Joy of missing out post Covid-19
La Fase2 nei borghi del digital divide inizia dalle lezioni nei boschi
Le atmosfere che si respirano a Biccari, piccolo comune in provincia di Foggia senza internet, ricordano quel film del 2017 dal titolo “Non c’è campo” solo che qui non c’è nessuna professoressa Laura Basile, interpretata dall’attrice Vanessa Incontrada, né una scolaresca in gita nel piccolo “borgo” pugliese ma un progetto ambizioso che nasce dalla sinergia del Comune e Ecolforest – ditta proprietaria del Parco Daunia Avventura.
Se nel film di Moccia, infatti, gli studenti con stupore dovettero misurarsi con l’assenza di rete che rese inutilizzabili i loro smartphone ma in grado di riattivare un’altra preziosa ma assopita “modalità” come quella della riscoperta della bellezza del prendersi una pausa dalla connessione mediata del nostro vivere costantemente connessi; a Biccari si rilancia con un’iniziativa molto interessante e che intende permettere la riscoperta degli spazi che ci circondano portando le aule di scuola nel bosco nella fase post lockdown da Covid-19.
Una risposta incoraggiante dopo mesi di reclusione e distanziamento sociale: un momento di ri-incontro con la natura, l’insegnamento e l’inizio di un percorso per riappropriarsi del tempo rubato dal lockdown e dalla riconversione smart della quotidianità nelle sue varie sfaccettature.
Dal digital divide alla quarantena smart in un contesto sociale molto provato su vari fronti, si fa spazio il bisogno di ristabilire contatti disintermediati come risultato di quel essere stati catapultati in una reclusione forzata in cui abbiamo anche imparato a familiarizzare in modo ancora più stretto con le tecnologie, le stesse che c’hanno permesso di accorciare veramente le distanze ma che ora non sembrano più riuscire a soddisfare altri tipi di esigenze che stanno bussando al nostro essere e come quella di una “connessione” profonda e senza filtri con il mondo che ci circonda nel bisogno di riabituarsi a quella esigenza che assume però anche le tinte di un desiderio che incute un certo timore per la lunga cattività.
Una grossa spinta ad un miglioramento della qualità della digital life sembra comunque essersi verificata proprio in questi mesi di lockdown dove anche le generazioni meno “preparate” hanno invece potuto trarne dei benefici in termini di “connessione”.
Si potrebbe affermare, così, che l’emergenza coronavirus abbia assottigliato quel divario digitale tra le varie generazioni, accorciandone le distanze non solo tra quelle già conosciute come millenials e iGen ma anche con la silver generation e con i genitori di questi ultimi che a causa del digital divide intergenerazionale, senza emergenza, avrebbero continuato a rimanerne esclusi.
E se nel mondo pre-Covid la grande sfida stava nel portare la connessione internet nei luoghi minacciati dal divario digitale, ecco che a questa, nella Fase2, si aggiunge, tra le varie priorità, anche il riabituarsi al contatto con la natura che ci circonda con un interesse crescente per la prossimità anche nel turismo.
Ma ora che la connettività sociale potrebbe progressivamente riprendere, per quanto possibile, il suo normale corso, infatti, urge ri-abituare la natura umana all’incontro in grado di allentare anche la morsa dell’insofferenza nei confronti di quella compagna di overload iperconnesso; e se a pre-Covid il nostro vivere quotidiano risultava minacciato nella sua reale condivisione a causa della convivenza sempre più crescente con i nostri device tanto da poter assistere a scene di “ordinaria follia” con coppie in passeggiata silenziosa perché immersi nei loro smartphones ad oggi, invece, dopo non aver avuto scelta.. sembra riscoprirsi la bellezza della voglia di “normalità” in fuga anche dalla tecnologia.
La verità è che abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significhi perdere la connessione profonda e dove invece l’unica possibile era quella dell’affidarsi alla tecnologia accontentandosi di quanto in suo possesso…per mantenere quel minimo di umanità rimasta.. ma ora il “richiamo” è diverso.. e assomiglia al desiderio di una fuga dalla claustrofobia del vivere con filtri.
La necessità di incontro con ciò che ci circonda diventa così un modo per tornare a familiarizzare con il nostro habitat naturale ri-imparando ad essere creature… riscoprendo anche la joy of missing out..