IO O NOI
[Quarantanovesima puntata]
Alcuni lettori mi hanno chiesto come mai, nelle mie rubriche, io spesso scrivo in prima persona singolare e non ricorro, invece, più modestamente al noi, come fanno molti altri giornalisti.
È vero che, nella stesura dei testi, l’uso del cosiddetto noi di modestia ridimensiona l’importanza dello scrivente, il quale va a confondersi, così, nel novero complessivo dei propri colleghi.
È altrettanto vero, però, che esiste un altro uso del pronome noi (detto di maestà), che amplifica, soprattutto nei discorsi solenni, l’importanza del soggetto che prende la parola.
E allora, come si fa a distinguere il noi di maestà dal noi di modestia, dato che a livello sintattico le due forme sono perfettamente identiche? Chi può assicurare che un noi di modestia non venga usato con la presuntuosa, segreta intenzione di usare, in realtà, un noi di maestà?
Viceversa, come è possibile scoprire il complesso di inferiorità che si può celare dietro un noi di maestà usato interiormente come se fosse un noi di modestia?
Senza contare che l’uso del plurale per indicare il singolare, non sempre rende bene l’idea.
Ad esempio, un’affermazione come: «Noi siamo gli unici al mondo», non potrà mai essere più maestosa di: «Io sono l’unico al mondo». Mentre un’ammissione del tipo: «Noi abbiamo dei limiti», non potrà mai essere più modesta di: «Io ho dei limiti».
Di conseguenza, per evitare una… pluralità di interpretazioni, tendo a parlare in maniera singolare.
In ogni caso, a livello ludico, il fatto che un pronome personale possa essere interpretato in più di un modo, consente di confezionare degli enigmi piuttosto intriganti. Come quello che vi sottopongo.
Una professoressa universitaria e il suo assistente sono sospettati di aver commesso un delitto. Dagli indizi raccolti, risulta in maniera inequivocabile che il colpevole è uno di loro. Il commissario che sta svolgendo le indagini, li affronta dicendo: «Uno di voi due è sicuramente colpevole», poi inizia a interrogarli.
La professoressa, dichiara solo: «Noi siamo innocenti», «Lui è innocente». Il suo assistente aggiunge: «Io sono innocente», «Lei ha detto la verità».
Chi dei due è il colpevole, tenendo conto che una sola delle loro quattro dichiarazioni è falsa?
Nota – Per sgombrare il campo da eventuali altre soluzioni alternative, è bene precisare che non è possibile considerare falsa l’affermazione del commissario e supporre, di conseguenza, che i due siano entrambi innocenti; un ipotesi del genere, infatti, contrasterebbe con la premessa iniziale del problema.
Mentre pensate alla risposta ecco Us and Them dei Pink Floyd…
Magari vi porta consiglio…