INFLUENCER & BENEFICENZA: il lato umano del marketing fa polemica
Natale si avvicina e in questo 2020 senza senso mai come prima sembra esserci il bisogno di esempi positivi, di racconti leggeri, di storie a lieto fine e di quella umanità che Covid-19 c’ha tolto negandoci il contatto.
E oggi tra quelle storie positive possiamo anche pensare con un accennato sorriso ad un binomio magari inconsueto ma non così impossibile: influencer e beneficenza.
Non è infatti la prima volta che i nomi di personaggi influenti e del jet set appaiono in iniziative benefiche e di celebrities dal cuore d’oro se ne possono contare veramente molte sia oltre oceano che nel nostro Bel Paese.
Ma l’esercito vip della beneficenza si è popolato anche di influencer che, anche se ad un primo sguardo, possono sembrare gli imbucati di turno, in quanto considerati ancora molto spesso agli antipodi di iniziative come quelle della beneficenza al contrario, invece, nonostante il background di marketing ossessivo si sono rivelati dei validi alleati ma non per questo esenti da polemiche…
In questo 2020 il nome “influencer” è infatti entrato tra le fila anche di iniziative benefiche e come durante la prima ondata della pandemia e durante quella che a tutti gli effetti può essere definita come un’estate influencer edition per la promozione e il rilancio in ottica di marketing territoriale della nostra penisola e che vide impegnate le star dei social e una in particolare: Chiara Ferragni.
Tra informazione, divulgazione di best practices di prevenzione, intrattenimento da lockdown e beneficenza, gli influencer si sono aggiudicati un interessante primato diventando un importante punto di riferimento per i propri followers e come documentato da alcune ricerche condotte da Ipsos e Flu.
Gli influencer diventano così a tutti gli effetti anche ambasciatori di messaggi importanti, di iniziative positive come raccolte fondi sui social e sul web raggiungendo importanti risultati con interventi tangibili e così meritare anche importanti riconoscimenti come l’Ambrogino d’oro che in una uggiosa giornata milanese ha visto premiare anche una delle coppie social più seguite.
Gli influencer sembrano così non fare solo il boom dei like ma anche di consensi offline rivelando le potenzialità trasversali del social media marketing e dell’influencer marketing per intercettare non solo potenziali clienti ma anche benefattori mostrando la fluidità di un concept sempre più radicato e da considerare con particolare attenzione in base alle diverse esigenze e possibilità.
Il coinvolgimento e la sensibilizzazione di un potenziale pubblico, infatti, non è una cosa semplice tanto più se si mira a veicolare un messaggio non solo in modo accattivante ma anche in una maniera tale che questo sia capace di “distrarre dalla distrazione” arrivando in modo così immediato da suscitare una reazione tangibile e che per questo si traduca in quella “conversione” che caratterizza il comportamento d’acquisto.
I linguaggi giusti per gli influencer, invece sono già stati rodati e calibrati sulla propria affezionata fan base che, fidelizzata e coinvolta emotivamente post dopo post basa la follwership su meccanismi di trust ed engagement ed è proprio così che pensare ad un testimonial famoso, oggi più che mai fa pendere l’ago della bilancia su personalità dei social anche quando si parla di campagne benefiche tanto che un binomio simile non sembra neanche più essere un’idea così folle per ottenere non solo interesse mediatico ma anche risultati in termini di comunicazione one-to-one e di reach.
Le icone social, infatti, raccontando le loro esperienze hanno permesso di sensibilizzare e di sdoganare anche alcune problematiche come quelle legate al bodyshamig, alla depressione, al cyberbullismo, alla violenza sulle donne, etc etc.. portando alla ribalta gli stati d’animo ed ecco come dalle belle foto e dai contenuti scherzosi si passa a messaggi più profondi e crossmediali.
Un esempio positivo e di pionieristica crossmedialità, infatti, lo si può individuare nel gruppo comico dei The Jackal che con ActionAid si impegnano per un mondo migliore anche se, dati alla mano, in Europa, la campagna di raccolta fondi di maggior successo sembra essere quella che ha visto i Ferragnaz a fianco di GoFundMe.
Il marketing della beneficenza
“Idealmente mi piacerebbe che i miei figli fossero orgogliosi di ciò che facciamo, del nostro impegno civico, al di là del nostro lavoro. Far capire che la responsabilità sociale che si ha quando si raggiungono certi obiettivi è importante tanto quanto gli obiettivi stessi.” (Fedez)
Non è la prima volta e molto probabilmente non sarà nemmeno l’ultima…ma è anche vero che se si dovessero mettere in pratica alla lettera i principi cristiani sul tema “fare del bene” si dovrebbe anche tentare di evitare che la propria mano destra sappia cosa fa la propria mano sinistra…
E sebbene tutto questo da un lato appaia come insindacabilmente vero agli occhi degli uomini e delle donne di fede e praticanti, dall’altro, nell’era dei social ciò risulta anche estremamente “anacronistico”.
Il tutto perché in un’epoca frenetica dove non esisti se non posti, e dove il numero dei like è direttamente proporzionale al successo nella vita, ci si rende conto di quanto anche essere buoni o fare del bene debba essere mostrato perché se così non fosse, magari, e senza troppi magari, nemmeno ci si crederebbe proprio a causa di quella sorta di delirio iperconnesso di San Tommaso moderni.
Ed è proprio per questo che la stessa propria identità e il proprio essere, oggi più che mai, passano per ciò che pubblichiamo tanto che noi stessi finiamo d’essere semplicisticamente ridotti al nostro feed.
Cresciuti a latte e tecnologia, infatti, i millenials come Fedez si riconoscono gli eredi della digital life iperconnessa dei nostri tempi che si realizza nel racconto e nel raccontarsi mostrando e mostrandosi in quel lifestream ipermediato da sempre.
E Fedez è proprio questo, il figlio di quella evoluzione che ha messo in discussione il broadcaster in favore dei social in una quotidianità digitallizzata che si rivela poi anche essere la stessa che ospita anche i delatori dei metodi social friendly ed è così che nel mirino delle critiche ci finisce l’operosità solidale definita ostentata per la platealità da tutti coloro che non apprezzano il postare la “responsabilità sociale”.
Le critiche infiammate anche dal conferimento dell’ambrogino d’oro 2020 si accompagnano così al disappunto che investe anche l’amministrazione di Milano tanto da spingerla a spiegare il motivo di quel premio ma che non ha comunque convinto coloro che sostengono che dietro quel attivismo altro non ci sia che l’ennesima trovata di marketing.
Resta il fatto che, anche stando a quanto poi ribadito dallo stesso Sindaco Sala, i Ferragnez avrebbero invece meritato quel riconoscimento proprio in virtù dell’altruismo e della sensibilità mostrata e che li avrebbe anche visti direttamente coinvolti mettendo la loro notorietà al servizio della lotta a Covid-19 peccato che non tutti condividano questa prospettiva e come Fabio Volo che, durante il suo programma “Il volo del mattino” su radio Deejay, ha colto l’occasione per palesare la sua profonda perplessità nei confronti dell’ultima “fedezzata” e che l’ha visto distribuire, a bordo della sua Lamborghini, aiuti economici ad alcune famiglie bisognose…
“La beneficenza si fa in segreto, io divento matto” (Fabio Volo)
Controrisposte, cifre spiattellate in pieno stile rapper, logica social dai meccanismi a volte difficilmente comprensibili come per i suoi metalinguaggi.. la beneficienza nel 2020 passa anche e soprattutto da qui e grazie a chi padroneggia una fan base disposta a tutto ma soprattutto ad essere influenzata ci si può rendere conto di quanto l’influencer marketing in piccolo o in grande presupponga un legame forte con la propria fan base, un rapporto di fiducia costruito nel tempo e che porta ad ottenere risultati interessanti quando si parla anche di iniziative benefiche ma è proprio grazie alla fiducia che passa attraverso un’immagine che la followership si salda con la riconoscibilità, il brand e quindi l’identità scelta come in grado di comunicare messaggi e valori affini ai propri codici ed è così che i linguaggi che sempre più spesso vanno oltre al “product placement” danno vita, invece, a dei veri e propri incubatori di messaggi forti che solo apparentemente passano attraverso la superficialità e la frivolezza del colore di un paio di scarpe.. e che magari possono anche essere disapprovati ma di certo risultano essere difficilmente attaccabili visti i numeri e i risultati ottenuti…
Per il resto… “posto che sono una merda, parliamo di quello che di buono questa merda sta facendo e vi invita a fare” (Fedez)