IMMUNI: tra luci ed ombre. Il vaso di Pandora smart a portata di app
Che la tecnologia sia entrata in campo per aiutare a fronteggiare l’emergenza coronavirus ce ne stiamo accorgendo tutti e forse con questa epidemia datata 2020 un altro cambiamento epocale si potrebbe realizzare dando il via all’era della cybersicurezza.
Senza pensare a realtà come quelle della Corea del Sud, anche in Stati a noi più vicini come la Germania si è optato per implementare le misure adottate per la lotta a Covid-19 con l’adozione di una app che, collegata a smartwatch e braccialetti fitness, permette di tracciare una mappa delle persone potenzialmente infette ma prossimamente tra quei paesi ci sarà anche l’Italia.
“Volontarietà di download
Temporaneità dell’utilizzo
Rispetto della normativa europea sulla privacy
Tecnologia Bluetooth per evitare l’invasività delle geolocalizzazioni”
Questi sono solo alcuni dei criteri più specificatamente riassunti da Wired Italia in riferimento alle caratteristiche richieste dellaCommissione europea per la realizzazione di una app che potesse aiutare nel tracciamento dei casi di coronavirus e molto presto, come accennato, nel Bel Paese sarà possibile scaricare l’app Immuni.
Dopo l’okey del Governo l’applicazione pro bono progettata da Bending Spoons assieme ad altre realtà, scenderà in campo nella lotta al coronavirus in Italia e come dichiarato rappresenterà “un pilastro importante nella gestione della fase successiva dell’emergenza”, la Fase 2.
Attraverso l’applicazione di tracciamento che sembra poter garantire l’anonimato, come sottolineato dal commissario all’emergenza Domenico Arcuri, Immuni per avere la giusta efficacia dovrebbe essere installata da circa il 65% degli italiani e seguita da una campagna di intensificazione dei tamponi.
“L’app sui telefoni dei cittadini garantirà completamente l’anonimato, non ci sarà nessuna finalità diversa. I dati saranno conservati in un server pubblico, sono per definizione criptati, nessuna preoccupazione per un loro maldestro utilizzo. Si usa tecnologia bluetooth e non geolocalizzazione, come prevede la legge sulla privacy” (Domenico Arcuri)
Quello a cui stiamo assistendo potrebbe essere quindi considerato come un importante passo in avanti in termini di tecnologia per contenere e contrastare l’emergenza epidemiologica Covid-19 e che, basato sulla connessione Bluetooth, a patto che si abbia scaricato l’applicazione, sarà quindi in grado di sfruttare quelle onde radio a corto raggio presenti su qualsiasi cellulare sfruttando la possibilità di far “comunicare” i codici identificativi anonimi di ciascun device con un altro, in questo caso attraverso i nostri smartphone, in una distanza di circa un metro.
Con l’ordinanza del 16 aprile 2020, si dà così il via al software gratuito compatibile sia con il sistema operativo iOS che Android per “aiutare a identificare individui potenzialmente infetti prima che emergano sintomi e, se condotto in modo sufficientemente rapido, può impedire la trasmissione successiva dai casi secondari”. stando a quanto dichiarato.
L’applicazione di contact tracing, come affermato nel sito del Ministero della Salute, infatti, permetterà di registrare “la prossimità tra cellulari delle persone con i quali il soggetto è venuto a contatto tramite dati non direttamente idonei a rivelare l’identità di una persona. Tali dati rimarranno all’interno del cellulare fino all’eventuale diagnosi di contagio. Il sistema non ha l’obiettivo di geolocalizzazione ma quello di tracciare per un determinato periodo di tempo degli identificativi criptati dei cellulari con il quale il soggetto positivo al virus è entrato in stretto contatto.”
L’app sembra permettere così non solo di registrare i dispositivi con cui e a cui si è stati esposti ma anche a che distanza e per quanto tempo dando la possibilità di ricostruire, sebbene in forma anonima, una mappatura di tutte le proprie “connessioni” effettuate, una serie quindi di quelli che diventeranno codici identificativi anonimi e che sono gli stessi che daranno la possibilità di venire a conoscenza, in tempi molto brevi e attraverso messaggi di notifica di quelle che potrebbero poi anche rivelarsi come esposizioni risultate positive.
Qualora un soggetto risulti positivo a seguito di un test, infatti, attraverso l’app, una volta espresso il consenso che autorizza l’operatore sanitario a generare il codice anonimo, l’utente lo potrà caricare e così inviare la notifica dell’avvenuto contatto positivo a tuttii diretti interessati e poter poi procedere di conseguenza.
L’app Immuni pare essere così uno strumento prezioso per la lotta tempestiva alla diffusione di Covid-19 anche grazie a quella che dovrebbe essere la tecnologia utilizzata: il cloud per la condivisione efficace e protetta delle informazioni ma non solo, infatti, Immuni ha anche la funzionalità di diario clinico in cui ciascun utente dovrà inserire la propria età, il sesso, la presenza di malattie pregresse e l’assunzione di farmaci.
Immuni tra luci ed ombre
“Fatta la legge, trovato l’inganno” si potrebbe pensare come frase riassuntiva privacy scettica per i tanti dubbi sul piano appunto della privacy che tale app sta già suscitando..
Ad infondere certezza, infatti, non sono bastati gli okey del Governo né l’ipotetico rispetto dei criteri dettati dalla Commissione europea tra cui l’anonimato, niente geolocalizzazione, bluetooth e volontarietà.
Ma cosa potrebbe accadere se l’archiviazione di questi dati online e super sensibili non fosse poi così al sicuro visti anche i rischi concretidi essere trafugati, venduti, spiati o anche nell’ipotesi errore umano? (Ve lo ricordate lo scandalo Cambridge Analytica – Facebook?)
Cosa accadrebbe se tutti quei dati criptati e decriptabili solo da un“soggetto pubblico competente” fossero invece affidati a società che di pubblico invece non hanno nulla?
Cosa accadrebbe poi se alcuni governi spingessero per un’inversione di tendenza in senso geolocalizzante, nel caso in cui la tecnologia Bluetooth non si rivelasse “abbastanza efficace” nella lotta a Covid-19?
In questa prospettiva il contact tracing potrebbe anche mettere a rischio la tenuta delle democrazie.
E poi tutti quei dati che fine faranno? Verranno cancellati? Come e quando?
Il cieco scetticismo non sembra essere comunque la risposta ai quesiti sopra posti.. ma le preoccupazioni in tema di Privacy su vari livelli sono prismatiche.
Urge tra i vari aspetti lo sviluppo di un unico sistema mobile in grado di rispettare i dati sanitari con trasparenza, interoperabilità e proporzionalità oltre che applicarsi nell’ottica della temporaneità dell’applicazione (alla luce del rischio reale che tali provvedimenti di monitoraggio perdurino anche una volta che Covid-19 venga debellato) e come auspicato dal Garante europeo per la protezione dei dati, Wojciech Wiewiórowski, e approfondito dalla giornalista in prima linea nella cybersecurity e privacy, Carola Frediani.
Ed è così che sorge un interrogativo, che per la sua portata potrebbe ricordare le speculazioni introspettive di Amleto, se non fosse che in questo caso non si tratta di un singolo ma della collettività.
Un interrogativo che ci porta indietro.. a quando prima di arrivare a parlare di Immuni, si poteva scegliere..
Scegliere tra una soluzione decentralizzata e una centralizzata..
Ma il resto sembra che lo conosciamo perché la scelta dei protocolli ricadde su quella centralizzata nonostante i suoi rischi..
Rischi a cui saremmo tutti esposti in quanto i dati che nel caso della soluzione centralizzata sarebbero rimasti all’interno dei dispositivi di ciascuno di noi, con i protocolli decentralizzati, invece, per il bene della collettività, devono essere presi in custodia, ma è proprio qui che sorgono i dubbi ed i rischi.. perché l’autorità che se ne occuperà dovrà essere onesta.. e non curiosa né sbadata.. dovrà proteggere quel vaso di Pandora.. che questa volta se venisse aperto perderebbe per prima cosa la speranza..
Allo stato attuale sappiamo che potremo scaricare una app, una app di cui non sappiamo nulla o quasi..
Una app di cui non si sa se sia pericolosa o meno per la nostra privacy..
Un app di cui non si sanno definire con certezza gli estremi di un eventuale contrasto con il GDPR..
Ambiguità.. ipotesi minacciose ma reali.. ancor di più se si pensa che il governo non ha ancora effettuato una DPIA al fine di verificare la sicurezza dell’applicazione in modo da garantire la minimizzazione dei dati.
Sembrano respirarsi così atmosfere alla Matrix o alla Big Brother, in un futuro sicuro ma ancora molto incerto.
Resta il fatto che la libertà dei cittadini di scegliere se scaricare o meno l’app, non dovrebbe trasformarsi nell’occasione per cui tradirne la fiducia nel caso appunto in cui questa dovesse essere concessa.
Una fiducia accordata perlopiù per il bene di tutti e non solo perqualcuno o più.
I dati sanitari che possono essere raccolti attraverso il diario clinico dell’app, infatti, possono rappresentare un aspetto molto appetibile sotto vari aspetti per tutti quei dati dettagliati in tema di salute.
Trasparenza, onestà e chiarezza sembrano essere quindi le parolechiave fondamentali per creare quella collaborazione multilivello di cui si necessità in questo momento e forse solo così si potrà auspicarne una “massiccia adesione volontaria”.
Resta il fatto che tutto ciò comunque dipenderà dalla partita che si vorrà “giocare”.. dagli eventuali scopi.. dai fini di breve e lungo periodo.. dalla considerazione che si può avere dei propri “compagni” di partita a diversi livelli..
La tecnologia può essere una preziosa alleata se il suo creatore ha ciò che a lei sembra mancare: una coscienza.