Together alone
“Ho 14000 followers in Instagram ma sto lavorando per farne di più, 15000 amici in 3 profili Facebook, dico tutto quello che penso su Twitter… il sabato sera?? Raramente esco… preferisco vedermi tutte le mie serie preferite su Netflix e poi… si… mi riciclo le foto scattate durante la settimana taggandomi nei posti più cool il venerdì, il sabato e la domenica sera…”
Non so cosa si possa pensare dopo un’affermazione simile pronunciata con un candore disarmante a poco più di vent’anni… sinceramente un po’ spaventa se non sei Optimus Prime..
Sarà che la generazione X è un ibrido rispetto alla Y, che tutti quegli individui nati tra gli anni ‘70 e ‘80 che Coupland identificava come appartenenti ad una generazione priva di identità e senza niente di fondamentale da dire omologandoli in un identikit culturale e sociale da riformulare completamente, forse, nonostante tutto, un briciolo di socialità vera l’avevano ancora e proprio per questo li si dovrebbe ripensare in termini diversi e come in costante impegno nel tentativo di ri-definire e ri-mediare tutti quei contenuti offerti dalle grandi narrazioni e dal cambiamento ormai oggi radicato e radicale.
Old media e new media con tutti i pro e i contro di un progresso frenetico e ineluttabile che sfida le leggi della comunicazione sempre più globale nella perdita del pathos del rituale dell’incontro in compresenza fisica e ad oggi soppiantato da quella virtuale ha portato ad una rivoluzione sociale.
Una rivoluzione che fa rima con evoluzione ma del resto si sa, l’evoluzione, raramente, si pone su una linea di continuità, una continuità che sembra essere, infatti, scardinata in uno dei suoi aspetti fondamentali: quello che fece dell’uomo un essere in grado, attraverso la comunicazione, di creare società complesse stringendo legami forti che andassero oltre le mere logiche della sopravvivenza del branco.
Poco tempo fa si osservava come la vita fosse finita sullo schermo e come anche nelle azioni quotidiane ci sia sempre più la percezione di un radicato concetto di “spettacolo” anche a scapito della coerenza di un agire o di un pensiero e in merito mi vengono in mente i commenti apparsi sui social sull’ “evento mediatico” del compleanno dell’istituzione Pippo Baudo in cui si faceva notare come la conduttrice Michelle Hunziker, poche ore prima su Striscia la notizia, avesse sarcasticamente attaccato il mitico Pippo per poi, in prima serata Rai, dedicargli una “appassionata” canzone di auguri.
In una parola la “verità” del format “festa in scena”, agli occhi degli spettatori che non erano stati in grado di sospendere l’incredulità su quella performance, li aveva portati a dare un giudizio di critica dura perché chi le logiche dell’entertainment “mainstream” comincia a soffrirle anche se davanti ad uno schermo in compagnia con la propria famiglia, amici e chi più ne ha più ne metta, non si sente più obbligato a vedere e tacere e forse si: molto meglio una bella serie da soli davanti il proprio pc, su smartphone o sui propri canali in abbonamento on demand e poter postare piuttosto che sentire altro.
L’entertainment, profondamente cambiato, tenta così di adeguarsi al “nuovo pubblico” per comunicare e rendere fruibile l’informazione e contenuti ma, il cambiamento è sostanziale e sintomatico di una società profondamente mutata anche nei suoi rapporti tra simili e che, per questo, richiede un’attenzione molto più profonda e articolata.
Digitalizzazione, miniaturizzazione, web 2.0, citizen journalism e piccolo divismo q.b. che, come un globale re Mida, stimola l’egocentrismo di quella voglia di partecipazione delle audiences: il pubblico protagonista e prosumer delle nuove arene e agorà mediali, fa sì che la comunicazione si faccia sincrona non solo nel tempo ma anche nel colmare i gap spaziali della distanza che ora, più che mai, riesce a stemperare.
Il testo, infatti, non è più il solo protagonista, ora, ci sono video, immagini e una tracotanza di foto corredate da emoticon che raccontano un’emozione ricostruendo i tratti paralinguistici della comunicazione che un tempo parlava delle sfumature delle espressioni del rapporto vis à vis e che Turkel osservò nel riconoscere il passaggio della vita dalla piazza allo schermo e che, per lui, presto, avrebbe portato all’ineluttabile alone together di quella networked society di Castells, una società di rete fatta di flussi, tempo senza tempo e disuguaglianza digitale.
Una società complessa quella creata dall’avvento digitale, una società che racconta sempre più la sua esistenza in ricordi conservati nella memoria non di vecchi e impolverati album fotografici ma nel cavò del proprio cloud biografico della nostra digital life.
La sociologia dei nuovi media aveva così portato Van Dijk a teorizzare l’esistenza digitale attraverso 7 leggi tra cui la network articulation, network externality; la network extencion, law of small worlds, law of the limits of attention, la power law da cui la googlearchy; e i trend amplifiers.
E che gli effetti della rete siano riscontrabili anche solo osservando le persone e le cose esterne alla rete come sostenuto dalla network externality o che la nostra consapevolezza arrivi dall’aver testato che l’esperienza di navigazione non può che avvenire attraverso i motori di ricerca che fungono da veri e propri intermediari in grado di guidare “nella ricerca” all’interno della sconfinata estensione della rete anche attraverso quel ulteriore step rappresentato dalla law of the limits of attention per cui si riconosce l’esistenza di poche grandi compagnie nel settore internet che nella power law attualizza la googlearchy di quei trend amplifiers dei new media, ci mostra anche come questi siano in grado non solo di intensificare le tendenze già presenti e rinforzare le relazioni sociali esistenti nella società coeva ma anche di crearne una parallela e sempre più dominante: la vita online.
Distinzioni che quindi non si possono limitare a quanto teorizzato da Livingstone nel riconoscere nativi digitali vs migranti digitali ma anche necessità di prendere coscienza di quel scetticismo sul web in grado di distogliere l’attenzione creando ansia da pubblicazione interattiva, conversazionale, registrativa, ipertestuale ed ipermediale in grado di arricchire solo i grandi gruppi affamanti di dati personali che nello scandalo Cambridge Analytica rese reale quanto profetizzato da Carr e Lovink.
Perfetta integrazione tra elementi di diversa natura dal risultato omogeneo online, offline con partecipazione dell’utente alla costruzione del nuovo modo di comunicare organizzando le informazioni di diversa origine mediale con materiali multimediali connessi tra loro attraverso collegamenti per consultazione non consequenziale con quella sconfinata possibilità lasciata all’utente d’intervenire sul contenuto che l’utente stesso sceglie e produce, crea le basi della logica pull dei #produself multipli dell’identity playground di Rein.
Il parco giochi di identità reiniano, infatti, in Bakardijeva non può che sfociare nella “virtual togetherness” dell’incapacità di porre una differenza tra esistenza online e offline e che assomiglia sempre più a uno di quegli episodi di Crime.
Gli individui nell’era digitale diventano, così, i networked publics di Dana Boyd affetti da una subdola patologia sempre più endemica e che per Welmann prende il nome di networked individualism nell’erosione della compresenza fisica.
E che la digital life necessiti di essere rivista e riconsiderata prima di un suo viraggio senza ritorno perché ancora sconosciuto, ce lo ricordano non solo realtà lampanti come quella degli hikikomori che alla ribalta quotidiana preferiscono trincerarsi dietro ad uno schermo ma anche più da vicino un video su YouTube di Marco Montemagno che con la sua solita ironia ci mette davanti a degli interrogativi e non alle solite pretese e infondate risposte.
In social media: è ora di cambiare, Montemagno, infatti affronta la tematica della “fauna” del web, analizzando come non sia specificato in alcun abecedario della networked society online che questi debbano raccogliere ed essere un’informe valvola di sfogo per le tensioni sociali dell’immanente anche se sembra essere diventata la regola.
E che questo non sia un problema da definirsi come intrinseco della natura umana lo rivelano, invece, le molteplici contraddizioni delle piattaforme che, “nel casino” non controllabile mettono davanti alla difficoltà di dare un univoco responso sul futuro della nostra società sempre più online dove, anche uno dei patron di Twitter, Jack Dorsey, in uno dei suoi ultimi Ted si trovava ad ammette proprio quella confusione che si vive oggi nei media social nella necessità di “cambiare gli incentivi” per provare a cambiare le cose.
Incentivi che nelle parole di Montemagno rendono evidente il focus di tutte queste piattaforme social nate con degli interessi specifici e focalizzati sulla e per la piattaforma come i follower, i like fino ad arrivare a “esci la tetta che pigli più like”.
Un approccio inequivocabile quello dei numeri che creano massa di utenti da coinvolgere il più possibile e nel modo più veloce possibile per attrarre investitori per cui più gli utenti sarebbero rimasti incollati ad esprimere i loro interessi, passioni e dati, più si sarebbero sentiti gratificati da quella esperienza totalizzante che ti porta ovunque senza doverti spostare.
“Se cambi l’incentivo cambi il comportamento”, ma che questo sia un concetto trito e ritrito non basta e il tuo contenuto non interessa se non ha un valore economico.
L’alone together va così di pari passo con le logiche di mercato, grandi flussi di denaro, criptovaluta di un monopoli digitale strategico che ci vuole sempre più soli, sempre più affamati, sempre più curiosi e sempre con nuovi bisogni di cui non abbiamo fatto diretta esperienza ma abbiamo visto che chissà dove lo fanno, ce l’hanno ed è super figo.
Se gli incentivi cambiassero, magari cambierebbe anche il messaggio e il contenuto ritornerebbe a fare la vera differenza, nessuna tetta, nessun addominale, nessun che ne so…ma, è da riconoscerlo “fino ad oggi non c’è stato nessun obbligo o interesse a creare incentivi migliori”.
La democrazia del mondo aperto che ha messo in discussione il monopolio dell’ordine sociale ci mette davanti a nuove problematiche ed interrogativi che non si possono ridurre alle mere logiche dei numeri dei colossi tech tanto più che per loro stessa natura non possono neanche essere sinceri sul rivelarci a cosa potremo andare in contro.
“Se tu hai già trovato tutte le risposte giuste alle tue domande l’unica cosa di cui puoi essere certo è che quelle non erano le domande giuste.”