Infanzie violate, ecco come si cresce sotto gli occhi di tutti: Sharenting, media moms and digital dads
Ritorniamo a parlare di foto e video privati condivisi senza il consenso dei protagonisti in un nuovo overload; pochi giorni fa, infatti, abbiamo affrontato argomenti delicati come il revenge porn e il sexting ma la condivisione senza consenso non si ferma qui e oggi proveremo a capire cosa si intende per sharenting.
Con il termine sharenting (share: condividere + parenting: fare i genitori), infatti, si indica il fenomeno ormai conosciuto per le dinamiche sui social che vede, come ignari protagonisti, i bambini sempre più esposti al dominio pubblico per lo zelo iperconnesso dei genitori che “si sentono il dovere” di pubblicare le foto dei figli non solo rendendo partecipe il web di qualche singolare “scoperta” ma anche di ogni singolo movimento e posa e il tutto, ovviamente, se ci pensiamo, senza il consenso dei diretti interessati: i piccoli.
E se da una parte il giornalismo dibatte sull’uso delle immagini e video ritraenti minori, dall’altra la loro tutela, per i genitori non sembra essere un valore meritevole di particolari speculazioni.
Ed è così che fin da “embrioni” i figli entrano a far parte della digital life, esposti alla ribalta dei social network; un ulteriore tassello che ci aiuta a comprendere come l’avanzamento tecnologico, infatti, abbia creato le basi per gli importanti cambiamenti della quotidianità di cui siamo protagonisti indiscussi nella creazione di nuovi fenomeni e nuove abitudini e forse sì anche un nuovo modo di vivere le emozioni.
Overload di stimoli, di impressions, di emoticon, di foto, video, aggiornamenti, informazioni, i bambini fin dai primi movimenti nelle pance delle mamme vengono postati con orgoglio digitale ed ecco come le bacheche dei social, le stories e chi più ne ha più ne metta si riempiono di immagini inedite: la foto della prima ecografia.
Ma sorge spontanea una domanda non è forse che tutto questo può anche rappresentare un rischio per la sicurezza dei dati personali e per il rispetto della privacy?
La risposta, per quanto ci possa sembrare un comportamento ben lontano dell’essere condannato visto che ormai lo fanno tutti a partire dai genitori influencer, vip, pseudo tali, amici, parenti, amici degli amici, amici mai visti.. che si guardano bene dall’oscurare il visino dei loro babies.. questa pratica ci mostra che nessuno ne è escluso e la gioia per l’arrivo del nascituro sembra essere talmente incontenibile da dover spoilerare a più gente possibile se il fiocco sarà rosa o azzurro a cui aggiungere più o meno imminenti dirette dalla baby shower.
SHARE O NON SHARE, this is the question..
Diversi studi condotti tra il 2016 e il 2017 (Maxim, Orlando, Skinner, & Broadhurst, 2016; Steinberg, 2017), hanno riportato come le immagini condivise in rete dai genitori spesso e volentieri finiscano in siti pedopornografici e motivo per cui la condivisione di informazioni e foto diventa foriera di comportamenti illeciti da parte di malintenzionati; un rischio troppe volte ignorato ma esistente e proprio per questo affrontato attivamente da realtà come l’Australian Children’s e Safety Commissioner (2019) e l’American Academy of Pediatrics (McCarthy, 2017) che si sono sentite in dovere di sottolineare, nelle loro linee guida, la necessità di trasmettere ai genitori una maggiore consapevolezza nell’utilizzo del web con un uso adeguato delle impostazioni e delle configurazioni dei social network.
Lo sharenting se da una parte mostra l’affezione dei genitori per i figli e i loro “best moments”, dall’altro sottolinea la necessità di una tutela multisfaccettata se non garantita in primis dai genitori.
I bambini piccoli, infatti, sebbene non abbiano ancora sviluppato le competenze cognitive necessarie per comprendere appieno il concept relativo alla “propria identità digitale”, questi, con la preadolescenza, invece, iniziano ad essere man mano più consapevoli anche grazie alla progressiva dimestichezza con la digital life: si cominciano, infatti, a notare i comportamenti dei propri genitori sui social network cominciando, così, anche a prendere coscienza della presenza dei propri dati sul web.
Una consapevolezza che con il passare degli anni diventa sempre più cosciente e che per i ragazzi, come osservato da alcuni studiosi dell’università belga di Antwerp ha mostrato attraverso dei focus group di adolescenti con un’età compresa tra i 12 ed i 14 anni, che la condivisione di immagini private da parte dei loro genitori non incontrava unanime favore per cui alcuni avrebbero palesato il timore e l’imbarazzo per quelle foto che per quanto buffe potevano diventare motivo di bullismo mentre per altri, i più iperconnessi questo non rappresentava motivo di filiale “ammonimento”.
Il disagio espresso da alcuni di quegli adolescenti dei focus group esaminati dall’università belga in merito ai contenuti condivisi dai genitori hanno così rivelato come i ragazzi necessitino d’accettazione da parte dei gruppi di riferimento o d’ispirazione tanto da risultare essenziali per il loro processo identitario e dove la paura per eventuali giudizi negativi innesca meccanismi perversi di dipendenza dai feedback della rete.
Lo spread incontrollabile di una delle classiche abitudini dei genitori: mostrare foto rubate, incorniciate, ingrandite, ristampate dei successi grandi o piccoli dei figli se non fosse che in pochi click diventano di virale dominio non rappresenterebbero un grande problema se non, appunto, per il loro potenziale esplosivo che, in mani sbagliate, può innescare una grande minaccia: nelle foto condivise con “parentale” candore, infatti, di deleteria rilevanza sono i metadati, ossia tutte quelle informazioni sulla localizzazione che possono consentire l’identificazione del minore che appare nell’immagine.
Per questo motivo è necessario sviluppare una coscienza critica della reale pericolosità della condivisone di contenuti privati riguardanti i propri figli e che porta al bisogno di sensibilizzare i genitori sulla tematica creando un clima di dialogo con i figli adolescenti in modo da costruire un rapporto di solida fiducia e costruttivo soprattutto nel confronto su tematiche che non possono escludere.
L’ebbrezza iperconnessa dei genitori più o meno consapevoli dei potenziali rischi che fanno correre ai propri figli con questo tipo di comportamenti trasforma il “parenting” in “sharentig”.
Rendersi conto che tutto ciò non è né un gioco né un grande album di famiglia in cui vince chi ha più foto, ci obbliga a considerare come fondamentale e obbligatorio diventi l’uso consapevole della rete non solo da parte dei ragazzi ma anche dei loro genitori mettendoli così anche al riparo da possibili “ricorsi” per vie legali da parte di quei loro figli che, sentendosi violare nella loro immagine, una volta adulti, possono anche decidere di denunciare l’abuso genitoriale per aver condiviso, senza il loro consenso, materiale (foto o video) che li ritraeva; in Francia, infatti, i genitori possono essere denunciati dai loro figli per tali condivisioni avvenute senza il loro diretto nulla osta.
La legislazione francese sulla privacy, infatti, prevede un obbligo di responsabilità di ciascun genitore nei confronti dell’immagine dei figli. Fino a un anno di detenzione o 35mila euro di multa per chi pubblichi immagini di bambini, figli compresi, senza il consenso del o degli interessato/i. [Leggi tutto]
Decisione che in Italia ha trovato fondamento nell’art. 96 della Legge sul Diritto d’Autore che prevede che il ritratto di una persona non possa essere esposto senza il consenso dell’interessato, salvo alcune eccezioni. Oltre a ciò è stata rilevata la tutela rafforzata del minore in virtù dall’art. 16 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo del 1989 fondamento che nella sentenza del tribunale di Mantova (del 2017) ha stabilito che per la pubblicazione delle foto dei figli occorre necessariamente il consenso di entrambi i genitori; in caso contrario la foto non è pubblicabile.
Mamma Google: narcisistica vetrina
Esplorare il web e scoprire come si era e rimanerne indesideratamente imbarazzati; è proprio questo che accade quando i bambini cominciano a googlarsi. [Leggi tutto]
Le foto dei figli online che male dovrebbe fare?!..Lo fanno tutti..
Ma è proprio così che le vite dei bambini finiscono sul web, perché, semplicemente, ce le hanno messe i genitori.
Orgoglio, vanità, superficialità? I bambini si googlano e molto spesso quello che trovano non gli piace.
E se a quell’età il coraggio per dire di essere in disaccordo con i propri genitori manca¸ resta il fatto che lo scoprire che i propri dati personali sono alla mercé di tutti nella loro “scoperta” in Google per molti questo ormai rappresenta e ha rappresentato un vero e proprio rito di passaggio che i genitori non hanno ancora immortalato e così fissato aggiungendo anche quell’espressione alla lista infinita dell’album di famiglia digitale dei millennial.
Figli sempre più esposti, in vetrina, consapevolmente o inconsapevolmente perché ancora troppi genitori non si rendono conto dei rischi in cui potrebbero incorrere sia in prima persona se denunciati dai loro ragazzi una volta diventati maggiorenni ma anche dei rischi che, invece, possono far correre ai propri figli a causa di quei metadati di localizzazione che si celano dietro le immagini da loro condivise ed è così che lo sharenting inconsapevole potrebbe ritorcersi contro.
Un processo quello a cui stiamo assistendo e di cui siamo protagonisti che il sociologo Vanni Codeluppi, definisce con il concetto di “vetrinizzazione sociale” volendo così indicare il fenomeno di “esposizione in vetrina” di sé stessi in un overload di narcisismo a dimostrazione che la nostra società e il racconto di essa ormai si basa sul visual storytelling con il primato dell’immagine sulla scrittura e che per McLuhan avrebbe preso il nome di ritribalizzazione.
Ognuno di noi nella società da sempre cerca un ruolo autorealizzante che gli dia riconoscimento sociale e come osservato nella piramide di Maslow, oggi, la creazione della propria immagine è sempre più virtuale nella condivisione per lo più volontaria di momenti significativi della propria esistenza offline che porta ad un incremento cumulativo del lifestream di ciascuno di noi ed ecco come noi stessi ci autoprofiliamo divulgando dati super sensibili.
L’ormai “epidemica” diffusione dei social ha coinvolto tutti, nessuna fascia d’età esclusa, in un flusso comunicativo che unisce sempre più vita privata con vita pubblica.
E se fino a qualche tempo fa i ricordi personali sarebbero stati custoditi gelosamente oggi, invece, sono divulgati e fruiti voracemente; ed è proprio così che i genitori diventano “media moms and digital dads”: mettendo nella vetrina web i propri figli.
Il progresso tecnologico ha modificato la società portando all’evolversi di una cultura che invoglia a essere inglobati dalla rete e quindi a esporre a un pubblico quanto più vasto possibile ogni oggetto o azione che rende orgogliosi: da una gratificazione lavorativa, a un luogo visitato… ai propri figli.
E sempre così il potere dei “like” conquista anche gli adulti diventando dipendenti e spingendoli a condividere sempre di più senza pensare alle conseguenze: genitori trasformati dalla digital life in “potenziali distributori di informazioni personali dei propri figli al pubblico di massa”.
La digital life si impadronisce di noi creature fin dalla genesi del nostro essere in un imprinting che diventa “tatuaggio digitale” in dote dai nostri genitori.
Non ci sarebbe nulla di male se non fosse che ciò che si pubblica in rete è peggio dei diamanti: per sempre, ma veramente sempre; un inconveniente non da poco, una vera e propria insidia anche di rilevanza penale quando legata al furto dell’identità e delle relative immagini o alla geolocalizzazione; rischi in grado di danneggiare i figli sia da un punto di vista psicologico ma anche sociale.
Tutte quelle foto condivise, infatti, sono come le briciole di Hänsel e Gretel nella speranza di ritrovare il tragitto per tornare a casa, se non fosse che qui il tragitto si delinea in modo molto, forse troppo chiaro plasmando la loro identità digitale; “i dati personali immessi nei social, infatti, possono essere registrati da tutti i contatti e dai componenti dei gruppi a cui si è aderito, rielaborati e diffusi, anche a distanza di anni.”
In merito si è pronunciato anche il Garante della Privacy nell’opuscolo “Social Privacy” del 2014 dichiarando come non esistano più “barriere tra la vita digitale e quella reale” e dove tutto ciò che “succede on-line sempre più spesso ha impatto fuori da Internet, nella vita di tutti i giorni e nei rapporti con gli altri”.
Da questo l’importanza di rafforzare la centralità della scuola nel ruolo di formazione non solo dei più giovani fornendo gli strumenti e le competenze necessarie che aiutino i cittadini non solo di domani a comprendere in modo strategico i media con cui si convive quotidianamente analizzandoli in una vera e propria analisi swot in tutti i loro aspetti sia positivi che negativi.
Attraverso il Piano Nazionale Scuola Digitale, infatti, tramite i finanziamenti del Fondo Sociale Europeo relativi alla “Cittadinanza e Creatività Digitale” ci si sta impegnando per costruire percorsi educativi che avvicinino gli studenti ai punti fondanti della cosiddetta “educazione civica digitale”: lo spirito critico che responsabilizza e dà gli strumenti per difendersi dall’overload prismatico in cui viviamo.
Dimenticare che l’educazione digitale dei netizen non deve focalizzarsi esclusivamente sui cittadini di domani, però rappresenta una lacuna che diventa un ostacolo che a sua volta si nutre del vuoto informativo e formativo nei confronti dei genitori e non solo degli studenti.
Coinvolgere, informare, sensibilizzare diventano così parole chiave che valgono non solo per il tema dello sharenting ma rappresentano il focus di una riflessione generale che riguarda l’uso della tecnologia, diventa così necessario familiarizzare con le regole della privacy dei siti con i quali si condividono contenuti; usare cautela prima di pubblicare informazioni sulla posizione dei propri figli; evitare di condividere foto che mostrino i minori nella loro naturalezza; valutare gli effetti a breve e lungo termine della condivisione di contenuti che riguardano la propria prole, in una parola: consapevolezza.
Piccoli figli di influencer crescono…
Figli e figlie di… e tra tutti questi svetta il piccolo Leone Lucia, il figlio di Fedez e Chiara Ferragni finito online fino dal suo concepimento e già una piccola star...a cui s’aggiungono Aurora Ramazzotti, Achille Costacurta ma…la lista potrebbe essere molto lunga…
Occhi azzurri, tanti riccioli biondi e un sorriso a pochi denti che rapisce il cuore dei follower e addolcisce la cattiveria degli haters più accaniti della famiglia Ferragnez.
In un’epoca in cui l’esibizionismo s’impadronisce del privato e rapisce i momenti anche più intimi della nostra vita ma non solo risucchiando inconsapevolmente anche quelli di tutti coloro che amiamo come nello sharenting; oggi la moda per il personal branding come chiave di successo spinge blogger, influencer e aspiranti tali a investire ogni giorno della loro esistenza per mostrarla agli altri e fare tendenza con tutti i brand che si affastellano per essere mostrati, indossati in un product placement affollatissimo.
E così nascono le mamme blogger, i papà influencer pieni zeppi di valori ma soprattutto di sponsor disposti a pagare fior di sponsorizzazioni di varia natura pur di aggiudicarsi la presenza in uno o più post o in stories da mostrare ad un affamatissimo e fedelissimo pubblico social che non aspetta altro che l’aggiornamento di quei snackable contents.
Ed è così che con il passare del tempo si è passati da “È nato Leone, il figlio di Chiara Ferragni e Fedez” ad un sarcastico “Leo is always happy to go out” in un racconto social friendly e mainstream della loro vita che da prima che arrivasse stava già raccontando di Leone; Leo, che lo voglia o no ha già una strada segnata dai suoi genitori: sarà un personaggio pubblico che non nasconderà nulla dicono…
Forse i “genitori adolescenti” made in 2019 hanno dimenticato il ruolo di custodi dei dati personali dei figli diventandone, invece, i divulgatori tanto che ad oggi non di rado si può anche assistere ad episodi come quello della bimba che va in panico se qualcuno tira fuori uno smartphone o del ragazzino che una volta scoperto che la madre aveva l’abitudine di fotografarlo mentre dormiva, da quel momento non è più riuscito a dormire sonni tranquilli: malesseri che diventano dei veri e propri campanelli d’allarme causati dai comportamenti dei genitori. [Leggi tutto]
Le foto sono materiale delicato e a dimostralo sono la loro valenza anche in caso di divorzio tra i genitori, infatti, le foto pubblicate da uno dei due genitori possono essere citate nelle cause per sottolineare l’inaffidabilità dell’ex e chiedere l’affidamento esclusivo del bambino ma questa è un’altra storia..
… “Un’immagine vale più di mille parole” (Confucio)
[Immagine copertina]