“La mia vita è diventata la più profonda distrazione dal mio telefono” – PHUBBING : lo snobismo tecnologico
Lui chi è? Come mai l’hai portato con te?
Il suo ruolo mi spieghi qual’è? Io volevo incontrarti da sola… Se mai…
Mentre lui… Lui chi è? Lui chi è? Lui chi è?
Già è difficile farlo con te… Mollalo!
Mai stata così calzante… non solo perché sicuramente tutti almeno una volta nella vita l’abbiamo canticchiata ma anche perché proprio quella canzone oggi potrebbe essere usata tranquillamente come accompagnamento al tema di cui vi parlerò: il “phubbing”.
Del resto, che i rapporti familiari e che soprattutto i genitori siano profondamente cambiati non ce lo ricordano solo le tendenze discutibili come lo sharenting ma anche l’abitudine ormai sempre più radicata di lasciarci “distrarre” dal nostro smartphone…
Ed è proprio così che si fa spazio il phubbing definito come “il fatto di trascurare il proprio interlocutore fisico per consultare spesso, in modo più o meno compulsivo, il cellulare o un altro dispositivo interattivo” e che così concretizza non solo un atteggiamento poco cortese nei confronti del proprio interlocutore ma anche un rischio per i rapporti interpersonali.
Da questa situazione ne deriva però anche una consapevolezza, quella nei confronti di una vera e propria deriva iperconnessa che sembra essere riuscita ad intaccare anche il rapporto genitori-figli tanto che alla problematica è stato riservato uno specifico studio dell’Università Milano-Bicocca pubblicato su Journal of Social and Personal Relationships e in cui si spiega come l’uso pervasivo dei device digitali causi ripercussioni negative sul benessere psicologico dei giovani, in particolare degli adolescenti.
Ed è così che ufficialmente s’affronta un tema che più volte aveva fatto discutere anche in passato ma che solo ora comincia ad essere considerato con il debito interesse scoprendo che, l’uso ripetuto del cellulare anche nei momenti che al contrario dovrebbero essere dedicati alla condivisione e allo scambio interpersonale, con l’andare del tempo provoca effetti particolarmente negativi su questi rapporti.
Termine composto da “phone” (cellulare) e “snubbing” (snobbare), con questo termine si identifica, così, la tendenza ormai dilagante che sembra prediligere il contatto mediato da uno schermo alla condivisione in presenza dando origine ad una sorta di affettività distorta e sempre più a distanza.
Descritto per la prima volta nel 2013 dall’esperto di comunicazione Alex Haigh che già al tempo per contrastarlo aveva creato un sito ad hoc (stopphubbing.com) in cui si potevano leggere affermazioni lungimiranti ed inequivocabili come:
«se il phubbing fosse un’epidemia avrebbe decimato sei volte la Cina» oppure
«il 97% delle persone affermano che il cibo è più sgradevole se a tavola ne sono vittima»;
con ironia portava alla luce un rischio ad oggi mai stato così reale se si continua a vivere in quella spasmodica e molto spesso asfissiante, simbiosi con il proprio cellulare che proprio così mette a rischio le relazioni.
E ad oggi, in modo più approfondito torna alla luce una tematica estremamente complessa e che per molto tempo fu difficilmente dimostrabile sul piano soprattutto delle ripercussioni negative che interessano lo stato psicologico delle persone che si trovano a viverlo.
Le relazioni che ne sono protagoniste, infatti, si vedono ignorare e sminuite per prestare un livello di attenzione maggiore, invece, alla mobile experience del proprio cellulare.
Relazioni svalutare, rapporti reali marginalizzati a causa del “furto di attenzione” da parte degli smartphone, che, nei casi più gravi, portano alla depressione di chi, suo malgrado, si trova ad esserne vittima e tra queste un numero sempre più crescente di adolescenti.
Si perché ad essere iperconnesse ormai non sono solo le nuove generazioni ma anche quelle dei loro genitori e che sono le stesse che hanno “imparato” a delegare al cellulare il loro ruolo genitoriale ed è proprio così che crescono adolescenti iperconnessi ma socialmente disconnessi perché ignorati ed esclusi; vere e proprie vittime di una nuova esclusione sociale quella del progresso dell’accesso alla digitalizzazione.
E se da una parte ancora molte aree si trovano immerse nel digital divide, dall’altro troviamo un numero sempre più crescente di madri e padri che hanno venduto l’anima allo smartphone senza però dimenticare che molto spesso la stessa identica cosa capita agli stessi genitori: snobbati completamente dai loro figli che, intrappolati nello schermo del proprio cellulare, riescono a trasformarli in invisibili.
Ed è proprio a causa dell’ubiquità e all’uso smodato e molto spesso anche sconsiderato che si fa dello smartphone che i rapporti tra le persone sembrano cambiare in peggio rendendoci come schiavi senza catene in una realtà in cui regna sovrana l’alone togetherness.
In questo contesto la comunicazione umana si fa scorciata e frenetica nella perdita progressiva del pathos e dell’incontro e dove la vita s’affronta sempre più con i meccanismi dello schermo e della networked society di Castells, la “società di rete”, fatta di flussi, tempo senza tempo, disuguaglianza digitale dove i pubblici connessi teorizzati da Dana Boyd si piegano alla psicopatologia di un individualismo iperconnesso.
Cambiano le relazioni, cambiano i rapporti genitori-figli, figli-genitori, quelli con i colleghi, con il proprio partner, con i propri amici.. e ne risulta un mondo stravolto ed estremamente fragile nella sua nuova normalità.
Le persone, infatti, hanno bisogno di sviluppare quelle capacità relazionali che derivano dallo scambio interpersonale in grado di plasmare individui capaci d’affrontare la collettività e il futuro senza esserne dominati o alla peggio vinti e da qui la necessità di regole che, alla luce di quella famosa media education di cui più volte ho parlato, pongano le basi ormai necessarie per i cittadini della modernità connessa.
In questo modo si può anche meglio comprendere l’importanza del risultato di quello studio “Mom, dad, look at me”: The development of the Parental Phubbing Scale” condotto in collaborazione multidisciplinare tra ricercatori del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca (Luca Pancani e Paolo Riva) e di Sociologia e ricerca sociale dell’ateneo (Tiziano Gerosa e Marco Gui).
“Il phubbing è particolarmente importante da studiare perché l’ubiquità dello smartphone fa sì che questo fenomeno possa essere messo in atto da chiunque e in qualsiasi momento”
(Luca Pancani – Ricercatore del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca)
“Pur essendo ormai radicato in molteplici ambiti relazionali, incluso quello familiare rimane un fenomeno relativamente recente e non ancora regolato da esplicite norme sociali.
La ricerca può incidere molto sulla costruzione di norme sociali che pongano dei limiti al phubbing anziché accettarlo indiscriminatamente”.
(Tiziano Gerosa – Ricercatore del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale di Milano-Bicocca)
L’essere distratti costantemente dal proprio cellulare pone così le basi non solo dello sgretolamento delle relazioni ma anche una serie di altre problematiche come il disturbo da deficit d’attenzione (ADHD), la FOMO, la FOBO che ci fanno assomigliare proprio ai celebri piccioni di Burrhus Skinner, dipendenti da ricompensa variabile e che da ormai troppo tempo occupa i nostri momenti “insieme” portandoci ad ignorarci perché troppo concentrati sugli aggiornamenti da mobile.
Un circolo molto spesso vizioso che lascia aperte le porte ad ulteriori studi proprio su quello che si delinea come snobismo tecnologico e che porta proprio a preferire il proprio smartphone alle persone minacciando non solo la comunicazione umana ma anche le relazioni tanto che la vita vera e propria nei casi più gravi può veramente configurare quanto dichiarato nel titolo dell’articolo che state leggendo perché con il phubbing, la vita “normale”, fatta quindi di persone, relazioni, interazioni, arriva a distrarre dall’unico focus dell’attenzione iperconnessa: lo smartphone.
Amici, partner, figli, tutto e tutti passano in secondo piano ed è proprio così che si configura quella pericolosa minaccia per i bisogni umani fondamentali come l’appartenenza, l’autostima e il senso di realizzazione messi invece in scacco dalla vittoria del logorio delle relazioni, della socializzazione, della complicità nel fallimento della comunicazione e dove il particolare che non ci deve sfuggire è proprio che a tutti o quasi sarà capitato di essere snobbati ma anche di esserci a nostra volta estraniati per dedicarci al cellulare che come una Circe sa come carpire la nostra attenzione persuadendo la nostra volontà al fatale schermo.
Senso di abbandono, incomprensioni, dialogo sterile, aumento dei litigi, conforto ricercato nei social, fa dell’uso eccessivo del cellulare una vera e propria dipendenza a cui però si potrebbe porre rimedio, imparando a disconnettersi nella joy of missing out.