Marchiati da covid-19: #parola di monatto
Padova,
Ines, 67 anni
Roberto, 54 anni
Questa donna e questo uomo non si conoscevano e forse non si conosceranno mai, ma le loro storie si sono incrociate, anche se a distanza, perché sia lei che lui hanno contratto il coronavirus.
Un motivo per cui avrebbero fatto volentieri a meno perché dopo Covid-19 nulla è più come prima.
Questi non sono i loro veri nomi, ma veri sono i loro ricordi ripercorsi passo passo fino al ritorno alla “quotidianità”.
Per le loro famiglie quelle guarigioni sono state una benedizione, ma per gli altri? Ines e Roberto saranno sempre le stesse persone di prima o qualcosa ai loro occhi cambierà?
È una primavera inoltrata anomala, le persone che si vedono circolare hanno tutte la mascherina.
Bar, ristoranti, negozi… tutto chiuso mentre davanti agli occhi ritornano scene di primavere passate in cui tutto era diverso.
Ci si saluta da distante, ci si parla da distante, si urla quasi..
Ci si chiede “va tutto bene? A casa? Saluta mamma, papà..” e la lista continua quasi per un intero albero genealogico quando si è fortunati…per il momento.
I marchiati da Covid-19
“Buongiorno dottore, da qualche giorno ho la febbre, 38 circa, oggi mi è pure uscita una tosse strana come metallica, mi bruciano gli occhi e la testa la sento pesante… ho preso la tachipirina ma non funziona..”
“Buongiorno dottore, mi sentivo strano e ho deciso di prendere l’antibiotico solo che sono passati ormai 5 giorni e non mi passa, per questo la chiamo, ho ancora la febbre e sento il fiato corto e ho gli occhi arrossati come da congiuntivite”
Qui le storie di Ines e Roberto si incrociano per l’iter che hanno seguito..
I loro rispettivi medici di medicina generale vista la sintomatologia vedono nel tampone un modo per capire se si tratti o meno di coronavirus.
Vengono mandate le mail al COT con i dati anagrafici, i recapiti, si segnalano tutti i sintomi, le patologie pregresse, l’eventuale vaccinazione anti influenzale, ed esami specifici come radiografie al torace.
Viene prenotato il tampone.
Il tampone viene fatto a domicilio.
Il personale specializzato raggiunge i pazienti a casa previa telefonata per accordarsi sull’orario.
Ines e Roberto fanno entrambi il tampone sulle scale del loro condominio appena fuori dalla porta di casa.
Passano 4-5 giorni prima che possano avere il risultato che verrà notificato al loro medico di base.
Passano 5 giorni aspettando quella telefonata che finalmente arriva: sconosciuti distanti ma uniti, entrambi risultano positivi a Covid-19.
Febbre, malessere, tosse, Ines può controllare la saturazione a casa; dice di avere una sorta di farmacia “quasi” per ogni evenienza e tra alti e bassi, la signora racconta che questo virus le ha fatto più paura che altro.
Paura per le conseguenze, per il non sapere se si sarebbe potuta aggravare da un giorno all’altro, per il sentirsi impotente di fronte alla consapevolezza che la sua storia sarebbe potuta finire anche così da un momento all’altro.
“Quest’anno ho fatto il vaccino – continua Ines – il mio medico me l’ha consigliato e quest’anno non so come mai ma ho deciso di farlo. Non ho particolari patologie, anche se soffro di pressione alta, non sono sposata e forse questo mi ha mantenuta sana anche se con qualche acciacco ogni tanto” e mentre lo dice sorride divertita.
Febbre, occhi arrossati, una strana spossatezza che fa girare la testa, il fiato corto e le promesse di non fumare più per Roberto.
I suoi giorni passati a casa da padre separato con il coronavirus sembrano essere stati più pesanti di quelli di Ines stando a ciò che racconta.
“Ogni giorno mi sentivo peggio, non avevo appetito, mal di testa, male al collo, quella tosse fastidiosa, l’affaticamento per ogni movimento, la nostalgia dei miei figli e poi un giorno dopo quasi un mese in cui mi sentivo sotto uno schiacciasassi ho cominciato a sentirmi meglio, ed è stato lì che ho cominciato a credere ancora di più alle promesse che mi ero fatto se ne fossi uscito.. e una di quelle è che avrei smesso di fumare e lo farò.. È passato più di un mese dall’ultima sigaretta e forse nella sfiga devo dire grazie al coronavirus.. mi ha fatto veramente paura” .
Ines è pensionata, Roberto lavora in smart working; non sa come sarà tronare al lavoro ma è ormai un pensiero fisso.
“Roberto.. Come se lo immagina il ritorno al lavoro? Pensa che l’aver avuto il coronavirus potrà avere qualche ripercussione sulle sue relazioni?”
Roberto dallo schermo del computer vedo che abbassa lo sguardo mentre arriccia le labbra sulla destra e risponde: “Mi spaventa.. il come potranno guardarmi i miei colleghi quando tornerò in ufficio, come mi potrebbero guardare i clienti se dovessero venirlo a sapere. Io ora sono guarito ma questo virus che non si conosce fa paura e ti lascia un marchio invisibile addosso e tu sei consapevole di averlo quel marchio e vorresti tenerlo nascosto.. essere anche tu tra i fortunati che non l’hanno preso.. quelli che devono essere protetti dal contagio.. messi al sicuro dal rischio di contatti infetti. E tu, invece, anche se infetto non ci sei più hai sempre paura di essere tu stesso una minaccia e te ne convinci magari perché sai che gli altri potrebbero vederti in quel modo e non come una persona che c’è l’ha fatta.
Non sono ancora uscito, la spesa me la portano.. però m’ha dato da pensare un fatto che m’hanno raccontato.
Pochi giorni fa ho sentito un mio amico che mi ha riferito di una scena successa appena fuori del supermercato dove andavo di solito…
Il mio amico era in coda fuori dal supermercato, c’è stato per un quarto d’ora scarso.. davanti aveva due persone, tutti avevano la mascherina.. quando ad un certo punto ad un signore, davanti a lui, viene un colpo di tosse.. fatto sta che m’ha raccontato d’essersi messo paura per il salto che ha visto fare a quello che stava poco più avanti e che poi è lo stesso che ha fulminato con lo sguardo quello che aveva tossito e che si è pure sentito in dovere di chiedere scusa e dire che non aveva il coronavirus.
Ma… mentre me lo raccontava pensavo a me.. e se lì ci fossi stato io..? Cosa avrei potuto dire e come avrebbero potuto reagire se avessi esordito con “bhe, io invece ce l’ho avuto.. ora sono negativo.”
Ci penso sa.. perché ho come la sensazione che prima o poi ci sarò pure io al posto di quel signore.. pure a me scapperà un colpo di tosse magari senza un particolare motivo e sentendo l’aria che tira lì fuori non so se sarei in grado di stare zitto.. ma forse sarebbe meglio … Magari, invece, non è così per tutti ma ho sentito altre storie anche alla tv di persone minacciate per questo: “Ci porti il covid””.
Queste parole di Roberto fanno venire in mente i racconti sulla peste di Manzoni e che sembrano temere “l’occhio medico” del Griso, lo stesso che oggi le persone potrebbero aver sviluppato…
Quello in grado di riconosce il “malanno” pestilenziale e anche se, questa volta di peste non si tratta, la portata della sua virulenza gli è valsa un simile paragone.
Ed è così che Roberto potrebbe essere paragonato a quel Don Rodrigo deI 33esimo capitolo dei Promessi Sposi e che, alla vista dei monatti che volevano portarlo via, urla “Posso ancora guarire”.
Roberto a differenza dello sventurato e dissoluto protagonista dell’opera però guarisce proprio come Renzo ma proprio come Renzo potrebbe essere confuso con un “untorello” piuttosto che con un monatto.
Come nei Promessi Sposi, infatti, i pochi guariti dalla peste che potevano considerarsi una classe privilegiata allo stesso tempo potevano invece essere confusi con gli untori ed è qui che si annida il timore di Roberto.
Un untore alla peggio o alla meglio un monatto da cui comunque diffidare proprio a causa di quel marchio che anche se invisibile, a differenza del mantello rosso o del campanello alla caviglia che nel 1600 li rendeva distinguibili, Roberto quello stigma lo avverte come lampante e per questo alla fine racconta di essersi ripromesso di tenerlo nascosto per provare a tornare alla normalità e dello stesso avviso, senza saperlo, è anche Ines.
Quegli occhi sospettosi con cui ognuno di noi alla fine dovrà fare i conti saranno una realtà perché come i sopravvissuti alla peste di Milano nel Manzoni anche noi con la ripresa ci troveremo a vivere, almeno ancora per un po’, con il timore diventando riservati, guardinghi, misurati e diffidenti.
Roberto però dal canto suo si sente anche sollevato e fiero dei sui anticorpi anche se il rischio di poterlo prenderlo di nuovo lo impensierisce ma una cosa l’ha chiara, esattamente come Ines: vivere con virtù di prudenza, per dirla alla Manzoni, non mettendosi nessun campanello al piede prima d’aver pensato a quello che potrebbe nascerci.
La paura reale per il virus potrebbe sfociare così nell’intolleranza e nella caccia al capro espiatorio non trovando sfogo a causa dell’invisibilità del suo nemico: un virus che sembra anche stia facendo covare negli animi delle persone un profondo risentimento per quello stato di impotenza ed isolamento..
Calcolo delle probabilità, prevenzione e protezione sono gli unici strumenti che abbiamo a disposizione per il momento e come avrebbe detto il saggio Bortolo a Renzo nei Promessi Sposi: “L’hai scampata, tu. Buon per te!”
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