Mi azzardo a dirlo: il gioco non è gioco d’azzardo. Quando almeno l’italiano non s’affida al “caso”.
Alea iact est…
Il dado è stato lanciato e non si può più tornare indietro e il piacere per il gioco finalmente riesce ad emanciparsi dalla sua definizione più negativa quella di gioco d’azzardo.
Perché il gioco non fa male anzi diventa un momento di condivisione forte e lontano dal nuocere e che per lo più è cosa ben diversa; infatti, in quel caso il gioco non è più da considerarsi semplicemente come gioco ma gioco d’azzardo che può diventare patologico; il gambling, infatti, si nutre di quel gusto ancestrale per l’hasard che negli albori dell’umanità tentava di scoprire il volere divino.
E se il primato dei dadi più famosi della storia spetta a quelli di Giulio Cesare, è anche vero che i primi ad esser stati rinvenuti si trovavano in Cina e risalgono a più di 5000 anni fa e a cui s’aggiungono ulteriori tracce di scommesse come quelle rinvenute in Egitto, India e Giappone.
Nell’antica Roma il “gioco d’azzardo” non era ben visto e per questo proibito per ragioni di ordine pubblico anche se si conservava la legalità per la scommessa e la si praticava soprattutto nei giorni festivi sacri alla dea Fortuna; nel ‘700 e ‘800 lo Stato Pontificio vi si interessò con atteggiamenti alle volte contrastanti: vizio diabolico riconosciuto come “male” incurabile che infettava il popolo e altre in maniera più pragmatica.
E se nei secoli ci si è resi conto che i “giochi proibiti” non potevano essere eradicati dall’altra si sono sviluppati luoghi in cui il gioco d’azzardo fa da padrone e l’unico vero favorito da convincere sul fatto di ritentare per essere ancora più fortunato è il banco e al suo opposto la legge del perdente: più a lungo un giocatore gioca, più denaro in media perderà.
L’eccitazione per il rischio spesso è tanto più forte quanto più alta è la posta tanto da spingere il gamblers all’azzardo compulsivo delineando una figura completamente diversa da quella del player ma di cui per troppo tempo venne confusa l’essenza condannando i players al ghetto dell’“ignoranza linguistica” .
Parole che non possono più aspettare e che nella Lettera aperta di ludologi, giocologi, educatori, animatori ludici, autori ed editori di giochi sani promossa da Paolo Fasce propone e motiva la nuova parola: “azzardopatia” al posto di “ludopatia”.
Una precisazione necessaria arrivati a questo punto e che nel nostro paese per troppo tempo ha confuso non solo i concetti ma la vera e propria esperienza e visto che la capacità nominate è riconosciuta all’uomo dalla Genesi, quella stessa capacità diventa prerogativa necessaria per riconoscere e far riconoscere le cose dando loro un nome permettendo l’ordine nell’immanente, la distinzione e l’identificazione e questo è proprio uno di quei casi in cui la scelta dell’uso preciso e puntuale delle parole fa la differenza; in Italia, infatti, gioco e gioco d´azzardo, pur essendo due cose molto diverse, spesso e volentieri sono stati usati per indicare la stessa identica cosa ignorando, invece, la loro estraneità.
Per lo stesso principio, infatti, allora tutti coloro che giocano anche solo giochi in scatola dovrebbero essere dei giocatori d’azzardo tanto che anche solo con questo, che dovrebbe essere un esempio banale, possiamo invece toccare con mano come l’uso delle parole sia pericoloso se non adoperate nella giusta maniera.
Definizioni che traviano, fakenews, stereotipizzazioni, ghettizzazioni sono fatte circolare da parole usate superficialmente e senza cognizione ed ecco come si può realmente comprendere la valenza di questa lettera aperta che per questo rappresenta un importante giro di boa per tutti coloro che, stanchi della dilagante superficialità, del pressapochismo delle definizioni omologanti, hanno deciso che è arrivato il tempo: il tempo che non scusa l’ignoranza.
Sensibilizzarci ai distinguo permetterà d’essere più precisi e magari anche più interventisti nell’aiuto, invece, di coloro che vivono il gioco in modo patologico.
Fate il nostro gioco,
Veni, vidit, vici…
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