Siamo iperconnessi in Presa diretta
“Pensa alla tua vita, trascorri così tanto tempo su questo pianeta e come passi il tuo tempo? Forse lo passi sempre così, forse dovresti passare più tempo ad annusare il profumo delle rose, a passeggiare in montagna, a festeggiare con la tua famiglia, a leggere un libro complesso che ti permetterà di incontrare non solo qualcosa di nuovo ma di farlo diventare veramente tuo.
La saggezza non è semplicemente un accumulo di informazioni, ma la capacità, a partire da una mole di dati, di rielaborarle e riuscire, così, a fissare una prospettiva più completa sulle cose: questa è la saggezza” (Micheal Merzenich, neuroscienziato)
Il 15 ottobre 2018 e in replica il 14 agosto 2019, su Rai 3 è andata in onda l’ultima puntata della prima serie del programma di inchiesta “Presa diretta” condotto dal giornalista Riccardo Iacona.
Un’intensa puntata focalizzatasi su un tema che non può più lasciarci indifferenti in quanto parte integrante delle nostre esistenze di “netizen” (internet citizen) iperconessi; ed è proprio così che inizia l’inchiesta o meglio il viaggio tra i neuroscienziati, psicologi ed esperti di comunicazione di tutto il mondo per comprendere i cambiamenti di cui siamo protagonisti partendo proprio da quel nostro fedele compagno di tutti i giorni: lo smartphone e da una domanda cruciale “Siamo noi a possedere lo smartphone o è lui a possedere noi?”.
Le nostre esistenze senza doverci soffermare troppo ci appaiono chiaramente dipendenti dai nostri cellulari che da un lato ci hanno reso “liberi” ma dall’altro, “schiavi”.
Osservando i nostri stessi comportamenti da una parte da considerarsi ormai routinari, dall’altra, invece, ci rivelano come questi device siano stati in grado di modificare le nostre abitudini creandone di nuove iniziando dal mattino quando apriamo gli occhi fino alla sera prima di coricarci: essi sono il nostro amico ideale, sempre con noi e pronti ad aggiornarci, connetterci ma anche distrarci con le risposte di cui abbiamo bisogno; anche quelle più intime.
Una dieta mediatica che si sta spostando sempre più verso i secondi schermi che risultano essere stati in grado, con l’accesso ad internet, di allargare il commercio al mondo intero cambiando radicalmente le nostre vite mobilitando smisurate quantità di denaro e in grado di farci sentire parte di una collettività, o meglio, comunità smisurata.
Inizia così la puntata d’inchiesta condotta da Iacona con un’intervista al deputato del partito democratico Francesco Boccia considerato uno dei pochi politici italiani e forse anche il primo a proporre la web tax ma che poi non ebbe seguito per le opposizioni che temevano l’esodo degli investitori web, permettendo al nuovo capitalismo, così, di spadroneggiare in Paesi come l’Italia: via libera al dumping radical chic di Zucherberg & Co.
Ma ritornando all’osservazione dei nostri comportamenti, questi, se osservati dall’esterno ci permettono di riconoscerci in quelli altrui, e magari metterci anche di fronte alla necessità di darci “una regolata” vedendo come l’esperimento condotto nella puntata in replica il 14 agosto 2019, concretizzi un’indagine in grado di esplorare da vicino come la vita di quei tre volontari possa essere paragonata alla nostra nel tentativo di quantificare quanto sia presente, in termini di ore, l’uso del cellulare grazie all’ausilio di una app.
Tra i volontari l’attrice Rosanna Sferrazza, l’autore televisivo Giovanni Benincasa e la studentessa Ileana Stigmatini.
Un viaggio tra le app installate e che accompagnano i tre diversi protagonisti fino a prima di coricarsi alla sera.
Il cellulare alimenta le nostre giornate modificando la nostra capacità di concentrazione attraverso i suoi contenuti ipertestuali; anche solo la lettura, infatti, diventa più accattivante sui nostri cellulari ma è anche vero che questa esperienza non può essere paragonata a quella di un testo su carta.
Un cambiamento di fruire i contenuti che ci mette di fronte a dei cambiamenti epocali anche del nostro essere tanto che, ad oggi, le osservazioni del filosofo del linguaggio Tullio de Mauro quando indicava che il 71% degli italiani risultava essere al di sotto del livello minimo di comprensione di un testo di media complessità, arrivati a questo punto, quei dati appaiono ancora più allarmanti: secondo una ricerca condotta dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Italia, nel continente europeo, risulta essere al secondo posto preceduta solo dalla Turchia per analfabetismo funzionale dato preoccupante se si pensa che questo ha degli effetti diretti sul nostro modo di concepire la realtà e più puntualmente spiegato nell’intervento di Annamaria Testa, saggista ed esperta di comunicazione.
L’analfabetismo funzionale influisce, così, sul nostro agire di tutti i giorni, sulle nostre scelte ma anche sulle nostre paure nell’atrofizzarsi progressivo della nostra volontà sempre più indotta da terzi tanto da non riuscire neanche più a riconoscere, in rete, ciò che è vero da ciò che è falso e come dimostrato in uno studio condotto dall’Università Suor Orsola di Napoli.
E poi ci sono i nativi digitali che nell’intervista ad Alessandra Faitelli, docente di lettere al liceo classico Mamiani di Roma, dà uno spaccato rischioso per gli adulti di domani.
Sulla sua esperienza di docente i ragazzi sembrano aver perso, infatti, la capacità di scrivere non solo in corsivo con la relativa punteggiatura ma anche la capacità di distingue le due esperienze: quella orale da quella della scrittura perché per loro la scrittura, appunto, è diventata una cosa orale rivelando, poi, profonde lacune sul piano della comprensione ed analisi del testo scritto per lasciare spazio ad un aspetto che li contraddistingue: la capacità di trovare tag, le parole chiave, se non fosse che di quelle key words spesso non ne conoscono il significato troppe volte dato per scontato ma neppure ricercato nel riscontro chiarificatore dell’insegnate e piuttosto dedotto da preconcetti estrapolando cose che neanche ci sono: il modus operandi delle fake news.
Pareri iperconnessi.
Jean Twenge è una docente e psicologa autrice del libro Iperconnessi che con i suoi dati ci mostra un presente popolato da nuove generazioni sull’orlo della peggior crisi degli ultimi decenni; stando ai risultati dei test di ingresso alle migliori università americane, infatti, la Twenge ha mostrato come la capacità di leggere in modo critico e di scrivere dei giovani dei nostri tempi sia precipitata rispetto a quella di dieci, venti anni prima.
Dati imputabili all’avvento delle nuove tecnologie che ci hanno reso con esse simbionti; una sorta di coperta di Linus in grado di infonderci sicurezza ma anche dipendenza e come dichiarato dallo psichiatra francese Laurent Karila.
Una dipendenza che arriva alla vibrazione fantasma in grado di convincerci d’aver sentito il cellulare squillare e vibrare quando in realtà non è così.
Una dipendenza che occupa in media 6 ore della giornata e che ha profondamente mutato il modo di vivere di quello che si può definire come homo cellularis o multitaskensis il cui cervello colpito quotidianamente da una miriade di stimoli che ne aumentano la sua performance, allo stesso tempo ne diminuiscono la capacità di concentrazione e come nelle parole di Gary Small, docente di Psichiatria all’Università della California di Los Angeles che, nel 2008, fu anche il primo a dimostrare come cambino i nostri circuiti neurali in risposta all’utilizzo di internet.
Alla sua voce s’aggiunge quella di Francis Eustache, neouropsicologo e uno dei più grandi studiosi francesi della memoria secondo cui gli smartphone sono da considerarsi come delle memorie esterne prodigiose e dal potere incredibile ma deleteri per la propria memoria personale perché conoscere solo gli accessi alla conoscenza mina la vera conoscenza, quella che deriva dalla sintesi che interiorizza, rielabora e consolida le informazioni rendendole proprie.
La parola smartphone sembra andare quindi di pari passo con distrazione e neologismi come smombies (gli zombie degli smartphone); ma allora i telefoni ci hanno veramente in pugno?
Chiaro appare comunque che non riuscire a staccare gli occhi dal proprio cellulare è sintomatico di un problema che non può essere ignorato anche perché non sporadico ma crescente tanto da spingere le istituzioni di alcuni Paesi a provvedere con interventi mirati per la salvaguardia degli iperconnessi pedoni o al volante che convinti delle loro capacità di multitaskers sfidano la sorte sulle strade ignorando che questa capacità non è a noi connaturata trattandosi, più che altro, di switch che richiedono ogni volta di dover rifocalizzare l’attenzione ed ecco come subentra anche lo stato di stress.
Si delineano, così, cambiamenti che non inficiano solo la nostra attenzione ma hanno effetti anche più macroscopici come sulla postura e in accordo con quanto sostenuto da Erik Peper e Richard Harvey del Dipartimento alla salute della San Francisco State University.
Il viaggio nell’intricato mondo degli iperconnessi continua poi nell’incontro con Gloria Mark, antropologa dell’era digitale e docente all’Università della California intenta a mostrare a Lisa Iotti uno strumento in grado di misurare la capacità delle persone di concentrarsi ed usato per “quantificare” il multitasking: si misura il battito cardiaco registrando come si reagisce quando ci si trova davanti al computer e quando si è allo smartphone attraverso l’utilizzo di una camera termica che, ogni volta che arrivano messaggi e chiamate individua, sotto forma di puntini neri, l’aumento della sudorazione e quindi stress subentrante.
Mail e messaggi, quindi, sono una inequivocabile fonte di stress per il nostro cervello che lo vogliamo ammettere o no ma la studiosa rivela un altro dato importante: in 10 anni la nostra attenzione si è sgretolata passando dai circa tre minuti di 10 anni prima, tempo in cui aveva iniziato la ricerca, al minuto circa di 6 anni dopo per arrivare ai 40 secondi di oggi.
Dati in picchiata che in uno studio condotto da Microsoft Canada nel 2015 e il cui valore scientifico è stato molto discusso quantificava la nostra soglia d’attenzione al di sotto di quella di un pesce rosso: 8 secondi la nostra contro i suoi 9.
Dati sul pesce rosso reali o fantascientifici rivelano comunque la nostra incapacità di concentrarci davanti ad uno schermo che in un tempo di 40 secondi risulta essere insufficiente per formulare un pensiero complesso, anzi molto peggio: qualsiasi tipo di pensiero ed ecco uno degli effetti del multitasking e dell’esposizione a quei continui stimoli da cui sembra essere sempre più difficile difendersi se non decidendo di prendersi una pausa dal loro utilizzo o meglio, dalla loro stressante influenza.
L’incapacità di concentrazione o distrazione se nel mondo dell’istruzione può far inciampare gli studenti, fargli andare male un esame, i pedoni finire investiti, gli automobilisti schiantati, i fanatici gobbi, e chi più ne ha più ne metta, nel mondo del lavoro le continue perdite d’attenzione si traducono anche in uno spropositato numero di ore sprecate che causano ingenti perdite alle imprese.
Perdite di attenzione e di denaro insomma da imputare all’avvento dei new media come gli smartphone e in grado di modificare il nostro cervello e come dimostrato dal neuroscienziato, Michael Merzenich che fu fra i primi, negli anni ’60, a mettere in luce la capacità del cervello di riconfigurarsi continuamente in base all’attività dei neuroni e che proprio con gli stimoli dati dai nostri cellulari lavorerebbe in modo diverso cambiando strutturalmente e funzionalmente.
Ne esce un cervello indebolito e prosciugato secondo quanto sostenuto anche da Kristen Duke, ricercatrice di Scienze comportamentali all’Università di San Diego che in un esperimento pratico di brain drain, letteralmente “prosciugamento del cervello”, mostra cosa accada agli studenti quando hanno il proprio cellulare a portata di mano anche se silenzioso durante una prova d’esame: la sola presenza del cellulare assorbe la loro attenzione e ne diminuisce le performance intellettive.
Tutto ciò viene così spiegato da Nancy Cheever, docente di psicologia dei media: il cortisolo e l’adrenalina liberati nel sangue nei momenti di forte stress sono indicatori di uno stato d’ansia, e vengono liberati maggiormente quando riceviamo impulsi da parte del cellulare anche se non direttamente e come riflesso di una reminiscenza dello stato di minaccia che provavamo quando abitavamo nelle caverne e ad oggi quell’impulso d’attesa per la difesa viene attivato da uno strumento sempre con noi che ci causa un perenne stato d’ansia, ipereccitabilità e mancanza di sonno.
Il cortisolo, importante in caso di pericolo, infatti, non è positivo se liberato a causa di uno stato di stress indotto da una macchina che usiamo tutti i giorni tanto che con quei livelli nel sangue la nostra reazione in caso di reale pericolo risulterebbe uguale a quella del riceve una chiamata al cellulare.
Lo smartphone sembra essere così e ad ulteriore riprova, una trappola evolutiva che ci fa stare in bilico tra ossessione, compulsione, vibrazioni fantasma e in costante attesa di segnali.
E se da un lato la nostra incapacità di concentrarci ci ha reso più liquidi, dall’altro ci ha reso anche più esposti e facilmente influenzabili perché non più in grado di formulare pensieri critici e per questo complessi.
Interessi iperconnessi
Il nostro essere iperconnessi ed esposti a continui stimoli, informazioni di vario genere con messaggi pubblicitari e non; non è solo oggetto di studio e ricerca per la nostra salute ma anche attrattivo per chi sulla nostra attenzione vuole lucrare.
Nir Eyal, ex consulente di un’industria tecnologica ed autore del libro “Hooked”, a San Francisco organizza una conferenza che attrae imprenditori provenienti da tutto il mondo disposti a pagare 1700 dollari per imparare come agganciarci e come dal titolo del suo libro: un vero e proprio vademecum per i professionisti ma anche un manuale di autoaiuto per difenderci dai trucchi del web.
Eyal ci rivela che tutti i big del web partendo da Zuckerberg non sono dei miracolati ma persone che hanno studiato la psicologia umana: il fondatore di Facebook, per esempio, ha studiato ad Harvard, ha una specializzazione in informatica ma pochi sanno della sua specializzazione in psicologia.
Sanno cosa scatta nella testa delle persone e ideano i loro prodotti perché sanno come la gente si comporta e da qui il loro successo: rendere i meccanismi molto semplici perché “più velocemente riesci ad agganciare le persone e a far scattare in loro il circuito della ricompensa variabile più è probabile che sviluppino un’abitudine.”
Facebook, infatti, usa proprio quell’algoritmo q.b. per mescolare gli ingredienti della ricetta della nostra felicità dalla ricompensa variabile tra cose che interessano e no per mantenere alta la nostra attenzione.
Ricette testate e messe in pratica da qualsiasi business che vuole monetizzare l’attenzione catturando lo sguardo: ed ecco come finalmente possiamo comprendere che è proprio la nostra attenzione il prezzo da pagare per la rivoluzione del progresso che stiamo vivendo; la nuova valuta del mercato digitale.
Per comprendere tutto questo ed uscire dalla percezione di infondate teorie del complotto basta considerare realtà che non paghiamo come Facebook, Instagram o Google il cui utilizzo for free altro non sarebbe che la forma più antica di scambio: un baratto che, in cambio della gratuità del servizio, richiede il nostro concedere spazi mentali da rivendere, poi, agli inserzionisti.
Ed è proprio per questo che parlare di etica della persuasione quando si affronta il tema degli smartphone e del web non è da considerarsi una scelta avventata tanto più se a fugare i nostri dubbi sull’adeguatezza di tali “interpretazioni” vi sono voci come quella di James Williams, ricercatore all’università di Oxford e che studia proprio quell’etica della persuasione dopo esser stato per 10 anni uno dei più brillanti strateghi di Google nel ramo dell’azienda volto a personalizzare gli annunci: search advertising fino a quando decise di licenziarsi una volta resosi conto di cosa stava succedendo nella compagnia.
“In Google c’era una lavagna in cui si analizzava il successo del sito e tra i metri di giudizio c’era il numero di persone che lo visitavano, quanto tempo ci passavano e il numero di click.
Un giorno ho letto questa cifra: un milione di click, cioè un milione di persone che avevamo letteralmente persuaso, qualcosa che non avrebbero mai fatto altrimenti, è lì che ho realizzato che stava emergendo un potere nuovo, quello di poter modellare le abitudini di milioni, se non di miliardi di persone. Mai nella storia dell’umanità un solo uomo come Mark Zuckerberg è stato in grado di digitare qualcosa sulla tastiera e modificare i comportamenti e i pensieri di 2 miliardi di persone. È un potere che va oltre i governi persino oltre le religioni.”
Parole che mettono i brividi se comprese nel profondo e a questa voce che ci mette in guardia dagli intenti di questi colossi attratti dalla manipolazione, s’aggiunge quella di Jaron Lanier, programmatore di Microsoft, filosofo di internet, guru del tech, pioniere della realtà virtuale inserito dal Times fra le 100 persone più influenti al mondo.
Lanier è tra le coscienze più critiche del maoismo digitale e del modo con cui le compagnie usano i nostri device per condizionarci e renderci “addicted”.
“Nessuno di noi vorrebbe essere ipnotizzato da qualcuno che lavora per un’altra persona che non sappiamo chi sia ne cosa ci faccia fare quando siamo in trans, eppure è esattamente quello che ci sta succedendo in una stranissima seduta di ipnosi collettiva”; con queste parole Lanier ci mette in guardia dallo scopo dell’algoritmo: quello di coinvolgerci in modo inconscio mostrandoci contenuti per estremi, polarizzandoci, dividendoci, facendoci guardare gli altri con paura solo che online l’algoritmo, che deve decidere cosa proporti con feedback immediato, si nutre di emozioni che sorgono velocemente proprio come la paura, la rabbia, l’insicurezza, il risentimento, la gelosia, insomma emozioni economiche in quanto basta poco per scatenarle ma in compenso durano nel tempo e poiché lo scopo dell’algoritmo è coinvolgerci sempre di più, questo modus operandi, l’enfatizzare quindi i contenuti che causano queste reazioni, rappresenta il successo del meccanismo che rende le persone più irascibili, più paranoiche e quindi più controllabili in una parola, manipolabili.
Il problema dunque come spiegato da Lanier non risiede nell’utilizzo dei social per comunicare tra le persone ma nel business intercettato da una terza persona che investe per plasmare la volontà delle altre due anche se vi sono altri punti di vista che sembrano, in un certo senso, tentare di addolcire l’amara verità dei fatti e come James Williams quando rincuora sul fatto che nessuno dei designer che lavorano in queste aziende voglia la fine della democrazia o abbia come missione quella di distrarre la gente ma semplicemente si tratta del loro modello di business, ma è anche vero che questa suona più che altro come una scarna giustificazione tanto più quando Williams dichiara che se esistesse una versione a pagamento di Facebook che gli permettesse di decidere cosa vedere e cosa no di certo abbandonerebbe la versione gratuita per quella a pagamento.
Al momento Facebook non ci dà la possibilità di scegliere come pagare, dobbiamo pagare con la nostra attenzione che è molto più preziosa dei soldi.
E che la nostra attenzione sia nel mirino delle aziende non solo del web è Ramsay Brown a dircelo, fondatore e direttore operativo di Boundless Mind, 31 anni, un dottorato in neuroscienze all’Università della California del Sud e una specializzazione in neuroinformatica che insieme al suo socio tre anni fa ha raccolto un milione e mezzo di dollari per creare, in un garage di Venice a Los Angeles, una start up dal nome Boundless Mind (mente senza limiti) con lo scopo di aumentare il nostro coinvolgimento online intercettando quando abbiamo bisogno di essere gratificati e farci diventare dei consumatori seriali.
Come rivelato dal neuroinformatico, le aziende che hanno utilizzato i suoi codici sono cresciute del 30% in pochissimo tempo e la società dentro il garage che ricorda la nascita di un’altra ad oggi un colosso, vale sui 6 milioni di dollari, e Buondless Mind sembra essere sulla buona strada.
Per Brown, infatti, il principio è lo stesso del gioco d’azzardo: “Pensa ai casinò e alle scommesse o alle slot machine, tiri la leva e non sai se vincerai, se guadagnerai un sacco di soldi, pochi o niente; è l’imprevedibilità che attiva la parte del cervello che ti eccita e che ti spinge a giocare all’infinito. Quello che facciamo noi qui è cercare di acherare il sistema per attivarlo in modo perfettamente prevedibile.”
Ed ecco come si possono comprendere ancora meglio gli studi del Professor Burrhus Skinner e affacciarsi, sebbene superficialmente, ai principi del comportamentismo.
Nelle parole di Brown, anche se con termini diversi, si fa spazio, così, il ritorno del concetto di ricompensa variabile quando egli afferma la necessità di stabilire il momento preciso in cui farci sentire bene e osservabile anche semplicemente in uno dei social più popolari come Instagram quando questo trattiene i nostri like per darceli, poi, tutti in un’unica tranche.
“Essere felici non deve per forza essere casuale. Noi possiamo usare l’intelligenza artificiale per prevedere quando tu ne hai bisogno; perché volere una gratificazione dipende dal tuo cervello. Le macchine d’apprendimento automatico apprendono quando darti quella piccola scarica che ti fa venire voglia di ritornare online”: l’algoritmo della dipendenza dai guadagni miliardari.
Ogni volta infatti che si mette un like su Facebook, l’azienda sta imparando a conoscerti e sa che se ti piace questo e ti piace quello ti piacerà anche quell’altro; collocherà, così, le cose che ti interessano sulla tua bacheca al momento giusto e Boundless Mind sta facendo proprio questo.
Una riga di codice, quindi, sembra essere in grado di cambiare il nostro cervello e questo, Brown, lo spiega con l’osservazione pratica di Twitter; il semplice fatto, infatti, di avere a disposizione solo poche decine di caratteri per scrivere un contenuto, un tweet, modella già il modo in cui il cervello deve comportarsi: devi avere solo pensieri brevi.
La plasticità del nostro encefalo diventa, in questo modo, motivo di esperimenti quotidiani da parte delle aziende del web tanto che noi tutti possiamo essere considerati delle cavie il cui cervello è esposto a ricablaggio in grado di riprogrammarci e come dichiarato in un’altra intervista dallo stesso Brown.
Secondo il fondatore di Boundless Mind, infatti, i circuiti complessi del nostro cervello che coinvolgono i ricordi, le abitudini, le emozioni che prima cambiavano con le esperienze che ciascuno di noi faceva nella sua vita reale ora, invece, quegli stessi circuiti sono cambiati dal telefono e cambiano in modi che realtà come la sua, quella di Boundless Mind, possono prevedere.
La pericolosità di tutto questo, stando alle parole del neuroscienziato-imprenditore, deriverebbe, così, dalla mancata trasparenza delle aziende e dei marchi quando non ammettono apertamente l’utilizzo di queste tecniche.
La consapevolezza poi di essere delle cavie in continuo test non ci deriva solo da tutte queste dichiarazioni ma dallo sforzo di ricominciare ad abituarci alla “sfida” alla memoria per comprendere quei fatti che nell’inchiesta vengono riportati alla nostra mente facendoci viaggiare nel tempo: 6 anni prima, un gruppo di studiosi reclutato da Facebook condusse senza che se ne sapesse nulla un esperimento di contagio emozionale su quasi 700 mila utenti scelti a caso sul sito.
Modificando l’algoritmo che decide quali post mostrarci e con quale evidenza, gli scienziati, al tempo, avevano fatto apparire sulle bacheche di alcuni utenti dei post che per alcuni erano a carattere positivo con parole come amore, bello, dolce; mentre, ad altri, commenti prevalentemente negativi con parole come antipatico, dolore, brutto.
L’esperimento riuscì e quando la ricerca venne pubblicata in una rivista americana suscitò polemiche e sdegno ma si era riusciti a dimostrare come l’umore della gente cambiasse a seconda di quello che leggeva e che le persone potessero essere portate, così, a provare le stesse emozioni senza che ne fossero consapevoli e anche senza interazione diretta.
Facebook venne accusato di manipolazione ma alle accuse rispose che lo studio era legale in quanto coerente con quanto ognuno di noi sottoscrive quando apre un account e volto esclusivamente a migliorare i servizi e rendere i contenuti più coinvolgenti.
Rimane il fatto che una subdola rete di esche e ricompense si sta stringendo sempre più attorno a noi e che sono le stesse di cui non sappiamo più fare a meno.
Le nostre capacità cognitive messe sotto attacco dai social e dalle tecnologie ci rendono compulsivi mentre la nostra attenzione viene smembrata.
Il mondo online dove tutto è facile, raggiungibile in pochi click lusinga e appaga il nostro ego svuotandolo di senso, dimenticando.
E se i new media rappresentano già un fattore di dipendenza tanto da diventare anche “apéro-smartphone” urge al più presto un rapido svezzamento e una buona dose di media education prima che sia troppo tardi; renderci conto di tutto questo educandoci ed educando a capire i pro e i contro di questi potentissimi strumenti, infatti, possiamo ancora salvarci emancipandoci dal ruolo di cavie e magari essere ancora in tempo per scongiurare l’oltrepassare del limite: quello oltre cui accorgersi di aver fatto un grave disastro.
Fino a quel momento chissà quanto ricorderemo di tutto ciò che è stato detto fin qui..
Forse tutto..forse niente.. forse saremo già a commentare la nostra serie o puntata preferita, forse ci staremo scattando il milionesimo selfie della giornata.. forse staremo cominciando a ricordare qualcosa..
Ma adesso è tempo di dormire..il sonno serve anche a questo per ricordare..magari spegnendo quel nuovo quarto potere.
Buonanotte Siri.