“Le giornaliste non ci stanno!” Manifesto di Venezia: la patata bollente dell’informazione
Sono stanca di sentire sempre e solo le solite parole…
Sono stanca delle generalizzazioni… degli stereotipi… della paura… della violenza… subdola… conclamata… degli schiaffi in faccia… delle sberle all’anima… delle battute… delle risatine… dei commenti sussurrati… urlati…
Sono stanca delle lacrime… dei nodi alla gola… sono stanca di sentirmi ripetere sempre le stesse cose… e di leggerne altrettante…
Sono stanca di vedere e scontrarmi sempre sugli stessi argomenti…perché li sento da quando esisto.. da quando esiste mia madre… mia nonna.. e così.. fino ad Adamo ed Eva… credo..
Perché Eva è “Porca Eva”, perché le donne che ridono ci stanno, perché le donne che scherzano e sono simpatiche “te la danno prima”… perché se sei bionda sei frivola, se sei mora in teoria sei più affidabile e se sei rossa sicuramente hai strane voglie…
Cresciute con uno stigma frutto di un retaggio retrogrado e sessista, noi donne 2.0 abbiamo ottenuto l’emancipazione vomitando il rifiuto di un ruolo che per troppo tempo ha voluto il nostro genere come l’ “altro sesso”, l’altro in quanto minore, rispetto a quello dominante, quello maschile.
E poi ci sono io, una nativa digitale come tante altre, mora di nascita, bionda d’adozione, casinista, digital life addicted, vintage style and booklover, antisportiva ma con la passione per le maratone nel rincorrere treni, aerei, bus e tutto ciò che abbia a che fare con il trasporto pubblico… Mi piace ridere, scherzare e detesto gli stereotipi!
Fino a qui ho incontrato persone sincere, oneste, altre bugiarde, ma anche arrivisti e arriviste, saltatori e saltatrici dei normali iter, imboscati e imboscate, gendarmi e ladri…
Sono cresciuta in una giungla moderna e mi presento… sono Eleonora… sono una donna… e non è un remix di Highlander dj, nonostante il sound Meloni friendly… una donna che per esercitare la sua emancipazione ha preso un aereo ed è volata a Lione alla scoperta del “là-bas la banlieue”.
Partire da sole, infatti, in passato sarebbe stato motivo di spiacevoli etichettamenti ma che non sono bastati a intimorire donne come Mary Wollstonecraft, Betty Fridan, Harriet Taylor e Simon de Beauvoir, per citarne solo alcune, e che, al dorato oikos e alla silenziosa obbedienza, preferirono essere scomode.
Ho avuto la fortuna di studiare con docenti con la “D” maiuscola come Adriana Cavarero, fondatrice della comunità filosofica “Diotima”, una leading figure del pensiero sulla differenza sessuale e forse l’unica persona al mondo in grado di far amare un mastodontico mostro come “Il Secondo trattato sul governo di John Locke”.
Sono una buona forchetta ma da sempre ho avuto “appetito di significato”, di senso, di verità ed emancipazione e che è sempre passato attraverso quello spasmodico desiderio di “dire” ad alta voce.
Cose che sembrano scontate ma che in realtà ancora non lo sono nonostante il prismatico progresso, nonostante il sangue e le lacrime versate, nonostante i fiumi di parole e inchiostro impiegati, quella agognata libertà delle donne di essere “musica”, come nelle parole della giornalista Rula Jebreal, nel suo lungo monologo in prima serata per i 70 anni di San Remo, sembra essere ancora una realtà a metà.
Nonostante di tempo ne sia passato persistono, infatti, ancora molti man’s burdens, e uno di questi fardelli è proprio quello che per secoli negò la libertà alla donna, affidandole una regalità castrata di “angel in the house”.
E se la de Beauvoir affermava che “donne non si nasce, lo si diventa”, ad oggi ci si può rendere conto di quanto l’emancipazione sia ancora un fenomeno in rivoluzionario divenire.
L’emancipazione e l’uguaglianza, infatti, passa attraverso la lingua che è uno degli strumenti più potenti che abbiamo a nostra disposizione in quanto la “capacità nominante” è fautrice di ordine sociale e la cui importanza venne colta già da pensatrici che ne divennero promotrici come Irigaray (“Speculum”), Kristeva (“Rivoluzione nel linguaggio poetico”), Muraro (“L’ordine simbolico della madre”) e lei, Cavarero Adriana (“Per la teoria della differenza sessuale”).
Con loro si concretizzava, così, la critica e la decostruzione della logica dualistica e squilibrata del fallologocentrismo del linguaggio e del sapere occidentale, dominato appunto dal soggetto maschile e che portava alla costruzione di un linguaggio al femminile autonomo dai meccanismi linguistici di dominio del soggetto per antonomasia ma a distanza di tempo l’uso della lingua si è fatto ancora più spietato e da qui la reazione del Manifesto di Venezia.

Il manifesto di Venezia
Pochi giorni fa a Roma, la giornalista e presidente di “Giulia”, Silvia Garambois, è stata protagonista di un intervento molto interessante e formativo in occasione di una delle conferenze dedicate alla formazione continua dei giornalisti del Lazio sul tema dei termini da usare quando si parla di differenza sessuale nella necessità di declinare il potere anche al femminile.
E se da una parte l’uguaglianza declinata potrebbe causare dislessie e appesantimenti di contenuto, resta il fatto che il tema in questione rappresenta uno degli argomenti più caldi non solo dei nostri tempi ma a cui non si è ancora riusciti a mettere un punto nonostante il progresso, nonostante i sacrifici come quello di Olympe de Gouges che pagò con il taglio della testa la pubblicazione de “La Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne” nel 1791 e nonostante tutti i santi giorni si cerchi di dare emancipazione ed uguaglianza alla figura femminile, invece, ci si può rendere facilmente conto di quanto, al contrario, persista ancora quella più o meno celata o più o meno riconosciuta irrispettosa discriminazione: quella di genere e che, se apparentemente non la si nota nei comportamenti, non risulta però essere esente dalla stessa verifica quando si parla di “lingua” tanto che, nello “stress test” terminologico, lampeggia di rosso.
Non sono bastate, infatti, le lotte, i fiumi di sangue, di inchiostro, né le parole di donne come quelle nominate in precedenza per sorpassare per sempre quella che beffardamente veniva ridotta “all’invidia del pene”.
Quella brutale violenza è ancora tra noi… ed è “Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa” e che si realizza nei gesti, nelle parole e troppo spesso anche nell’informazione che, attraverso l’uso “distratto” di termini impiegati troppe volte in modo errato, parziale, sensazionalistico ma anche con superficiale semplicità in quanto frutti radicati di un retaggio culturale maschilista, di certo con l’avvento dei social e il prendere potere della società del turpiloquio con la sua “irrazionale” rabbia, hanno aggravato la situazione esasperando quella che è poi diventata una vera e propria piaga moderna e che proprio per questo ha portato alla stesura di un provvedimento nero su bianco: il manifesto di Venezia.
Il documento tra i cui firmatari vanta sia donne che uomini, e tra questi anche Silvia Garambois, fanno di quel documento un vero e proprio manifesto che già nelle sue prime righe riconosce la gravità del fenomeno, ormai senza tempo, della violenza di genere e per questo anche indicata come violazione dei diritti umani, una delle più diffuse al mondo ma anche una delle più combattute non solo dal genere femminile con eroine come Nadia Murad, ma anche da uomini come il medico congolese Denis Mukwege che nel 2018, proprio come Nadia, meritò il premio Nobel per la Pace.
Ma se da una parte vi è la luce del logos, dall’altra troviamo il buio del “frame” interpretativo ottuso dell’ignoranza che molto spesso sfocia nella più pericolosa misoginia aggravata se diffusa dagli stessi media dell’informazione.
Accontentarsi di spiegazioni sommarie che riducano la questione al bisogno di sensazionalismo, alla crisi del giornalismo, al doversi piegare per forza al clickbait per ottenere accessi e buzz non solo schiaccia il senso del rispetto mettendo dei brividi sconquassanti ma mette in evidenza anche la necessità di tarare l’informazione sull’etica del rispetto.
Un rispetto che il quotidiano Libero sembra aver dimenticato in più occasioni e per questo finito sotto accusa per l’articolo relativo alla fiction dedicata i Nilde Iotti e andata in onda su Rai 1 per i vent’anni dalla sua scomparsa.
“Una bella emiliana simpatica e prosperosa, come solo sanno esserlo le donne emiliane.
Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna”.
Nilde Iotti fu la prima donna presidente della Camera e madre costituente ma a tutto ciò Libero sembra aver preferito i peggiori luoghi comuni alludendo a tutto tranne che al suo valore.
E se su Libero l’oltraggio sembra aver sostituito la preghiera del mattino è anche vero che sicuramente quel sommario sessista sulla presidente Iotti non sarà piaciuto a più di qualcuno.
Il linguaggio oltraggioso usato dal quotidiano per raccontarla ha posto in essere l’ennesima inottemperanza dei principi contenuti nel Manifesto di Venezia e proprio per questo l’autore dell’articolo e il suo direttore responsabile sono diventati i protagonisti di un esposto presentato all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.
E tutto perché con le parole non si scherza!
Le parole raccontano, descrivono, creano immaginari, contestualizzano, decontestualizzano e un tempo tutte quelle parole sarebbero servite a popolare un capolavoro di retorica ma non solo, infatti, per molto tempo, la parola fu l’unica depositaria della memoria e del sapere tramandato per via orale e molto prima del libro.
Ma viste le premesse, oggi, cosa si potrebbe mai tramandare come degno di nota se non la speranza di mettere la parola “fine” a questa prismatica violenza sulle donne?!
Ancora oggi… e forse proprio oggi più che mai… anche se sdoganate, le parole, fanno ancora più male perché l’arena del confronto pubblico si è spostata sui social nel confronto-scontro con una gogna potenzialmente globale.
E poi ci sono i giochi di parole che non solo “riesumano” ataviche convinzioni ma anche senza troppi giri di parole si lasciano andare ad “epiteti formulari” che di Omero hanno ben poco.
Ed è così che Libero ritorna alla riscossa e con urlato sensazionalismo il 10 febbraio 2017, titola: “La patata bollente” riferendosi alle vicende della sindaca Raggi e per questo il suo direttore responsabile finisce in Tribunale e viene condannato con sentenza di primo grado senza possibilità d’appello e confermando la delibera del Consiglio di disciplina dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e il pagamento delle spese legali.
L’informazione diventa così una nota dolente in quanto potenzialmente connivente.. alle volte consapevolmente, alle volte ingenuamente.. ma resta il fatto che il tema risulta essere sempre più spesso agli onori o meglio ai disonori della cronaca.
Anche in occasione del 70esimo anniversario della kermesse musicale più famosa d’Italia, San Remo, nessuno né è rimasto escluso aprendo le danze con quei “maledetti passi indietro”… ma poi rivelatisi solo un’uscita infelice da ansia da prestazione e nulla a che vedere con il velenoso Junior Calli.
…E voi non siete stanchi dei continui attacchi al genere femminile?
Non siete esasperati da questo infotainment di disinformazione che si nutre di processo mediatico?
Non credete che sia arrivato il momento di porre la parola “fine” a tutte quelle violazioni che oltraggiano non solo la deontologia giornalistica ma i diritti inalienabili della persona?
Gli insulti rivolti al “diverso” rappresentano il male del secolo un male che ha trovato dei fedeli alleati nei social e nella perdita dei valori dell’informazione.
Ma se da una parte si deve anche riconoscere che la digital life non è equiparabile solo ai gironi danteschi dall’altra si deve però ammettere che questi abbiano sdoganato l’uso violento delle parole rendendo “normale” quella aggressività anche fuori dagli screen.
Le parole sbagliate che abituano all’offesa, infatti, ci rendono conniventi se non attivano in noi una ribellione e che i latini avrebbero reso con la celebre frase “video meliora proboque, sed deteriora sequor”.
Affidarsi a parole fuorvianti sebbene radicate nell’uso della lingua, infatti, se da una parte risultano facilmente riconoscibili in quanto attivatrici della nostra ritenzione selettiva, dall’altra quelle semplificazioni che annientano le sfumature della “complessità”, ci rendono carnefici a nostra volta.
L’hate speech è anche questo, non sdegnarsi, non prendere le distanze, non invitare a pensare prima di parlare e passa anche attraverso il sessismo di quelle parole che cristallizzano reminiscenze che meriterebbero tutto tranne di essere tramandate.
Eppure non servirebbe tanto… ma solo rispetto…quanto basta…per non essere incivili.
Uscire dell’immobilità dello stereotipo e del pregiudizio credo rappresenti il primo e necessario passo di redenzione perché in grado di scongelare la Caina… il primo passo per un profondo cambiamento culturale in una società che nell’iperconnessione non può permettere che resistano questo tipo di resistenze.
Ed è proprio così che diventano necessari comportamenti consapevoli e volti all’evitare il perpetuarsi di stereotipi prestando massima attenzione all’uso della lingua ed evitando comportamenti predatori volti solo a vendere più copie.
L’informazione non può più permettersi di veicolare questo tipo di retaggi che vogliono la donna “un passo indietro” perché la strada da percorrere è ancora molto lunga e merita il sostegno di tutti…
Questa è l’inedita