DIGITAL WARS: USA vs CHINA
Una nuova guerra fredda in versione social edition
Era nell’aria e prima o poi sarebbe successo.. ne erano tutti certi.. ma si sa le certezze sono le prime a vacillare.. e ad accorgersene, a sue spese, è stata proprio l’America di The Donald.
Fino a ieri il suo pugno di ferro sembrava aver messo in serie difficoltà i colossi social Tik Tok e WeChat, banditi dal suolo statunitense perché considerati pericolosi per la sicurezza nazionale e a causa di questa decisione un numero esorbitante di utenti statunitensi da lì a poco non avrebbe più potuto scaricare gli aggiornamenti delle loro app giudicate troppo “China friendly”.
A detta dei big della sicurezza USA, infatti, tutti quei microvideo condivisi da un numero eccezionale di utenti, infatti, sarebbero stati in grado di dare accesso ad altrettanti dati che, stando a quanto più volte ribadito dallo stesso Presidente Trump, verrebbero gestiti con “poca trasparenza” dalla società che possiede Tik Tok e da qui la drastica e già preannunciata decisione per la difesa della nazione.
ByteDance, la società che possiede TikTok è finita sotto l’occhio indagatore del Comitato americano per gli investimenti esteri (Cfius) in quanto rappresenterebbe una vera e propria security hazard per un grosso interrogativo riguardante la gestione dei dati che, secondo gli USA, verrebbero sottoposti a leggi cinesi e non americane anche se raccolti in suolo statunitense e da qui la risposta di difesa volta a respingere tale accusa da parte di ByteDance.
Con 100 milioni di utenti mensili attivi negli Stati Uniti, Tik Tok è a tutti gli effetti l’app più scaricata al mondo oltre ad essere la prima ad aver scalzato dal podio social giganti del calibro di Facebook, Instagram e WhatsApp.
Ma se fino a pochi giorni fa si credeva che Tik Tok fosse ormai spacciata, ad oggi ci si deve ricredere… infatti, la Cina ha contrattaccato facendo tornare nei sui passi anche “l’uomo di ferro”, Trump; l’intramontabile P.R.C., infatti, nel piano di offensiva ha presentato un nuovo ricorso a un tribunale federale di Washington scagliandosi ancora una volta contro l’amministrazione americana e così chiedendo al giudice di bloccare la decisione che avrebbe presto portato al bando dell’app dagli store digitali invocando la «violazione dei diritti di espressione» garantiti dal Primo Emendamento della Costituzione e la «distruzione irreversibile» del business in suolo americano ma non è finita qui..
Apple e altre grandi aziende americane come Boeing, Cisco e FedEx, infatti, sono finite nel “mirino” cinese in quanto ritenute, insieme ad altre società straniere, pericolose per la sicurezza nazionale, per lo sviluppo economico e gli interessi cinesi.
Ed è proprio con questa ulteriore mossa che Trump sembra essere ritornato sui suoi passi aprendo all’accordo di Oracle-Walmart per entrare nel capitale della popolare app cinese e sospendendo le procedure avviate in una sorta di tregua apparente se non fosse per l’entrata in vigore della nuova policy della Cina con la sua “entity-list”.
Guerra fredda digital edition
Le beligeranze e le divergenze non sembrano essere state comunque ancora appianante ma solo rinviate, infatti, l’esilio di Tik Tok dagli States che sarebbe dovuto scattare alla mezzanotte tra domenica e lunedì 21 settembre 2020, in realtà non è stato che rinviato al 27 settembre.
TikTok come previsto in precedenza, infatti, non potrà essere più scaricato dai nuovi utenti mentre per tutti coloro che già lo utilizzavano, invece, questi potranno farne uso fino al 12 novembre ma un’ulteriore ipotesi si fa spazio come quella che prevederebbe una newco con la cordata americana Oracle-Walmart secondo cui, questa dovrebbe entrare in TikTok con una partecipazione del 20% del capitale, con quote azionarie del 12,5% e 7,5% rispettivamente e secondo la proposta presentata alla Casa Bianca con la prospettiva finale di una quotazione della nuova società a Wall Street entro 12 mesi.
Resta il fatto che TikTok è a tutti gli effetti una super potenza e a dirlo sono i numeri che fanno accapigliare tra di loro anche i brand di moda costretti a declinare le evoluzioni del lusso in un terreno di marketing e comunicazione mai stato così scivoloso come quando si parla di Tik Tok.
Terza società al mondo per ricavi pubblicitari digitali tra i social network, da minacciata, la Cina riconquista la posizione di minaccia mettendo in difficoltà, con la sua “entity-list”, anche Apple che proprio in Cina produce gran parte dei suoi apparati elettronici.
A colpi di “trasparenza”, sicurezza e libertà, Cina e Usa sembrano comunque avere le idee chiare ma forse ancor di più sulle cifre da capogiro che muovono i social.
“Non siamo politici, non accettiamo pubblicità politica e non abbiamo un’agenda” (…)
(Kevin Mayer – capo di TikTok )
Di certo il campo di battaglia è vasto ed insidioso e gli interessi in gioco sono parecchi e di certo il lifestream digital non è fatto solo di filantropi e nel frattempo in India in nome della “sicurezza e sovranità del cyberspazio indiano” Tik Tok è stato vietato a differenza di Reels.