FOBO, “Fear of better options”
“Se avessi potuto, se fossi andato, se avessi…”
Quanti dubbi, quanti tentennamenti a causa dell’indecisione ed eccola lì in tutta la sua ipocrita serenità e modestia ma consapevole d’essere ladra di opportunità…
Chissà quante volte avremo pronunciato frasi come quella che apre questo paragrafo.. frasi pronunciate ogni volta che non abbiamo avuto il coraggio di metterci in gioco e di cogliere tutto ciò che la vita ci offriva volta per volta..
E chissà quanti rimpianti, poi, per non averle sapute cogliere..
Dopo la FOMO (fear of missing out) il web ci consegna un’altra sua patologica devianza la FOBO: “fear of better option”, la “nuova” “fear of missing out”, e che letteralmente significa: “paura di rinunciare alle opzioni migliori” o anche “massimizzazione” della ricerca che diventa insaziabile e spasmodica al fine di “scovare”, continuando a considerare, tutte le papabili opzioni per la paura di perdere, appunto, la “migliore” ed è così che si può dare il benvenuto all’indecisione, alla frustrazione, allo stress, al rimpianto, e all’infelicità di essere immersi in un overload di possibilità.
Una paura devastante, se ci pensiamo bene, perché può condurre ad una sorta di inerzia in attesa sempre di qualcosa di meglio che forse mai arriverà…ma che consuma la vita.
Scelte apparentemente semplici come quale programma guardare in TV, cosa mangiare per cena, dove andare il weekend fino alle decisioni più significative come quelle che riguardano la scelta di un lavoro, diventano, invece, interrogativi amletiani da cui fuggire categoricamente ed è proprio così che la FOBO insidia ogni aspetto della vita che è costituita proprio da quelle piccole e grandi scelte a cui siamo chiamati ogni giorno: le nostre “choices stories” e forse la FOBO è proprio questo: “scegliere “ di non vivere.
E se scegliere di non scegliere rappresenta già una scelta, è però anche vero che la non scelta comporta comunque delle conseguenze; dove, essere “affetti” da FOBO, oggi più che mai, infatti, risulta essere invalidante perché il mondo iperconnesso dei nostri giorni ci espone a continue scelte e non farle potrebbe portarci in un baratro di solitudine alienante.
FOBO diventa così “paralisi dell’analisi” e conseguenza diretta, se ci pensiamo bene, proprio di quel overload a cui siamo esposti ogni singolo giorno e in ogni momento della giornata e che, se fino a poco tempo fa rappresentava solo una minaccia fantascientifica, oggi, invece, è diventata una triste realtà: incapacità di scegliere causata dell’imbarazzo della scelta dovuta ad un continuo e martellante afflusso di call to action alla scelta tra una miriade di scelte ed è così che colui che la prova, per non restare deluso da “una scelta sbagliata”, decide di non scegliere.
E se da una parte tutto ciò può anche essere considerato come insito nella natura umana che ci porterebbe proprio per questo a “volere il meglio”, dobbiamo anche pensare che trincerarsi dietro queste nostalgiche ed evoluzionistiche spiegazioni non ci scagiona dal nostro essere ignavi moderni.
La tracotanza di stimoli, di messaggi, di informazioni, di prodotti e di ogni altro possibile immaginario, aiutati dalla tecnologia e dall’accesso al web, nonostante ne siano esclusi ancora in molti, sono stati potenziati nei loro effetti di stordimento del ricevente che si trova ormai incapace di prendere una decisione definitiva, chiara ed identificativa del proprio sé reso invece patologico da due “fobie”: la FOMO e la FOBO.
Le nostre capacità di confronto, infatti, se da una parte hanno aperto i confini massimizzando le opportunità, dall’altro hanno menomato le nostre capacità intellettive e ad oggi versiamo costantemente in uno stato di iperattività multitasking che ci porta a fruire i contenuti in maniera superficiale nell’insinuarsi della dipendenza atrofizzante il discernimento dato appunto dalla nostra iper-esposizione.
Le scelte appaiono, così, sempre più difficili per la presenza di centinaia di migliaia di “opzioni”: “Vai su Amazon per comprare un paio di lacci bianchi e hai più di 200 scelte, mentre 50 anni fa andavi a Woolworths e sceglievi tra tre”.
Incapacità di prendere una decisione che sembra essere, quindi, una normalissima conseguenza dell’eccesso di opzioni a nostra disposizione tanto più se queste risultano essere tutte papabili, interessanti, accattivanti ma soprattutto quando si tratta non di acquisti da ponderare ma comportamenti d’acquisto quotidiani o quasi e che possono incorrere in una maggiore titubanza non solo perché “più o meno si somigliano tutti” ma anche a causa di una non ben definita affezione per un particolare brand.
In questo modo si delinea, però un aspetto molto particolare della FOBO, il narcisismo, infatti, il non prendere una decisione che ci riguarda da vicino, piccola o grande che sia, contempla un certo grado di interesse, se non accanimento per la scelta migliore per noi stessi e da qui la spasmodica attesa per qualcosa d’altro e che porta alla non scelta.
Non scegliere oggi ciò che sarebbe già un plus per noi per la speranza che domani arrivi qualcosa di meglio o molto meglio sembra far rivivere l’interrogativo del “è meglio un uovo oggi o una gallina domani?” solo che il ventaglio delle possibilità su cui ciascuno di noi può contare nel nostro quotidiano iperconnesso risulta essere un enorme OGM.
Strenght or weakness
Ciò che una persona può intendere come una debolezza per un’altra, invece, può essere un punto di forza.
Re Mida trasformava in oro tutto ciò che toccava, il pelide Achille, invece, di divina genia aveva sete di gloria e immortalità se non fosse stato per quel suo unico punto debole, piccolissimo in un corpo forgiato da mille battaglie..
Sia uno che l’altro nonostante, apparentemente, avessero tutto, in realtà mancavano di qualcosa.. ma l’abbiamo capito: l’imperfezione è condizione intrinseca all’uomo nel suo tendere sempre all’oltre, al di più nel superare sé stesso come lo furono Babele e le Colonne d’Ercole.
Quelle velleità tramandate e archetipali oggi sono diventate “voglio fare tutto”, che è FOMO e “voglio di meglio del meglio” che, invece, è FOBO, il ghetto autoimposto dei privilegiati.
Dei privilegiati perché il disporre di alternative e il poter scegliere presagisce la presenza di diverse opzioni.
Patrick J. McGinnis, lo scrittore americano che ha coniato il termine FOMO, a proposito della FOBO, fa un esempio che ci mostra come questo aspetto sia presente ovunque affermando d’essere “arrivato a credere che la situazione della Brexit sia Fobo. Fobo è l’incapacità di scegliere tra uno dei tanti risultati accettabili. Potrebbe non piacerti la Brexit, ma ci sono molti modi accettabili in cui potrebbe essere strutturata, senza fare nulla. Ma ogni volta che l’onorevole May ha presentato una proposta ai Comuni, non ha potuto ottenere una votazione perché tutti i parlamentari stavano aspettando un’opzione leggermente migliore”.
Il ragionamento sembra non fare una piega se non fosse che il pensiero di Nicky Lidbetter, amministratore delegato dell’organizzazione di beneficenza Anxiety UK, apre ad un’altra riflessione quando dice che è possibile che la FOBO e quindi l’ansia che si accumula per diverse questioni e la stessa paura di scegliere l’opzione migliore “è più probabile che sia collegato o un trigger per una condizione di ansia preesistente invece di essere sufficiente a giustificare di essere classificato come un disturbo d’ansia a sé stante.”
Secondo McGinnis FOBO rimane, però, “paura di lasciarsi andare” perché quando si fa una scelta per forza di cose ci si trova ad escludere l’altra ed è proprio qui che nasce la paura di dover pentirsi per l’opzione scartata ed è così che, pian piano, ci si convince che forse, per evitare il pentimento ma anche i rimproveri quando facciamo di testa nostra e falliamo, finiscono con l’esporci ad anaforici “te l’avevo detto” che un po’ per autodifesa ma anche per sopravvivenza al senso di colpa semplicemente portano al non decidere mantenendo così aperte tutte le opzioni.
Massimizzatori e satisficers
La psicologia può aiutarci a comprendere i processi decisionali e proprio grazie a questa possiamo anche mutuare due termini: “massimizzatori” e “satisficers”.
I massimizzatori, infatti, sono persone che s’accingono al processo decisionale con il solo fine d’ottenere il massimo beneficio, stabiliscono standard elevati ma molto spesso vengono delusi quando non li raggiungono e per questo indugiano su ciò che è andato perduto piuttosto che concentrarsi su ciò che invece hanno, i “satisficers”, al contrario, sono protagonisti di scelte basate su criteri modesti, si accontentano ma godono molto di più e forse si, vivono pure meglio.
In tutto questo il ruolo della tecnologia risulta essere fondamentale perché proprio questa, input dopo input, ha trasformato buona parte di noi in massimizzatori potenziati a causa della nostra insita predisposizione biologica al volere sempre il meglio.
Poter scegliere è espressione di libertà ma scegliere non sempre è facile tanto più se ci si trova a scegliere non tra 10 opzioni ma tra 100, 1000 e forse si, molte ma molte di più.. ed è così che una maggiore possibilità di scelta può diventare anche dannosa ed inficiare il processo decisionale.
Secondo alcuni studi condotti da Iyengar e Lepper (1999, 2000) coloro che hanno beneficiato di un numero ristretto di opzioni di fronte ad una scelta traevano maggiore soddisfazione dalle loro decisioni e si delinea, così, la distinzione dicotomica mutuata dalla psicologia di cui accennavamo in apertura di paragrafo e proprio qui possiamo individuare una di quelle due categorie che abbiano indicato: i satisficers.
Dall’altra, invece, abbiamo i massimizzatori che tendono si a prendere decisioni migliori ma che danno meno soddisfazione e per questo risultano di gran lunga meno soddisfatti rispetto a coloro che prendono decisioni meno ponderate e meno ricercate (i satisficers).
Del resto bisogna anche ammettere che è pretenzioso ma soprattutto pressocchè impossibile riuscire ad esaminare ogni papabile opzione prima di prendere una decisione ed è proprio così che si comprende come il raggiungimento del miglior risultato possibile sia inversamente proporzionale alla ponderatezza del processo decisionale in quanto è per sua stessa natura irrealistico pretendere di possedere “informazioni complete” sotto ogni minimo dettaglio nel processo decisionale e come sostenuto dagli economisti Kahneman & Tversky (1979, 1984) in quella che diventa sempre più una consapevolezza e come ribadito in “The Paradox of Choice: Why More Is Less” di Barry Schwartz in cui si mostra l’attivazione del “dissidio interiore” che provoca quel dover scegliere tra “troppe” scelte. [Leggi tutto]
Resta il fatto che imparare a scegliere non è una cosa facile tanto più quando ci si trova di fronte ad interrogativi che possono sconvolgere la vita.
Mirare ad un risultato soddisfacente piuttosto che alla perfezione sembra essere quindi l’unico modo per concedersi la vera serenità e soddisfazione ma anche per questo ci vuole un ritorno alle nostre capacità “animali” nella necessità di riallenare l’istinto dell’intuizione assopito dall’overload che insinua indecisione e ripredere, invece, fiducia.
“Imparare a scegliere è difficile. Imparare a scegliere bene è più difficile. E imparare a scegliere bene in un mondo di possibilità illimitate è ancora più difficile, forse troppo difficile.” – Barry Schwartz
….Ma forse è proprio vero la felicità non sta nella cristallina perfezione ma in una prismatica imperfezione..
…in quel “abbastanza buono” che diventa “perfetto”..