La vergogna del web: #Doxing
Truffe, vendette ma non solo.. ritorniamo a parlare di quella Wonderland che troppo spesso mostra il suo lato più oscuro trovando molte analogie in un iperconnesso Far West con tutte quelle minacce che si celano negli schermi della digital life e oggi parliamo di una sfumatura in particolare che riguarda tutte quelle “threat” che si realizzano attraverso lo “shaming” online.
Anche se questa parola potrebbe portare alla mente subito il concetto di “body shaming”, è interessante scoprire, invece, che in questo termine confluiscono anche altre realtà ma tutte con un denominatore comune: la vergogna.
Il leviatano web ha infatti dimostrato di essere una creatura molto complessa perché mossa da forze contrastanti e che lo rendono bipolare: da un lato paladino di progresso e democraticizzazione e dall’altro assetato veicolo di cannibalismo sociale e denigrazione pubblica.
Nel prismatico vortice della vergogna o dello shaming, rientra infatti il doxing (o doxxing) che consiste nella ricerca e diffusione pubblica on line con intento in buona parte malevolo di informazioni personali (nome e cognome, indirizzo, numero di telefono etc.), private e altri dati sensibili di una persona configurando un vero e proprio atto lesivo della sua privacy che nei contesti di “online shaming”, può rappresentare un rischio dalle conseguenze imponderabili per la loro gravità tanto da poter mettere a rischio la stessa incolumità di quelle che diventano delle vere e proprie vittime.
La gravità di questo tipo di divulgazione di dati, viene però ridimensionata nel caso in cui i dati diffusi portino a quella che viene identificata come una forma di hacktivism, come nel caso in cui essa abbia come bersaglio “criminali o autori di pratiche poco trasparenti che possono così essere portati all’attenzione delle autorità.”
Neologismo la cui traduzione significa “lancio di documenti” è apparso in internet verso la fine degli anni 2000 ma già conosciuto intorno alla fine degli anni ‘90 in quanto utilizzato da gruppi usenet e nelle hacker community come forma di vendetta personale durante le discussioni più accese e così nato dalla contrazione del termine inglese “documents” in “dox”.
Identificato come l’alter ego online del mobbing e quindi di tutti quei comportamenti persecutori e violenti di natura sia psicofisica che verbale esercitati nei confronti di singoli o di gruppi di persone, con questa pratica si concretizza non solo l’intimazione denigratoria di un attacco potenzialmente virale ma anche una ingerenza inaudita nella vita privata delle sue vittime.
Se pensiamo poi che il rischio pervasivo della sua ferocia si alimenta di tutte quelle informazioni che noi stessi condividiamo, si scopre quanto sia pericolosa quella vetrinizzazione a cui ci ha abituati l’overload in cui viviamo.
Con il doxxing, infatti, si dà il via ad un vortice di meticolosa ricerca di tutti quei dettagli della vita privata delle persone che a partire dal nome, dal posto di lavoro e di tutti i dati sensibili mira ad ottenere informazioni sempre più specifiche e dettagliate per tracciare il profilo della vittima tessendogli intorno una ragnatela da cui difficilmente riuscirà a liberarsi perché proprio tutti quei dati pubblicati online saranno fruibili da un pubblico potenzialmente inestimabile.
Atto lesivo della privacy, con il doxing, si configura il “reato” di violazione della privacy ma che sfortunatamente nella libertà dell’open source del World Wide Web dà anche la libertà di accedere a tutte quelle informazioni qui condivise e per questo non considerato illegale o sanzionabile: le informazioni recuperate in quanto già reperibili online risultano, infatti, divulgabili anche da terze parti e da qui nasce un ulteriore rischio quello di binomi fuorvianti che nei “vizi malevoli” come la mancanza di informazioni corrette o false accuse, all’ombra costante delle degenerazioni dell’hate speech pongono le basi di quella che con troppa costanza sfocia in atti volti a danneggiare la reputazione dell’utente e/o delle persone a lui più direttamente collegate con diffamazione, calunnia, persecuzione ma non solo, infatti, il doxing può anche degenerare in side effects trasversali come la perdita del lavoro da parte delle vittime, alla necessità di “scomparire” eliminando gli account social, al cambiare identità per sopravvivergli ma anche al cyberbullismo e come descritto in un articolo di Stephen Cooper.
Per mettersi al riparo dalla sua ferocia, infatti, quasi tutte le app e piattaforme hanno adottato delle politiche ad hoc, al fine di proteggere la privacy e la reputazione dei propri utenti iscritti.
Casus belli del doxing
Per vendetta o per semplice divertimento, che il movente sia identificabile nell’uno o nell’altro caso indicato, il doxing rappresenta un problema serio.
Non è da escludere infatti che anche un semplice scambio di idee divergenti sul web dia adito ad una escalation di circostanze che partono dagli insulti per finire nella raccolta delle informazioni personali per attaccare sul vivo il proprio “rivale” e così esporlo, senza via di scampo, ad una gogna mediatica da cui difficilmente potrà nascondersi.
Invadendo la privacy-condivisa di quella che diventa una vera e propria vittima di “shaming online” gli esiti possono essere deleteri ledendo la reputazione del malcapitato in maniera talmente profonda da dover sparire.
“Divulgazione online di informazioni personali che identificano l’utente, divulgazione di informazioni relative al passato che spesso un utente vuole mantenere nascoste e divulgazione di informazioni che potrebbero danneggiare non solo l’utente ma anche i suoi amici o parenti” sono i risultati ambiti dai trollatori esperti in doxxing che nel sniffing (o packet sniffing) e/o nel reverse look-up hanno dei fedeli alleati.
Precauzioni e accortezze per difendersi dal doxing
Consapevoli del fatto che le informazioni che noi condividiamo in rete costituiscono dei tasselli fondamentali a cui i nostri potenziali “diffamatori” anche seriali potrebbero appellarsi passando in rassegna le informazioni condivise nei social network dove molto spesso con superficialità ci lasciamo andare ad eccessi di zelo iperconnesso, ci espone alla necessità di familiarizzare con quella maggiore contezza sul fatto che proprio a causa di tutti quei dati, da noi divulgati, potremmo diventare bersagli particolarmente sensibili finendo nel mirino di quelle azioni di “investigazione” che potrebbero arrivare allo scandagliare gli indirizzi IP, in quanto ogni ricerca da noi condotta in internet lascia una traccia del nostro passaggio, il nostro indirizzo web, che così può diventare facilmente intercettabile per atti di hacking o phishing.
In ambito giornalistico, tale pratica è stata però oggetto di controversie tra coloro che la ritengono lecita al fine di indagini giornalistiche volte ad informare il pubblico su dettagli di interesse generale e coloro, invece, che la ritengono un’ingerenza indebita nella vita privata dei suoi protagonisti.
Diventa così fondamentale comprendere i rischi della propria dettagliata esposizione nel web, alla luce proprio di quella consapevolezza di netizen che sappia arricchire il savoir faire con una buona dose di know how in media education.
Ed è così che proteggere la propria identità e-mail, variare le password, utilizzare blocchi delle stesse per crearne di diverse per ciascun sito su cui si è registrati, attivare la procedura per rimuovere i risultati di ricerca che ci riguardano o il self-doxxing sono solo alcune delle possibili accortezze preventive per rendere più difficile il reperimento di informazioni sul nostro conto.
Nel maggio 2018 è poi entrata in vigore una nuova direttiva UE sulla privacy dei dati, denominata Regolamento generale sulla protezione dei dati e volta a rendere molto più difficile per le aziende detenere informazioni sugli users.
Con il GDPR, infatti, potranno essere avviate azioni legali contro “le società che non proteggono sufficientemente i dati personali in loro possesso, se trasferiscono tali dati al di fuori dell’UE o se non comunicano alle persone le informazioni di cui dispongono in archivio su di loro.”
Prestare una buona dose di cautela nella diffusione delle proprie informazioni rese disponibili online come i dettagli sul luogo di lavoro o altri dati sensibili come le informazioni sui minori della propria famiglia, oscurare le proprie attività online installando una VPN, restringere al massimo le impostazioni sulla privacy in tutte le piattaforme a cui si è iscritti facendo molta attenzione a tutto ciò che si pubblica evitando di scrivere commenti sotto post pubblici che potrebbero ledere la sensibilità di terzi, non inserire mai il proprio numero di telefono o indirizzo online, leggere con attenzione ogni aggiornamento sulla privacy eseguito dai servizi a cui si è iscritti. rappresentano solo alcune delle possibili accortezze per scongiurare questo tipo di attacchi.
Se ci aggiungiamo poi i “data brokers” e la crescente consapevolezza di far parte di un marketplace crossmediale dove sempre più aziende attratte dal “mercato dell’attenzione” traggono profitto dall’archiviazione e dalla raccolta delle informazioni insieme a dati relativi a molte altre persone, ci possiamo rendere subito facilmente conto di quanto risultino appetibili tutti i nostri dati che per questo spingono le aziende ad acquistarli da altre aziende o servizi.
Anche solo pensando a cose apparentemente inutili come nell’esempio di un sondaggio sul “profumo preferito” o simili, infatti, s’annida un potenziale interesse e quindi un possibile business per i broker di dati che, sebbene non vendano informazioni sulle persone però lavorano con grandi volumi di dati relativi a “delle persone” così identificabili in cluster di interesse per qualcuno.