivi per fruire l’informazione.
Dal teatro al cinema, dal cinema alla tv; anche solo con questi esempi si può comprendere come sia connaturato ai mezzi di comunicazione un intrinseco evoluzionismo che nel passato recente portò dalla “prima tv” con funzione pedagogica per il pubblico da istruire alla neotelevisione in cui l’audience veniva coinvolto nell’avvento dell’infotainment per arrivare, poi, al web 2.0 con un pubblico non più passivo ma prosumer: pubblico che finalmente può collaborare a produrre i contenuti dell’era crossmediale ma è anche vero che i new media sono ancora sotto la lente d’ingrandimento; oggetto di studio tra pareri contrastanti: da una parte chi li vede come progresso positivo in quanto democratizzante nei confronti dell’accesso all’informazione, dall’altro, invece, chi li teme perché li considera veicolo di disinformazione e torbidi interessi economici.
E poi c’è quel pubblico emancipatosi dalla passività di fruizione per diventare attivo nella rete in nome di una proattività non senza rischi perché il mare magnum in cui lo user s’accinge a navigare è pieno zeppo di insidie e sirene e l’ingenuità e superficialità nel mondo online come per quello offline si pagano a caro prezzo.
Il prosumer attivo nello schermo ha sete di visibilità e il web si rivela essere il luogo ideale per alimentare il suo ego narcisistico e la sua voglia di protagonismo: il piccolo divismo.
Ed è così che si può cominciare a comprendere come il termine “new media” non significhi per forza qualcosa di indiscutibilmente positivo anche se di positivo, invece, potrebbe esserci che la “massa” di un tempo, ad oggi, è sempre meno folla, meno anonima con possibilità sempre più crescenti di interazione nella nuova comunità con una nuova cultura di massa: l’alternativa alla cultura colta e a quella popolare, una cultura definibile come “terza” e a disposizione delle classi sociali meno acculturate e meno capaci di distinguere tra “alto” e “basso”.
Questa cultura “terza”, però, se da una parte ha favorito la democratizzazione e la globalizzazione dell’informazione e della conoscenza, dall’altra è vittima designata dell’allodoxia a causa della sua conoscenza parziale e superficiale anche nell’approcciarsi alla ricerca dell’informazione consumata invece che interiorizzata e come osservato nell’esperienza di tutti i giorni, tra i giovani, da docenti come la professoressa Alessandra Faitelli, docente di lettere al liceo classico Mamiani di Roma, intervistata per la puntata di Presa diretta andata in onda su Rai 3 sul tema Iperconnessi.
New media è anche non sentirsi più soli perché in ogni momento si possono raggiungere persone reali o fittizie pronte a condividere con noi; ma stando a quanto sostenuto dal sociologo McLuhan i new media sono da considerarsi più come delle protesi che semplici strumenti separati e neutrali: memorie esterne che, nell’intervista condotta da Lisa Iotti al neuropsicologo Francis Eustache, risultano bivalenti in quanto prodigiose ma anche deleterie per la memoria personale.
Diventa così fondamentale per muoversi nel web non solo “la conoscenza normativa” di Berger e Luckmann come conoscenza standard minima richiesta ad ogni membro di una società e in grado di consentirgli di orientarsi nel mondo con una certa familiarità e quindi “riconoscere”, per usare un termine di Bourdieu, ma anche acculturarsi agli usi di internet per difendersi dalle sue trappole.
La distinzione fornita da Umberto Eco che distingue tra apocalittici pessimisti ed integrati e quindi ottimisti nei confronti del web, non ha potuto ancora dichiarare la preminenza di un approccio sull’altro, resta il fatto che i new media sono parte integrante delle nostre vite e forse, senza tanti dubbi, hanno sostituito per molti la preghiera mattutina dell’uomo moderno che per Heghel consisteva nella lettura del giornale e che per noi oggi, invece, inizia con lo schermo luminoso che si sintonizza sulle nostre app.
Studiosi come Carr e Spitzer ci sono interrogati sui danni celebrali che queste nuove tecnologie potevano portare e quelle stesse domande sono diventate anche titoli per i loro libri.
Un rapporto uomo-macchina che per i due studiosi non poteva che essere un interrogativo retorico perché la cultura digitale è cosa ben più complessa non potendosi esaurire nell’acquisizione delle sole capacità pratiche di utilizzo dei device, del saper cercare e trovare risposte, del conoscere l’inglese, del “sentirsi” parte di una comunità, o meglio sottoculture che il sociologo Maffesoli definisce come “tribù di internet”, e del poter raggiungere personalità che prima erano intoccabili perché il materiale a disposizione necessita dello sviluppo di una capacità critica che deve essere affinata ancora di più rispetto alla vita offline e tanto più se proprio quei new media sono gli stessi in grado di prosciugarla.
Resta il fatto che alla base dei new media vi è una cultura convergente tra convergenza mediatica e cultura partecipativa in cui hanno sempre più peso i fan con la loro fanculture dove produttori e consumatori interagiscono tra loro per creare nuovi prodotti culturali e come sostenuto da Henry Jenkins.
Imparare ad usare i new media è così l’apprendere i meccanismi più reconditi, una alfabetizzazione alle pratiche e sulle pratiche: imparare ad usarli per non essere usati.