#DIGITALDIVIDE: l’esclusione non passa mai di moda
“Voglio internet anche io!” – “No, tu no!”
“Ma perché?!” – “Perché no!!!”
Nonostante le tecnologie siano entrate prepotentemente nelle nostre vite questo non significa che siano presenti nella vita di tutti nello stesso modo persistono, infatti, disuguaglianze sociali connesse ai nuovi media come nel caso della mancanza d’accesso alla rete o all’incapacità di sfruttare tutte le potenzialità ad essa connesse perché, semplicemente, non solo non si sanno usare i device come si dovrebbe ma anche per impossibilità d’accedere alla rete stessa.
Sono passati 50 anni dall’avvento di internet, era l’anno 1969, più precisamente il 29 ottobre 1969, una data che, sebbene abbia segnato la storia, ci fa anche rendere conto, però, di come non l’abbia cambiata per tutti nello stesso modo.
50 anni dopo, infatti, la sfida consiste nell’abbattere quegli ostacoli eliminando il digital gap e l’esclusione di quella metà della popolazione mondiale che ne è rimasta esclusa e che, nonostante l’avvento democraticizzante delle nuove tecnologie, con tutti i plus ad esse connesse tra cui il voto-elettronico, la teleassistenza, la telemedicina, la logistica e i trasporti intelligenti, risulta essere ancora limitata ed in un certo senso ancora escludente per poter essere considerata per tutti, ma veramente tutti.
L’essere fuori o dentro la nuova rivoluzione digitale diventa in questo modo l’ago della bilancia che nella possibilità o meno di connettersi alle opportunità del cyberspazio rappresenta la coditio sine qua non per fruire delle sue immense risorse ed è proprio su questo che si fonda il digital devide, su quel divario esistente tra coloro che hanno accesso alle nuove tecnologie informative e della comunicazione e coloro che, invece, non hanno tali opportunità.
Il vero problema, ad oggi, è il persistere del divario escludente tra continenti, nazioni, tra aree geografiche e contesti urbani ma anche tra gli stessi quartieri di una stessa città e che nel libro di testo Sociologia dei new media viene spiegato puntualmente con le parole del sociologo Castells: “l’accesso da solo non risolve il problema, ma è un prerequisito per superare la disuguaglianza in una società le cui funzioni e i gruppi sociali dominanti sono sempre più organizzati intorno a Internet”.
L’accesso ad internet risulta essere così fondamentale per quella networked society che gravita attorno alla rete ma che di base ha un problema infrastrutturale legato all’effettiva disponibilità della connessione in molte parti del globo.
Obiettivi italiani: 2 anni e stop al digital devide
Due anni per abbattere il digital divide in Italia un impegno importante quello preso dall’amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi, nel corso dell’assemblea dell’Anci, a cui ha chiesto collaborazione per centrare l’ambizioso obiettivo: “Voglio prendere un impegno: la connettività è un bene primario. Se l’Anci ci aiuta, e ci dà l’elenco” delle aree a scarsa o nulla connettività “in tre mesi, al 31 marzo, facciamo una mappatura, al 30 giugno un piano e nei due anni successivi vediamo di sistemare la questione. In alcune aree sarà relativamente semplice, in altre più difficile ma intanto in sei mesi vi diciamo che cosa è possibile fare per chiudere una volta per tutte questo digital divide”. [Leggi tutto]
Un obiettivo ambizioso perché l’emarginazione digitale, che deriva dall’impossibilità di accesso alla rete, risulta essere polivalente anche se la si considera a livelli più piccoli rispetto a quelli tra stati, infatti, il considerare le difficoltà a livello locale quando si affronta il problema dell’essere “fuori rete” non è molto diverso dal concept macroscopico se non fosse per una più consistente vastità di soggetti coinvolti ma il risultato non cambia; esistono, infatti, sempre delle vere e proprie zone d’ombra, più o meno estese, che vanno a colpire non solo buona parte dei media che compongono il quotidiano come televisioni, cellulari e altri dispositivi che necessitano di connessione ma anche tutti i servizi che dovrebbero essere alla base della networked society; da questo ne scaturisce una consapevolezza che, ad oggi, sembra essere diventata una vera e propria “chiamata” al superamento dei limiti escludenti grazie a quelli che vogliono essere degli interventi tecnologici idonei per far sì che la rete sia rete veramente per tutti.
Per alcuni è una scommessa, per altri un impegno reale per la diffusione di tecnologie che, anche a bassissimo costo, possono permettere di implementare, rendendo veramente accessibile, una realtà che non è fantascienza e che, se seguita da una giusta educazione consapevolizzante, può realizzare il suo grande potenziale positivo migliorando le prospettive di vita di tutti.
La possibilità di connettere zone distantissime tra loro attraverso radiofrequenze con costi contenuti è una realtà che, grazie agli enormi passi da gigante che sono stati compiuti nel campo di tecnologie in via di diffusione come Wi-Max, infatti, rappresenta una possibilità tangibile e quindi concreta per colmare quel divario digitale che crea separatismo e disomogeneità informatizzata.
Un processo che è anche vero essere stato favorito dalla grande diffusione della telefonia mobile che nei primi anni 2000 ha registrato un’espansione tre volte superiore alla media mondiale.
Le connessioni cellulari, o dei second screen sempre più first screen, infatti, risultano essere tra le promotrici della riduzione dell’emarginazione dovuta al digital gap, in quanto risultano in grado di assottigliare quelle distanze che non possono più ridursi a superficiali categorizzazioni che si esauriscono in sterili dicotomie macroscopiche come “paesi ricchi vs paesi poveri” o “have vs have nots” perché è proprio là che la disuguaglianza s’annida, nella superficialità che nella non curanza alimenta la disparità che allontana il potenziale democratizzante che caratterizza i new media con il loro accesso al web.
Tra le voci più autorevoli che si sono espresse per definire e spiegare il digital devide, vi è stato il sociologo Manuel Castells il quale ha provato a ricostruire i quattro principali fattori da cui dipenderebbe quel gap esistente a livello internazionale nell’uso di internet e tra questi: il divario nelle infrastrutture della telecomunicazione, la dipendenza dei device provider della rete dalle dorsali Internet statunitensi ed europee, l’irregolare distribuzione dei domini di Internet e per finire, la mancanza di interventi per superare il divario digitale che diventa essa stessa causa dell’esistenza del gap.
Secondo l’analisi di Castells, il digital gap è da imputarsi alla lacunosa connessione dei diversi aspetti che costituiscono la gestione stessa di uno stato e dei suoi servizi, la network society, infatti, per essere veramente tale deve muoversi su una rete realmente performante e che sia essa stessa alla base di ogni servizio che viene fornito dalla e per la società, da questa rete, infatti, non possono chiamarsi escluse le istituzioni finanziarie, i media, le imprese, i trasporti, gli alberghi, etc., insomma tutti quegli aspetti fondamentali che non possono aspettare oltre la lunga e spesso irraggiungibile riqualificazione o meglio conversione modernizzante in senso digitale del sistema dei servizi, e non solo delle telecomunicazioni, da parte dello stato e che, proprio per questo, spesso e volentieri, arranca rispetto al privato.
Un gap di certo non facile da superare viste le premesse di Castells quando sottolinea il ruolo negativo giocato dalla dipendenza dei device provider della rete dalle dorsali Internet statunitensi ed europee e per il semplice fatto che questa “dipendenza”, che sarebbe meglio debellare in quanto causa dell’incremento dei costi e della complessità di gestione per tutti gli altri paesi del mondo, non è sola, infatti, di non minore importanza sono tutte le problematiche a volte pure irrisolvibili di design e manutenzione del web ma non è finita qui… il puzzle si arricchisce di ulteriori tasselli tra cui: l’irregolare distribuzione dei domini di internet; da questo, infatti, dipende quanto si può osservare anche comunemente nel considerare la maggiore concentrazione di provider di contenuto del web soprattutto nelle aree metropolitane dei paesi occidentali e come affermato già nei primi anni 2000 sempre dal sociologo, quando citava l’esempio di realtà come Londra che al tempo della sua riflessione poteva già contare più domini internet dell’intera Africa.
Tutto ciò contribuirebbe, così, a scatenare quel pregiudizio nell’utilizzo della rete per buona parte del mondo: i contenuti disponibili in internet, infatti, se analizzati con attenzione risultano non essere propriamente compatibili ed affini alle necessità della maggior parte dei cittadini dei paesi non occidentali sia per quel che riguarda la lingua (gran parte dei contenuti disponibili in rete risultano essere in inglese) sia per il tipo di interessi e valori rappresentati.
La mancanza di interventi mirati per fronteggiare e superare il digital devide fino ad ora non si sono distinti in maniera così rivoluzionaria ma più che altro palliativa alimentando un circolo vizioso che, per il mancato o superficiale intervento, non ha fatto altro che accrescerne il cristallizzante radicamento.
Nel 2006, Laura Sartori propose di misurare il divario globale in base allo studio dei tassi nazionali di accesso alla rete, posti in relazione ad altri indicatori di tipo economico, culturale e istituzionale: accesso alla rete e PIL pro capite, accesso alle rete e l’indice di sviluppo umano, accesso alle rete e livelli di scolarizzazione, spesa nel settore ricerca e sviluppo e offerta di nuove tecnologie.
Il concetto di divario digitale comincia quindi a essere rivisto e il focus si sposta dalle questioni di accesso/non accesso ai meccanismi di differenziazione, dipendenti da classiche variabili sociologiche quali gli status socio-economici e legati al genere o ai ruoli ricoperti nel corso della vita.
Resta il fatto che le giovani generazioni sono molto più avvezze all’uso dei new media crescendoci praticamente insieme e di certo più di quanto possano aver fatto le generazioni antecedenti ai nativi digitali anche per un fatto di natura economica per i costi di quella connessione.
Intere fasce della popolazione tra cui le persone più indigenti e molti anziani non usano, o usano poco, la rete; mentre le classi più abbienti, le persone maggiormente scolarizzate si è notato si colleghino per più tempo e per svolgere attività più varie rispetto ai meno istruiti.
Una volta ottenuto accesso alle rete, donne e uomini, giovani e anziani, istruiti e meno istruiti svolgono attività molto diverse tra loro; alcune saranno più orientate allo svago o alla comunicazione, al lavoro o all’arricchimento culturale ma comune a tutte queste esperienze vi è un aspetto fondante la network society: l’uso massivo della rete: esserne esclusi in partenza è fonte di disuguaglianza ma anche non saperne trarre profitto è altrettanto svantaggioso.
Il concetto di digital devide diventa in questo modo un concept multidimensionale con esiti differenti in termini di accesso, appropriazione e uso a seconda delle diverse variabili in gioco.
Il più grande bacino di have-nots risulta per questo non riguardare più solo i paesi in via di sviluppo ma anche i paesi più industrializzati dell’occidente; le differenze nelle risorse disponibili in termini di reddito, infatti, risultano tra gli aspetti determinanti l’inclusione/esclusione legati all’uso delle ITC; l’accesso alla rete sebbene gratuito o quasi conserva dei costi per quella che è la dotazione hardware e software, i costi di aggiornamento e di servizio legati all’utilizzo delle tecnologie, come la spesa per l’energia elettrica.
E se da una parte abbiamo i costi ancora elevati per l’accesso, dall’altro anche l’età risulta correlarsi negativamente con l’adozione delle tecnologie, infatti, è raro che gli individui più anziani possiedano competenze, abilità cognitive e tecniche necessarie per utilizzare in modo adeguato i new media tanto più che questa “ignoranza” s’accompagna molto spesso ad uno scarso interesse applicativo per formarsi in questo ambito; ed è così che gli anziani risultano essere tra i doppiamente esclusi di cui accennavamo prima.
La variabile età, però, col passare del tempo ridurrà i sui effetti sugli accessi ai media digitali perché, con il ricambio generazionale, diminuirà quella parte di popolazione carente in capacità tecniche e cognitive relative all’utilizzo dei nuovi media.
Età a parte l’analisi della Sartori sul digital devide individua anche il genere tra le fonti di disuguaglianza nell’accesso a internet ed ecco il “ritardo” delle donne rispetto agli uomini: digital gender devide.
Mix, remix ed il divario di genere sparisce per ricomparire in maniera marcata nelle fasce d’età successive con una popolazione più anziana e meno istruita ed è così che le fonti di disuguaglianza s’arricchiscono di ulteriori aspetti; quelli legati alla cultura d’appartenenza e ai livelli di scolarizzazione.
Una lotta continua e sempre più articolata su diversi fronti quella al digital devide e che, nei paesi occidentali, ha spostato il dibattito su altri fronti come la differenza di banda, la velocità di downloading, i sistemi di connessione e l’autonomia d’uso degli strumenti e le sue possibili differenziazioni: il second-level digital devide.
Hargittai (2002) chiama second-level digital devide quel fenomeno per cui più l’accesso a Internet si diffonde, maggiore rilevanza assume il tipo di capacità che si ha di sfruttare le potenzialità informative, relazionali o partecipative a disposizione; una capacità che dipende dalle risorse economiche, culturali e sociali possedute.
In questo senso i nuovi problemi da affrontare diventano le effettive competenze e abilità sia tecniche relative quindi alla gestione vera e propria del dispositivo tecnico e della navigazione ma anche la capacità di ricerca e selezione delle informazioni, di comprensione critica e non passiva dei contenuti, di gestione delle nuove opportunità di relazione online, amicale o professionale che sia in una parola difensiva all’overload.
Resta il fatto che il digital devide, anche nelle sue accezioni più evolute, appare come un complesso, elastico e multidimensionale “bersaglio mobile” di disuguaglianze presenti in diversi livelli riprendendo proprio quell’immagine coniata da Sartori (2006) che magari un giorno potrebbe essere centrato anche grazie a bricoleur high tech, giovani sempre più in grado di sfruttare tutte le potenzialità dei media elettronici e di combinarle non solo tra loro ma anche con quelle dei vecchi media passando facilmente, a seconda delle loro esigenze di comunicazione dal sms a Facebook alla comunicazione faccia a faccia in base a quello che devono esprimere in quel momento aiutati da una solida base di media education per essere i consapevoli netizen di domani.