Il patto delle generaliste per non morire: la TV si fa social
Programmi a portata di HASHTAG, TWEET, POST, MEME e sempre più presenti nei nostri smartphone
“La vita potrebbe essere divisa in tre fasi: Rivoluzione, Riflessione e Televisione. Si comincia con il voler cambiare il mondo e si finisce col cambiare i canali” (Luciano de Crescenzo)
Luciano de Crescenzo aveva intuito come la tv e ad oggi i new media sarebbero stati in grado di distrarre i nostri ardori facendoci impugnare prima un telecomando e adesso uno smartphone.
Che poi se ci pensiamo bene i new media sono anche in grado di fungere, in un certo senso, da valvola di sfogo per noi repressi e alienati del nuovo capitalismo raccogliendo le nostre frustrazioni trasformandole in emoticon e commenti tracotanti d’odio.
La social tv è un fenomeno che ha permesso alla tv generalista di continuare la sua lunga agonia; rendendo anche possibile alla programmazione televisiva di essere accolta nel mondo chiacchierone dei social diventando argomento di dibattito ed interazione tanto che la sentiment analysis dei commenti online ha acquisito credibilità nella stessa valutazione delle performance di un format in quanto coscienti che l’ecosistema in cui tutti sguazziamo non è più solo multicanale ma multischermo e proprio così si rincorrere la soddisfazione dei pubblici-prosumer che sono anche abbonati-digitali quindi non solo nelle sfide di share di prima serata ma anche sui siti, sulle piattaforme e nelle community ufficiali di Facebook e Twitter: l’unico modo per entrare in contatto con la porzione più giovane del pubblico in fuga dalle generaliste ma allo stesso tempo regalando una seconda vita a spettacoli che altrimenti sarebbero stati spacciati aumentandone la stickiness da parte degli spettatori che, così, grazie all’interazione cross-piattaforma poteva riuscire a fidelizzare le platee preesistenti ma sempre più distratte.
Il potere del buzz generato online anche solo prima della messa in onda di un programma, infatti, genera il mix vincente di attesa che si traduce in successo per le aziende in termini di audience lineare e di partecipazione nel web e dove fanno da padroni reality, talk show e i varietà tradizionali in grado di attivare e animare l’interazione durante la loro visione con un elevato numero di commenti che vanno dalla conduzione ai momenti topici alle opinioni degli e sugli ospiti del programma.
Ma che il buzz non si limiti solo a queste tipologie di entertainment ce lo rivelano i fatti che hanno visto protagonista sui social la neo eletta ministra all’agricoltura Teresa Bellanova, per il governo Conte bis: nell’occhio del ciclone dei social i suoi outfit che, per i commenti ricevuti e gli hashtag e tweet dedicati, ricordano la rubrica #modacaustica del programma Striscia la notizia.
La politica, infatti, è sbarcata nei social con battaglie all’ultimo tweet e affini, uscendo dai parlamenti vedendo nella tv uno dei suoi possibili schermi ma negli smartphone il vero fedele alleato.
Ma tutto questo può dare origine a quel digital devide che secondo Giampaolo Rossi del CdA Rai porta allo scontro tra “due visioni culturali profondamente diverse: da una parte i neoliberisti, convinti che la vasta offerta di contenuti commerciali declinata su innumerevoli piattaforme sia oggi sufficiente da sola per garantire un servizio pluralista; dall’altra i difensori del ruolo indispensabile di un broadcaster statale a tutela della popolazione economicamente più debole che non può permettersi pay tv e pay app.”
Resta il fatto che si potrebbe anche affermare che la social tv abbia decretato l’esistenza di quel telespettatore-prosumer multitasker che non accetta di rimanere a guardare in silenzio ed è così che realtà come quelle di Rai hanno dichiarato apertamente d’aver compreso l’importanza di relazionarsi con l’ambiente social del web offrendo allo user un salvagente in grado di permettergli di navigare senza intoppi fornendogli anche i mezzi per ricomporre la frammentazione non solo dei canali televisivi ma anche dei contenuti e più in generale delle informazioni che si possono trovare nel web e come più approfonditamente riportato non solo nella dichiarazione del consigliere CdA Rai Rossi, contenuta nel libro di testo Social TV, ma anche nelle parole del direttore di Rai 2 Carlo Freccero e come da lui stesso ribadito in occasione del decimo anniversario del festival di cultura digitale Medioera tenutosi a Viterbo i primi di maggio del 2019.
Nelle parole di Rossi “il fatto stesso che tra le varie pagine social di Rai svettino quelle legate alle news è specchio del bisogno degli italiani di far fronte all’overload informativo in cui viviamo. Si cerca una fonte dotata di sufficiente autoritas e neutralità per verificare e selezionare l’eccesso di notizie provenienti da una miriade di fonti granularizzate e spesso tra loro contraddittorie”.
La sfida della tv generalista per non perdere i suoi telespettatori sempre più attratti dai contenuti del web, la porta a dover ripensare, così, i suoi stessi contenuti sia sul piano dell’estetica che di narrativa ponendosi delle domande cruciali: continuare ad affidare ogni priorità al copione nel magistrale e rigoroso rispetto di quanto pattuito in fase di prove o optare per uno sconvolgimento che porti ad una maggiore flessibilità in grado però di adattarsi in diretta ai commenti e alla viva voce del web-spettatore provenienti dai social?
Social tv
La tv è sempre stata un medium a vocazione sociale aggregativa ma il mondo è cambiato e anche il modo di guardare la tv e farla non è più come quello di una volta per questo dimenticatevi il quadretto stereotipato del “TUTTI SUL DIVANO & TUTTI DAVANTI ALLA TV” perché, ad oggi, s’aggiunge anche “TUTTI CONNESSI”: la tv è diventata social tv.
Dimenticatevi quindi la vecchia tivvù fatta di appuntamenti lineari e di fruizione passiva perché oggi tutto si gioca sulla condivisione e la partecipazione ed è proprio così che ci si può rendere conto che il guardare gli spettacoli televisivi commentandoli, infatti, sia uscito dai divani di casa per entrare nei social delle app sui nostri smartphone ed ecco in cosa consiste quella social tv: la sovrapposizione di attività che avvengono in tempo reale e si svolgono sia tramite il televisore se connesso ad internet (connected tv), sia attraverso devices come notebook, tablet e smartphones; ed è così che si genera un insieme di azioni e interazioni generate proprio sui social network il cui tema è la programmazione televisiva broadcaster quindi riferita a tutto ciò che va in onda e che viene ripreso, commentato, rielaborato ed espanso su Facebook, Twitter e sugli innumerevoli social network, sulla blogosfera e nelle applicazioni di secondo schermo.
Brian David Johnson l’ha definita la tv fatta di “relazioni umane”; la tv che segna il passaggio dalla appointment tv inoppugnabile da parte del couch potato (il telespettatore passivo e pantofolaio) all’interazione continua: la nuova frontiera dell’entertainment o meglio della capacità di retention dei pubblici sempre più volatili.
Comprendere tutto questo dovrebbe portare così gli autori di format tv alla creazione di contenuti da trasmettere già in grado di prestarsi ad una interazione con il mondo del web e quindi avere già in sé una matrice web native o web friendly che ne renda possibile lo scambio interattivo o meglio cross-mediale; un modo efficace per permettere ai broadcasters di recuperare quella quota d’attenzione che altrimenti andrebbe perduta proprio a causa dell’attività crescente svolta sui secondi schermi anche tra le mura di casa.
I telespettatori-users, infatti, partecipano a un’esperienza televisiva declinata su varie piattaforme che amplificano il coinvolgimento e sebbene in Italia esistano ancora le resistenze di alcune “tv sofà”, pian piano anche queste stanno cominciando a lasciare sempre più spazio ad utenti che, anche nel Bel Paese, hanno cominciato a prediligere il palinsesto personalizzato svincolandosi dagli orari imposti dalla vecchia tv potendo, così, sfruttare le repliche on demand disponibili 24h/24h su un numero crescente di schermi e che non cannibalizzano l’“antenata” ma, al contrario, vanno a comporre un ecosistema di convergenza cross-mediale.
La fruizione, così, si è fatta social plasmando anche il palinsesto broadcaster non sostituendo solo la preghiera dell’uomo moderno di Heghel con gli aggiornamenti dei social media ma anche i momenti di pausa lungo la giornata: bye bye water cooler moments.
Forse i broadcaster staranno rimpiangendo i tempi d’oro in cui lo spettatore era immobile nelle sue 4 ore al giorno davanti quei 1-2 programmi al massimo perché bastava veramente poco per accontentarlo e immolarlo come “vittima sacrificale sugli altari dell’advertising” ma, ad oggi, quel pubblico una volta passivo si è fatto prosumer e quelle stesse 4 ore le spalma su centinaia di emittenti, singoli show, canali YouTube, web tv o video attivati da applicazioni per cellulare trasformandosi in un target estremamente sfuggente, costoso da agguantare ma soprattutto quasi impossibile da addomesticare.
La sua attenzione così sfuggente, infatti, va coltivata e mantenuta alta non solo con l’evento-programma previsto per la serata ma 7 giorni su 7 in un’esperienza dilatata di fruizione e che un tempo riguardava solo gli appassionati e sfegatati cultori di un qualsivoglia programma e il web permette tutto questo grazie anche al passaggio dalle preview ai webisodes (frammenti narrativi di una webserie distribuiti via web in download o streaming) e ai backstage fino ad arrivare ai social feed di personaggi immaginari ma appartenenti all’universo parallelo nella sospensione dell’incredulità come le fiction in grado di far interagire i suoi personaggi con post, tweet o grazie a live blogging.
Un panorama quindi che si popola di molteplici players e una minaccia: adesso che la distribuzione avviene sempre più senza intermediari con il modello direct to fan chi possiede i telespettatori?
Il bello della diretta oltre la diretta
Barbarella d’Urso lo fa sempre prima di iniziare le sue puntate su canale 5, cos’è?
Sebbene la domanda possa apparire equivoca e prestarsi alle più svariate risposte ne esiste solo una: saluta con il cuore tutti gli amici che seguono le sue puntate e li invita a continuare il buzz nei social.
I contenuti prodotti dal mondo del web su tema televisivo rappresentano tutto il potenziale inesploso che prende forma nella fantasia e nella voglia di partecipazione dell’era crossmediale tanto che più volte i creatori di format tv sono stati tentati di chiedere l’imposizione dei “social ascolti” per sostituire gli indici tradizionali e poter comprendere il perché dell’esodo di pubblico per poi optare per una co-abitazione dei due.
Resta il fatto che i social media sono entrati prepotentemente negli schermi televisivi conquistandone uno spazio sempre più crescente tanto da spingere i conduttori broadcaster a chiedere direttamente al pubblico multiconnesso di usare gli hashtag ufficiali delle puntate che hanno poi aperto i loro battenti ai nuovi vip quelli nati e cresciuti sul web.
Ciao Darwin, Live non è la d’Urso, Pomeriggio Cinque, Grande Fratello, Temptation Island sono solo alcuni dei programmi che più o meno direttamente possono aver invitato e ottenuto dai prosumer una interazione sul tema della puntata che proprio così avrà anche la possibilità di rivive online anche a distanza di giorni con la creazione di meme che ridefiniscono, decontestualizzando, determinate frasi rendendole virali o almeno estremamente condivise; da qui la necessità di ibridazione con il mondo dei social che non è più da considerarsi un optional e come sostenuto nel blog “Edge of digital culture” di Anne Marie Roussel in cui s’afferma che, in un futuro neanche poi così lontano, la social tv prenderà il sopravvento tanto da riuscire a modellare i contenuti di quello che fu per molto tempo il mainstream se al pubblico verrà consentito di modificarne il copione ma anche crearne da zero.
Fino a quel momento ci si dovrà affidare a quella collaborazione multischermo prestando particolare attenzione alla costruzione del buzz nella fase più delicata: il pre-show che non deve comunque dimenticare la continuità da riservare alla fase on air per attivare in diretta l’interazione che rivive sul web attraverso gli hashtag ufficiali e che riesce anche a canalizzare i feedback scongiurando, almeno per qualche giorno, la rapida obsolescenza dell’entusiasmo.
Dalla D’Urso a Bonolis, da Sanremo ai The Jackal con il video su YouTube “Lost in Google”: gli user sono sempre più chiamati ad intervenire nella creazione dei contenuti non solo per risolvere il caso “Ruzzo Simone si è perso nel web aiutateci a trovarlo”.
La frammentazione delle audience impone così ai broadcaster di considerare l’engagement sui social luogo in cui i prosumer che amano la condivisione a tema tv si rivelano dei veri e propri ambassadors virtuali di quei programmi che stimolano il loro interesse tanto da attivare il chattering che potrà influenzare e plasmare il palinsesto tv.
E se questa estate vi siete appassionati alla serie tv Bitter Sweet e avete postato e ripostato commenti, hashtag pieni d’amore per Ferit Aslan, sappiate che la social tv permette anche questo: alle serie di non svanire e magari avere un seguito.
#FeritAslanTheKing