Sempre più spesso la nostra attenzione viene attirata da titoli inusuali o che sembrano avere la risposta a tutti quegli interrogativi che arrovellano i nostri pensieri.
Date il benvenuto agli “advertorial”, informazioni di tipo pubblicitario che, impaginati in modo simile ad un articolo giornalistico possono trarre in inganno giocando sulle debolezze dei lettori.
Termine nato dalla fusione di “advertising” (pubblicità) e “editorial” (editoriale), con il termine “advertorial” (trad. “publiredazionale”) si indica un contenuto-post sponsorizzato che alla luce del rischio concreto di confondere articoli veri e propri con “pubblicità”, ha portato la legge a prevedere una particolare tutela del consumatore dell’informazione con il dovere di esplicitare chiaramente il tipo di contenuto e così indicare con apposita dicitura di cosa si tratti e in questo caso: “informazione pubblicitaria”.
L’advertorial, infatti, è cosa ben diversa da un articolo giornalistico nonostante questo cerchi di mimarne lo stile e la forma e, se pensiamo poi che viviamo in un momento storico in cui il giornalismo nel web si è fatto sempre più scorciato e spettacolarizzato, il rischio di incorrere in misunderstanding è davvero molto alto.
L’advertorial è così un modo elegantemente subdolo per promozionare un prodotto e che nel mondo dell’Affiliate Marketing crea pagine di vendita che hanno come obiettivo quello di vendere prodotti e/o servizi mirando a massimizzare le conversioni della campagna attraverso anche tecniche di esagerazione dei risultati o dei benefici del prodotto da promuovere.
La presenza sul web con siti internet, blog etc etc, ad oggi, rappresenta un aspetto fondamentale per esistere ed essere presi in considerazione da un mercato mai stato così boundless e da qui il fiorire di “informazione pubblicitaria” con diverse modalità di spread dell’advertorial.
Questo può essere infatti inviato dall’azienda al proprietario del sito internet che procederà alla valutazione della eventuale pubblicazione, ma anche essere creato dallo stesso proprietario del blog o del sito internet.
Un aspetto però su cui non sembra non potersi transigere è rappresentato dall’obbligo di specificare la tipologia di post e quindi “post sponsorizzati” e per cui l’eventuale mancata indicazione porterebbe a serie conseguenze in termini di credibilità del proprietario dello spazio web che lo ospita ma anche da Google stesso.
Giocato sulla linea sottile di uno storytelling accattivante e condivisibile capace di far vacillare l’incredulità nonostante la sponsorizzazione, le aziende nei limiti e negli obblighi previsti dalla legge sono libere di operare in questo modo senza incorrere in sanzioni.
App, social e un numero smisurato di foto, l’arte dell’editing s’arricchisce di una nuova experience; ed è così che a spopolare non sono più solo i filtri di bellezza o per vedersi invecchiati o nella propria versione di sesso opposto, perché ad animare l’entusiasmo vip e non nel web sono arrivati i cartoon con ToonMe.
ToonMe è l’app che, con pochi passaggi, grazie all’intelligenza artificiale, è in grado di trasformare una semplice foto di sé stessi in un vero e proprio cartone animato Pixar ed è subito moda.
Ed è proprio così che un boom di consensi svela l’indiscussa intramontabilità dell’animazione anche nelle sue versioni più evolute e che hanno segnato passaggi epocali come quello dal 2D al 3D fino ad arrivare al live action ma dove l’unica pecca sembra però essere rappresentata da quelle 2 settimane in cui le foto, una volta elaborate, rimarrebbero in cloud prima di essere eliminate e a cui aggiungere una informativa sulla privacy un po’ “sui generis”.
Questi ultimi interrogativi, però, sembrano anche passare in secondo piano vista la curiosità nei confronti del vedersi in versione cartoon grazie a quei sei filtri tra i quali poter scegliere e, arrivati ad oggi, scorrendo la home dei nostri social preferiti, con sempre più facilità, possiamo imbatterci in volti mai stati così friendly.
Affermazione dal sapore negazionista a parte, dopo aver fronteggiato il 2020 possiamo anche timidamente dire che quel fatidico terzo lunedì del mese di gennaio che tanto deprimeva gli abitanti dell’emisfero boreale, ormai non fa più così effetto.. e forse anche come del resto le stesse tanto postate “giornate mondiali del qualcosa”…
E se l’inventarsi una qualsivoglia ricorrenza negli anni passati spopolava in rete con anarchici inviti al consumo, dall’altra questo 2021 sembra essersi posto in controtendenza con atteggiamenti più sobri e influencer meno omologati alle ricorrenze segnate sull’agenda del PED.
In questi mesi, infatti, ad essere stati tristi non c’erano solo i lunedì ma anche i giorni e i mesi seguenti e che tutt’ora scandiscono l’esistenza di intere famiglie messe in ginocchio da questa crisi pandemica che non si decide ad allentare la morsa.
E se fosse vera la teoria per cui l’esistenza del Blue Monday potrebbe anche provarsi in quanto frutto di una fantomatica equazione pseudoscientifica, allora oggi più che mai verrebbe anche da pensare che proprio quegli stessi “calcoli” non possono neanche più essere considerati così attendibili…
Da quel 2005, data in cui il Blue Monday fece capolino per la prima volta nei palinsesti, di tempo ne è passato e con questo si è anche sempre più radicata la consapevolezza che lo stesso altro non poteva essere che l’ennesima trovata pubblicitaria social media friendly e che di scientifico avesse veramente molto ma molto poco.
Di certo però ai fattori considerati dall’equazione una certa veridicità la si può riconoscere ed è proprio così che quei fattori come le condizioni metereologiche, il fallimento dei propositi prefissati, i bassi livelli di motivazione e il bisogno di un’inversione di tendenza, diventano i tasselli di un’altra nomenclatura che prova a descrivere con altri termini la situazione che stiamo vivendo da ormai parecchio tempo.
Il Blue Monday dal 2020 sembra essere così una condizione costante insinuatasi anche in questo 2021.. e ad oggi non ci resta che pensare in modo positivo alla sfida dei prossimi mesi: arrivare ai “giorno più felice dell’anno” nel modo più normale possibile.
Anche una piattaforma patinata e professionale come LinkedIn si fa più social introducendo le stories per la promozione del proprio business e dai feedback registrati su più fronti del digital marketing, queste sembrano incuriosire timidamente diverse realtà presenti sulla piattaforma di riferimento per i professionisti e la numero uno per i marketer B2B.
Ed è così che sulle orme delle esperienze vincenti di Instagram e Facebook, anche LinkedIn ha deciso di mobilitarsi introducendo le famose “storie” dalla durata di 24 ore.
Il formato resta quello che mira a massimizzare l’engagement che si realizza nella fruizione di snakable content resi accattivanti grazie a particolari effetti, brevi testi, emoticon, musica che accorciano le distanze stimolando la comunicazione ma per il momento ancora ad esclusivo appannaggio dell’utilizzo tramite app.
“(…) condividere in modo più leggero i contenuti degli utenti. Le Stories incoraggiano le conversazioni e stimolano l’ingaggio”
(Pete Davies, Direttore senior della gestione prodotti di LinkedIn)
E se su LinkedIn i profili di maggiore successo sembrano essere quelli che fanno sfoggio d’autorevolezza e leadership nel proprio settore professionale, con le stories tutto questo sembra essere ancora più possibile e soprattutto realizzabile a più livelli giocando un ruolo fondamentale sul personal branding.
Mostrare le proprie conoscenze in modo coinvolgente con la creazione di contenuti veloci ma ad effetto permetterebbe, infatti, di condividere brevi aggiornamenti in real time aprendo così dei gate sulla vita aziendale, sulle proprie skills e sui propri goals mettendo a frutto le potenzialità della narrazione emotiva dal forte impatto empatico sugli altri membri della community ma non solo potendo anche elaborare un tipo di comunicazione strategica volta al conoscere le necessità degli stessi potenziali clienti o partner strategici anche attraverso l’analisi dei feedback.
Con un mondo del lavoro diventato sempre più smart, le stories di LinkedIn sembrano essere un modo concreto per provare ad accorciare le distanze in un mondo del lavoro in cui mantenere la formalità rischierebbe di congelare completamente ogni interazione che nella condivisione, invece, di una sorta di “dietro le quinte”, al contrario, riuscirebbe a creare nonostante la distanza un contatto.
Ed è così che le stories si possono anche popolare di screenshot da webinar o da conference Zoom perché non c’è nulla di meglio che un mondo “uomo a uomo”.
Da quel discorso dell’ 11 marzo 2020 del Premier Conte con cui si rendeva pubblica la gravità della situazione che ci saremmo trovati ad affrontare… di tempo ne è passato e arrivati ad oggi, ci troviamo a vivere una nuova ed apparente normalità ma che continua a tenerci sospesi tra DPCM, lockdown, smart working, didattica a distanza e che nostro malgrado, scandiscono una quotidianità da stato di emergenza pandemica a pieno regime nonostante l’entusiasmo per il vax day.
Ma nell’Italia in bilico tra zone gialle, arancioni ma soprattutto rosse la situazione non sembra voler migliorare ritrovandoci ancora una volta a vedere le nostre settimane alternarsi con le autocertificazioni di una crisi profonda.
Con il lockdown e la digitalizzazione seguita per far fronte all’emergenza pandemica siamo stati costretti a cambiare molte nostre abitudini e con queste anche il crimine si è adattato registrando, così, un aumento esponenziale dei reati online.
Furti di identità digitale, frodi informatiche, clonazioni di carte di credito sono solo alcuni esempi dell’impennata del cybercrime che è riuscito a colpire sempre troppi ignari cittadini in un anno dominato dal Covid ed è così che, di pari passo con la digitalizzazione delle attività e in un certo senso anche delle relazioni, si sono fatti sempre più spazio gli attacchi informatici con un phishing dalle opportunità veramente innumerevoli.
Quasi ogni giorno, infatti, un numero sconsiderato di persone finisce nella rete di criminali digitali senza scrupoli che all’ “ombra dello schermo” ordiscono truffe online capaci di incastrare anche gli users più attenti.
Gli utenti, infatti, anche se obbligati a non abbassare mai la guardia finiscono comunque in inganni di diabolica “verosomiglianza” che celano frodi intelligenti e ben studiate per far vacillare le barriere della diffidenza con url scritte male, e-mail con loghi contraffatti o clonati che rimandano ad altri siti chiedendo pagamenti anche di pochi euro.
Ed ecco che giorni fa facendo un check nella mia casella di posta indesiderata ci trovo una sfilza di presunti corrieri che notificano l’imminente arrivo di fantomatici ordini online che non potrebbero essere evasi in quanto privi di indirizzo a cui recapitarli.
Lo stile asciutto corredato di numero di ordine ricorda il crap professionale delle grandi compagnie se non fosse che appena sotto ad uno sgargiante “STATO: PRONTO PER LA CONSEGNA” si invita a pagare la spedizione 1 euro..
Apparentemente nulla di strano se non fosse che quel numero di ordine si ripeteva in tutte le mail provenienti però da mittenti diversi ed incomprensibili di ipotetici corrieri a loro volta contrastanti.
Con l’aumento degli acquisti online, infatti, chiunque di noi potrebbe avere un ordine prossimo alla consegna o magari in ritardo, o per cui è richiesto il saldo dei costi di spedizione ma non facendo particolare caso al numero di ordine potremmo essere indotti, come in questo caso, al pagamento di quel “semplice euro” che rappresentando una cifra “equa” potrebbe anche spingerci a non prestarci particolare attenzione e così pagare per una vera e propria truffa.
Ed ecco che proprio così ritornano fondamentali le regole auree della prevenzione dell’autodifesa digitale come antivirus aggiornato, occhi ben aperti e diffidenza q.b. che possonometterci in guardia dagli abbocchi fraudolenti messi dai “pescatori di frodo” del web: i cyber criminali.
La scuola non riapre per tutti: homeschoolers e l’educazione libertaria
I sobri festeggiamenti di inizio anno sono trascorsi da poco e se da una parte molte famiglie hanno già cominciato a pensare a quel fatidico 07/01/2021.. dall’altra vi sono tutte quelle che invece non avranno questo timore…
Oggi infatti per quanto riguarda le ultime citate, non parleremo di realtà che continueranno a svolgere le lezioni in “didattica a distanza”, ma di famiglie che per l’istruzione dei loro figli hanno optato per l’homeschooling o educazione parentale; ed è così che alla paura del contatto si trovano anche risposte “nuove” che abbracciano esigenze trasversali cominciando anche a sentir parlare sempre più spesso di queste realtà in uno dei contesti più dibattuti e controversi dell’ultimo periodo…
L’homeschooling per molto tempo fu una realtà di nicchia e poco nota in Italia, anche se invece ad oggi, se ne sente parlare con maggiore consapevolezza e curiosità e, grazie a queste, sempre più famiglie sembrano anche interrogarsi su quella che potrebbe rappresentare una decisione molto delicata che nella scelta d’istruire i propri figli senza iscriverli a scuola comporterà iter di crescita e di apprendimento paralleli a quelli “pubblici” perché plasmati sulle esigenze dei più piccoli.
L’educazione parentale
“Con il termine homeschooling o educazione parentale si indica l’istruzione impartita dai genitori o da altre persone scelte dalla famiglia ai propri figli da non confondere, però con le Scuole Parentali.”
Modalità di scolarizzazione ed educazione “alternativa” ma non per questo illegale, l’educazione libertaria permette ai genitori ma anche a chiunque “interagisca” con il nucleo familiare di provvedere (qualora vi siano le conoscenze e le competenze per farlo) all’istruzione dei più piccoli senza la mediazione del sistema scolastico pubblico.
L’habitat in cui si realizza l’educazione parentale risulta così essere un ambiente in divenire in cui è possibile individuare diverse tendenze senza però poterne determinare una precisa casistica metodologica, infatti, sembrano esistere tanti metodi quante sono le famiglie che li praticano anche se un aspetto sembra invece ricorrere ed accomunare tutte queste esperienze e come l’amore per i figli nell’abbracciare poi, però, anche altre motivazioni come quelle di natura religiosa, linguistica, di salute ma anche il preferire un apprendimento personalizzato, protetto e lontano dallo stress dell’incombenza di un giudizio pressante e caotico come quello che sembra, invece, realizzarsi in una normale classe.
Gli homeschoolers apprendono in una realtà a dimensione di bambino in cui i genitori si occupano della programmazione delle lezioni reperendo tutto il necessario, informandosi sui tipi di pedagogia, ma anche facendosi aiutare e senza mai dimenticare l’importanza attribuita al confronto che, qui, avviene in un modo libero da imposizioni di spazio e di tempo nell’incontro con individui pronti a far vivere le loro skills.
E mentre sempre più famiglie si sentono lontane dall’organizzazione scolastica tradizionale tanto da essere costrette a cercare realtà altre e più su misura; dal 2018 gli homeschoolers risultano iscritti con indicazione “istruzione familiare” nell’ANS, l’anagrafe nazionale dello studente.
Tale scelta, non è però a senso unico potendo anche scegliere di rientrare nel sistema scolastico tradizionale e sempre dal 2018, la legge prevede che tutti gli alunni e gli studenti che si siano avvalsi dell’istruzione parentale “sostengano annualmente l’esame di idoneità per il passaggio alla classe successiva in qualità di candidati esterni presso una scuola statale o paritaria, fino all’assolvimento dell’obbligo di istruzione” (art. 23 d. lgs. 13 aprile 2017, n. 62) e così poter formalizzare la carriera scolastica o per stabilire il livello dell’apprendimento dello studente nel momento in cui si desidera farlo rientrare nel percorso scolastico tradizionale.
Intervista a Valentina Olivato, regista di “The childhood experience”
“Dottoressa Olivato, lei è la regista del documentario The childhood experience, e per questo è stata premiata in occasione del Not Film Festival di Sant’Arcangelo di Romagna e qui si porta alla ribalta l’educazione parentale, ma per noi profani in cosa consiste l’educazione parentale o homeschooling?”
“L’educazione parentale o homeschooling è un diritto fondamentale che hanno i cittadini italiani che è garantito dalla Costituzione, non in molti lo sanno, perché non è così diffusa in Italia come magari lo è in altri posti come gli Stati Uniti d’America per esempio, però è una libertà e un diritto che noi tutti abbiamo e questa consiste nella possibilità di educare personalmente i propri figli o comunque di poter occuparsi dell’educazione dei propri figli e io appunto ho approfondito questo argomento all’interno del documentario The childhood experience seguendo le giornate di una famiglia che pratica l’homeschooling dove i figli stanno a casa e la madre è loro insegnate.”
“Ma praticamente l’educazione parentale come si realizza?”
“Dunque dal punto di vista pratico-burocratico, scegliere l’homeschooling è abbastanza semplice, è sufficiente inviare un’autocertificazione alla scuola e dichiarare che ci si prenderà in carico l’educazione e l’istruzione dei propri figli e poi da lì inizia tutto un altro percorso, diverso e molto personale.
Io, oltre ad aver seguito e a conoscere molto bene la realtà che ho rappresentato nel documentario The childhood experience, quindi la famiglia di Caterina ed Alessandro e i loro quattro bambini che si chiamano Vinicio, Miranda, Martino ed Ines, ho intervistato altre famiglie un po’ per rendermi conto e ho capito che dipende molto da come è la famiglia da come sono le loro esigenze ma soprattutto da come sono i bambini quindi se il bambino è più creativo, se il bambino è più iperattivo e l’homeschooling si plasma intorno alle sue necessità per cui non c’è una risposta univoca su com’è l’homeschooling, dipende molto dalle situazioni, dalle realtà personali e dalle storie di vita”.
“Sulla base quindi della sua esperienza quali possono essere i punti di forza e invece quali i punti di debolezza dell’educazione parentale? E se dovessimo poi fare anche un confronto con la didattica a distanza, sempre su questo frangente, quali ulteriori aspetti potrebbero essere individuati?”
“Credo che prima di scegliere l’homeschooling o educazione parentale sia molto importante riflettere perché si tratta di una scelta forte e cruciale, si inciderà sul futuro, nella crescita del bambino quindi secondo me è fondamentale essere ben coscienti di quello che si sta facendo.
Per quel che riguarda i pro, posso riferire il frutto della mia ricerca e della mia osservazione, io sono una documentarista, per cui nel mio piccolo ho osservato una realtà in particolare e ho fatto delle ricerche a riguardo.
Sicuramente vengono prese in considerazione molto di più le esigenze di ciascun bambino, anche i suoi talenti, le sue passioni, magari aspetti che nel contesto scolastico in cui ci sono tanti alunni, tanti studenti e magari non si ha un carattere particolarmente forte, si corre il rischio – alle volte – di essere un po’ nell’angolo e che determinati aspetti del proprio pensiero o dei propri bisogni non vengano presi in considerazione, invece, in un insegnamento così personale e così quotidiano, tutto ciò che riguarda la sfera personale è al centro.
Per quel che riguarda i contro, invece, risponderò con le parole e i pensieri di uno dei personaggi del film-documentario, The childhood experience, Ines, che è la bimba più grande riflette proprio in una scena del film, su questo e ci dice che lei alle volte non si rende conto di quanto sà, ossia le manca un po’ quel confronto con un’autorità esterna, con uno spirito critico esterno, il confronto con l’altro, il confronto con una figura esterna, quindi io credo che questo si possa riassumere nei contro quindi questo è un pochino il mio pensiero a riguardo.
Penso che dopo aver girato il film, dopo esser stata a stretto contatto con questi bambini, posso dire che è un’esperienza alternativa che ha catturato sicuramente il mio interesse e che comunque è un diritto offerto dalla Costituzione ed è estremamente attuale questo argomento perché tutta l’Italia in un certo qual modo ha dovuto praticare l’homeschooling durante il lockdown perché i bambini erano a casa e i genitori dovevano sostenerli, supportarli nell’apprendimento perché io credo che la DAD, la didattica a distanza, non sia sufficiente; è fondamentale che vi sia un supporto ma anche dal punto di vista umano, è importantissimo, l’apprendimento non si basa semplicemente sullo scambio o sulla trasmissione di nozioni, c’è tutto un aspetto umano e anche di empatia che deve esserci e quindi sicuramente le famiglie italiane si sono trovate a dover supplire questa mancanza perché la DAD sicuramente non risponde a tutto, non risponde a tutti i bisogni degli studenti.
Sostanzialmente si sono dovute intrecciare le due cose: homeschooling e didattica a distanza; se è una soluzione praticabile per tutte le famiglie italiane in generale, io questo non lo so, non sono assolutamente un’esperta a riguardo, io ho osservato e ho preposto attraverso il mio documentario, quello che io volevo fare più che altro era incuriosire e anche diciamo stimolare dei quesiti nello spettatore perché l’educazione sia dalla parte di quando si è più piccoli sia alle elementari ma anche poi nell’adolescenza è importantissima per lo sviluppo della nostra identità per cui quello che io trovavo interessante era stimolare negli spettatori e nel pubblico dei quesiti e delle riflessioni a riguardo.
Credo che la scuola pubblica dovrebbe trasformarsi, rigenerarsi, cambiare, perché ci sono troppi aspetti della contemporaneità di cui non tiene conto e in questo momento è un gigantesco apparato burocratico pieno di rigidità e ne soffrono i bambini, gli adolescenti, pre-adolescenti, eh si sono loro a soffrirne e alle volte ho la sensazione che gli insegnanti siano impotenti di fronte a queste rigidità, a questi meccanismi della burocrazia, per cui penso che a prescindere da tutto la scuola italiana dovrebbe cambiare al suo interno e da su i ministeri dovrebbero analizzare, osservare e comprendere qual’è la realtà attuale.”
Natale si avvicina e in questo 2020 senza senso mai come prima sembra esserci il bisogno di esempi positivi, di racconti leggeri, di storie a lieto fine e di quella umanità che Covid-19 c’ha tolto negandoci il contatto.
E oggi tra quelle storie positive possiamo anche pensare con un accennato sorriso ad un binomio magari inconsueto ma non così impossibile: influencer e beneficenza.
Non è infatti la prima volta che i nomi di personaggi influenti e del jet set appaiono in iniziative benefiche e di celebrities dal cuore d’oro se ne possono contare veramente molte sia oltre oceano che nel nostro Bel Paese.
Ma l’esercito vip della beneficenza si è popolato anche di influencer che, anche se ad un primo sguardo, possono sembrare gli imbucati di turno, in quanto considerati ancora molto spesso agli antipodi di iniziative come quelle della beneficenza al contrario, invece, nonostante il background di marketing ossessivo si sono rivelati dei validi alleati ma non per questo esenti da polemiche…
In questo 2020 il nome “influencer” è infatti entrato tra le fila anche di iniziative benefiche e come durante la prima ondata della pandemia e durante quella che a tutti gli effetti può essere definita come un’estate influencer edition per la promozione e il rilancio in ottica di marketing territoriale della nostra penisola e che vide impegnate le star dei social e una in particolare: Chiara Ferragni.
Tra informazione, divulgazione di best practices di prevenzione, intrattenimento da lockdown e beneficenza, gli influencer si sono aggiudicati un interessante primato diventando un importante punto di riferimento per i propri followers e come documentato da alcune ricerche condotte da Ipsos e Flu.
Gli influencer sembrano così non fare solo il boom dei like ma anche di consensi offline rivelando le potenzialità trasversali del social media marketing e dell’influencer marketing per intercettare non solo potenziali clienti ma anche benefattori mostrando la fluidità di un concept sempre più radicato e da considerare con particolare attenzione in base alle diverse esigenze e possibilità.
Il coinvolgimento e la sensibilizzazione di un potenziale pubblico, infatti, non è una cosa semplice tanto più se si mira a veicolare un messaggio non solo in modo accattivante ma anche in una maniera tale che questo sia capace di “distrarre dalla distrazione” arrivando in modo così immediato da suscitare una reazione tangibile e che per questo si traduca in quella “conversione” che caratterizza il comportamento d’acquisto.
I linguaggi giusti per gli influencer, invece sono già stati rodati e calibrati sulla propria affezionata fan base che, fidelizzata e coinvolta emotivamente post dopo post basa la follwership su meccanismi di trust ed engagement ed è proprio così che pensare ad un testimonial famoso, oggi più che mai fa pendere l’ago della bilancia su personalità dei social anche quando si parla di campagne benefiche tanto che un binomio simile non sembra neanche più essere un’idea così folle per ottenere non solo interesse mediatico ma anche risultati in termini di comunicazione one-to-one e di reach.
Le icone social, infatti, raccontando le loro esperienze hanno permesso di sensibilizzare e di sdoganare anche alcune problematiche come quelle legate al bodyshamig, alla depressione, al cyberbullismo, alla violenza sulle donne, etc etc.. portando alla ribalta gli stati d’animo ed ecco come dalle belle foto e dai contenuti scherzosi si passa a messaggi più profondi e crossmediali.
Un esempio positivo e di pionieristica crossmedialità, infatti, lo si può individuare nel gruppo comico dei The Jackal che con ActionAid si impegnano per un mondo migliore anche se, dati alla mano, in Europa, la campagna di raccolta fondi di maggior successo sembra essere quella che ha visto i Ferragnaz a fianco di GoFundMe.
Il marketing della beneficenza
“Idealmente mi piacerebbe che i miei figli fossero orgogliosi di ciò che facciamo, del nostro impegno civico, al di là del nostro lavoro. Far capire che la responsabilità sociale che si ha quando si raggiungono certi obiettivi è importante tanto quanto gli obiettivi stessi.” (Fedez)
Non è la prima volta e molto probabilmente non sarà nemmeno l’ultima…ma è anche vero che se si dovessero mettere in pratica alla lettera i principi cristiani sul tema “fare del bene” si dovrebbe anche tentare di evitare che la propria mano destra sappia cosa fa la propria mano sinistra…
E sebbene tutto questo da un lato appaia come insindacabilmente vero agli occhi degli uomini e delle donne di fede e praticanti, dall’altro, nell’era dei social ciò risulta anche estremamente “anacronistico”.
Il tutto perché in un’epoca frenetica dove non esisti se non posti, e dove il numero dei like è direttamente proporzionale al successo nella vita, ci si rende conto di quanto anche essere buoni o fare del bene debba essere mostrato perché se così non fosse, magari, e senza troppi magari, nemmeno ci si crederebbe proprio a causa di quella sorta di delirio iperconnesso di San Tommaso moderni.
Ed è proprio per questo che la stessa propria identità e il proprio essere, oggi più che mai, passano per ciò che pubblichiamo tanto che noi stessi finiamo d’essere semplicisticamente ridotti al nostro feed.
Cresciuti a latte e tecnologia, infatti, i millenials come Fedez si riconoscono gli eredi della digital life iperconnessa dei nostri tempi che si realizza nel racconto e nel raccontarsi mostrando e mostrandosi in quel lifestream ipermediato da sempre.
E Fedez è proprio questo, il figlio di quella evoluzione che ha messo in discussione il broadcaster in favore dei social in una quotidianità digitallizzata che si rivela poi anche essere la stessa che ospita anche i delatori dei metodi social friendly ed è così che nel mirino delle critiche ci finisce l’operosità solidale definita ostentata per la platealità da tutti coloro che non apprezzano il postare la “responsabilità sociale”.
Le critiche infiammate anche dal conferimento dell’ambrogino d’oro 2020 si accompagnano così al disappunto che investe anche l’amministrazione di Milano tanto da spingerla a spiegare il motivo di quel premio ma che non ha comunque convinto coloro che sostengono che dietro quel attivismo altro non ci sia che l’ennesima trovata di marketing.
Resta il fatto che, anche stando a quanto poi ribadito dallo stesso Sindaco Sala, i Ferragnez avrebbero invece meritato quel riconoscimento proprio in virtù dell’altruismo e della sensibilità mostrata e che li avrebbe anche visti direttamente coinvolti mettendo la loro notorietà al servizio della lotta a Covid-19 peccato che non tutti condividano questa prospettiva e come Fabio Volo che, durante il suo programma “Il volo del mattino” su radio Deejay, ha colto l’occasione per palesare la sua profonda perplessità nei confronti dell’ultima “fedezzata” e che l’ha visto distribuire, a bordo della sua Lamborghini, aiuti economici ad alcune famiglie bisognose…
“La beneficenza si fa in segreto, io divento matto” (Fabio Volo)
Controrisposte, cifre spiattellate in pieno stile rapper, logica social dai meccanismi a volte difficilmente comprensibili come per i suoi metalinguaggi.. la beneficienza nel 2020 passa anche e soprattutto da qui e grazie a chi padroneggia una fan base disposta a tutto ma soprattutto ad essere influenzata ci si può rendere conto di quanto l’influencer marketing in piccolo o in grande presupponga un legame forte con la propria fan base, un rapporto di fiducia costruito nel tempo e che porta ad ottenere risultati interessanti quando si parla anche di iniziative benefiche ma è proprio grazie alla fiducia che passa attraverso un’immagine che la followership si salda con la riconoscibilità, il brand e quindi l’identità scelta come in grado di comunicare messaggi e valori affini ai propri codici ed è così che i linguaggi che sempre più spesso vanno oltre al “product placement” danno vita, invece, a dei veri e propri incubatori di messaggi forti che solo apparentemente passano attraverso la superficialità e la frivolezza del colore di un paio di scarpe.. e che magari possono anche essere disapprovati ma di certo risultano essere difficilmente attaccabili visti i numeri e i risultati ottenuti…
Per il resto… “posto che sono una merda, parliamo di quello che di buono questa merda sta facendo e vi invita a fare” (Fedez)
Secondo il World Economic Forum le nostre password dovrebbero diventare un ricordo del passato.
Fernando J. Corbató (1926, 2019), Corby per gli amici, è stato un ingegnere statunitense, conosciuto per aver creato il primo sistema operativo multi utente per Ibm. Morto all’età di 93 anni, mentre si trovava in una casa di riposo a Newburyport nel Massachusset, durante gli anni Sessanta ha contributo allo sviluppo di sistemi informatici ed era capo di un progetto chiamato Compatible Time Sharing System (CTSS).
Il Time Sharing (condivisione di tempo) è quella modalità che permette al sistema operativo di utilizzare le risorse di calcolo e che permette l’esecuzione delle attività dell’unità di elaborazione centrale (CPU) suddividendole in quanti o intervalli temporali. Ogni intervallo, o quanto, è assegnato sequenzialmente a vari processi di uno stesso utente o a processi di più utenti”
Nel 1990 Fernando Corbató ha ricevuto il prestigioso premio Turing, un onorificenza che qualcuno definisce come il “Nobel dell’informatica”. Corbató è stato anche professore emerito del MIT di Boston ma è sopratutto universalmente noto come l’uomo che ha inventato la prima password per computer, quando elaborò un codice per l’Ibm 7090/94 che regolamentasse l’accesso a più persone, gli utenti. Negli anni Sessanta si accorse che se più persone avevano accesso allo stesso computer era indispensabile che ognuno di loro potesse mettere al sicuro il proprio lavoro, così nel 1964 Corbató inventò l’accesso con password. Per far questo implementò un meccanismo di compartimentalizzazione dell’accesso al computer attraverso delle password che poteva assicurare ad ogni utente di poter accedere ai propri file in maniera esclusiva. Corbató pensò anche ad una politica di sicurezza e fece in modo che gli utenti potessero accedere ai propri file solo nelle 4 ore settimanali che gli erano assegnate.
Fernando J. Corbató nel 1961 produsse quello che si può definire il primo sistema operativo multi utente per un calcolatore Ibm, tramite il CTSS era in grado di eseguire più programmi, dedicando a ognuno una porzione di tempo per elaborare il comando inviato dall’utilizzatore. Questa novità cambiò il modo di percepire i computer che a quel punto smisero di essere considerati come grandi calcolatrici. «Il time sharing ha cambiato il modo di usare questi strumenti, molto prima dell’avvento dei pc», ha affermato Stephen Crocker, ingegnere informatico e pioniere di internet.
Tanto per capire meglio fu per merito di Fernando Corbató se, premendo un tasto o scrivendo qualcosa, il computer ha iniziato a “rispondere subito”, in quanto questo tipo di interazione non era affatto presente prima del CTSS. Passare da un sistema che poteva dare una risposta ad un comando anche in giorni ad una semplice richiesta ad uno che reagiva subito fu una questione del tutto rivoluzionaria.
Tutto questo ha permesso lo sviluppo di Multics (Multiplexed Information and Computing Service), uno dei primi sistemi operativi in Time Sharing, sviluppato attivamente a partire dal 1964 che è stato utilizzato per i calcoli dell’intera città di Boston. Multics poteva essere utilizzato tramite terminali remoti attraverso i quali gli utenti potevano accedere con nome utente e password ed è stato uno dei primi sistemi operativi che poteva essere configurato e aggiornato. Tutto questo ispirò un gruppo di ingegneri nella creazione di Unix, il sistema da cui derivano quasi tutti i sistemi professionali attualmente utilizzati in rete. Il nome Unix nacque proprio in contrapposizione a quello di Multics.
Corby è anche noto per aver enunciato una legge informatica, la Legge di Corbató (Corbató’s law). La cosiddetta Legge di Corbató stabilisce che: “Il numero di linee di codice che un programmatore può scrivere in un periodo è il medesimo indipendentemente dal linguaggio utilizzato”.
L’incubo delle Password
Prima di lasciare questo mondo, sebbene fosse stato colpito da una grave forma di Diabete, Fernando Corbató ha continuato a fornire contributi al mondo informatico e fu egli stesso a sostenere, durante una delle sue ultime interviste, che così come venivano utilizzate le password erano diventate “un incubo”: «Internet ha reso gli accessi una specie di incubo». L’accesso con password non era stato pensato come valida soluzione per la rete internet o per le app sul web, all’epoca di fatto non esistevano neppure computer in rete (1969: collegamento dei primi computer tra 4 università americane) ed è per questo motivo che deve essere chiaro che, come affermava, “le cose devono cambiare”.
Negli ultimi anni si era reso conto che con il diffondersi dei servizi su rete internet la sua invenzione dava più problemi di quanti ne risolvesse. “La Internet ha reso gli accessi una specie di incubo” e per questo il mondo della programmazione sta esplorando altre vie per mettere in sicurezza i nostri dati, ma in attesa della migliore soluzione la password resta ancora uno strumento imprescindibile.
Tante Password poca sicurezza
Le password erano allora una delle nostre misure di sicurezza più affidabili, ma nell’ultimo decennio con l’utilizzo generalizzato e inconsapevole del web, tutte le nostre “parole segrete” vengono esposte a un numero sempre crescente di sistemi e quindi di soggetti. Difficile se non improbabile ricordare tutte le credenziali di tutte le app o siti web, tendiamo cosi’ a riutilizzare le stesse password per la registrazione e l’autenticazione ai tanti servizi disponibili. C’è chi richiede di stabilire una password con minimo 6 caratteri, chi 8 , chi invece costringe all’inserimento di caratteri speciali, numeri e alternanza di lettere in maiuscolo e minuscolo. Un vero e proprio ginepraio in cui ogni servizio divenuto necessario richiede di ricordare un codice sempre più’ complesso per potersi autenticare e quindi essere utilizzato.
Ci si mette anche lo Stato e la pubblica amministrazione quando si costringono i cittadini a utilizzare le App per poter usufruire dei servizi pubblici quali appuntamenti al proprio Comune, carte d’identità, tasse, identità digitali, spid, pec e… chi più ne ha più ne metta.
Si rischia ognuno di dover di utilizzare in media più di cento combinazioni con nome utente e password. Tuttavia, mentre molti team di sicurezza raccomandano agli utenti business di creare password individuali, complesse e forti per tutti i loro account, molti non seguono questo consiglio. Di conseguenza, molte password sono deboli o spesso riutilizzate. Consideriamo anche che la stragrande maggioranza dei cyber-attacchi partono proprio da credenziali di accesso compromesse. Le “password deboli” possono causare direttamente fughe di dati, attacchi informatici e furto di proprietà intellettuale e identità.
Basta pensare che criminali malintenzionati possono acquistare e accedere a milioni di password rubate da siti pubblici. Una password compromessa può avere un impatto a lungo termine sul malcapitato dato che la maggior parte delle persone tende a riutilizzare le stesse parole per confezionare le proprie parole chiave.
Molte liste di password sono vendute online nella Dark Web, quella porzione nascosta del web a cui si accede solamente con il browser TOR, e i criminali contano sul fatto che la maggior parte di noi tende a riutilizzare le stesse parole. Per cui i cyber criminali sanno bene che se riescono a trovare una password di un account è probabile che la stessa o una frase simile venga utilizzata per accedere a informazioni preziose su altri sistemi.
Bitcoin è la nuova moneta elettronica: indipendente dalle banche, garantisce l’anonimato nelle transazioni e la sicurezza negli scambi. Il Bitcoin è oggi sotto i riflettori non solo della stampa o degli “addetti ai lavori” (dagli hacker agli economisti), ma anche dei comuni cittadini interessati a investire in questa nuova forma di moneta. È vero, nel dark web si possono fare brutti incontri e incappare in siti illegali o amorali. Tuttavia il dark web è anche un vastissimo spazio di libertà, dove trovare siti scientifici, siti-biblioteca, documenti riservati, offerte di servizi non reperibili nel web tradizionale. Ricercatori, scienziati, attivisti politici e comuni cittadini che vo…
Come ci rubano le password
Gli attacchi e gli abusi effettuati attraverso il Phishing sono i più diffusi e contano sull’errore umano per andare a buon fine. Il Phishing è una vera e propria truffa informatica che viene effettuata con l’invio un’e-mail contenete delle informazioni falsificate in cui si invita a fornire dei dati per sbloccare o risolvere un qualsiasi problema. Sempre più spesso queste comunicazioni avvengono con mittenti e loghi contraffatti di banche o di società di commercio elettronico. Il destinatario dell’attacco è spinto inconsapevolmente a fornire dati riservati con ragioni di ordine tecnico.
Secondo il Verizon 2019 Data Breach Investigations Report, il 32% di tutte le violazioni riguardava il phishing e il 33% comprendeva attacchi di social engineering che ingannano gli utenti.
C’è da considerare che moltissime persone si sono abituate ad avere servizi online “gratuiti”, che alla fine vengono pagati dalla vendita dei propri dati anche senza esplicito consenso o reale livello di conoscenza da parte del consumatore. Fortunatamente alcuni utenti iniziano a resistere e ad imparano a non confondere i servizi pubblici gratuiti dai servizi privati gratuiti. Ma la strada è ancora lunga e molti utilizzatori di questi siti gratuiti come ad esempio i social network, motori di ricerca, contenitori di video e musica perdono gradualmente il senso della ragione e iniziano a pensare che il servizio che utilizzano sia una sorta di servizio pubblico indispensabile che deve quindi seguire le regole di ogni servizio nato per il pubblico o fornito dello stato. Ma non è così, gli imprenditori e le organizzazioni private investono denaro e risorse proprie per far accedere gratuitamente a questi servizi con uno scopo del tutto diverso da un servizio pubblico. Lo scopo di questi investitori è duplice e lapalissiano: denaro e potere. Per questo motivo dobbiamo pensare di non lasciare traccia delle nostre credenziali come ad esempio quelle bancarie.
Cosa fa lo Stato
Forse è sempre meglio ricordare che se siamo in democrazia lo Stato siamo noi, inteso come governo quale espressione di una maggioranza di persone liberamente elette. Per questa ragione ogni azione dello Stato democratico dovrebbe per definizione sostenere la libertà e la sicurezza dei propri cittadini. Per questo motivo gli Stati si sono accorti, anche se in ritardo, dell’importanza cruciale di dover regolamentare nuovamente la privacy.
La prima grande controffensiva degli Stati è arrivata con il GDPR in Europa e con il California Privacy Rights and Enforcement Act. Per soddisfare i requisiti stabiliti da queste nuove leggi, i prodotti e i servizi devono essere progettati per rispettare la privacy e fornire una completa trasparenza agli utenti.
Solo se si rispettano queste regole saremo in grado di avere sistemi di controllo biometrico affidabili, lasciando la palla alle aziende che possono verificare le informazioni, oppure si potrebbe risolvere questo problema con una scansione del documento d’identità di una persona rilasciato dal governo e un controllo di somiglianza facciale in combinazione con gli attributi verificati.
Fatto sta che a molti operatori sembra che l’applicazione della GDPR colpisca più duramente i piccoli siti e sistemi che non hanno capacità economica o intenzione di raccogliere e gestire dati sensibili, mentre le multinazionali e le grandissime aziende possono accedere a modalità sofisticate e costose per gestire a proprio vantaggio il trattamento dei dati in ottemperanza con la regolamentazione sulla privacy. Per questo motivo assistiamo all’assurda commedia in cui un piccolo negoziante per ottemperare alla GDPR per il suo piccolo negozio online, magari programmato dal nipote, debba imbarcarsi in una serie di tecnicismi burocratici legali e tecnici che lo terranno sempre nel dubbio di incappare in una sanzione improvvisa. Problemi che invece diventano opportunità per una grande azienda che ha legali e uffici tecnici con tanto budget.
Aumentare la sicurezza delle password
Per superare molte limitazioni di sicurezza legate alle password sono state introdotti due nuovi modi per accedere ai servizi come l’autenticazione a due fattori (2FA) e l’autenticazione multifattoriale (MFA). Entrambi i metodi garantiscono che l’identità di una persona venga autenticata utilizzando la password assieme a un altro dispositivo come uno smartphone o una chiavetta di sicurezza o una forma di autenticazione biometrica come l’impronta del digitale o il riconoscimento facciale. Anche se la password fosse conosciuta ai malintenzionati, gli aggressori avrebbero bisogno di accedere ad un altro dispositivo.
La questione grottesca è che spesso i più sguarniti sono proprio alcuni esperti, come ad esempio gli sviluppatori e gli architetti informatici che sono abituati a lavorare in cloud alla massima velocità e con tutta l’agilità possibile. Sviluppatori e architetti di rete a volte temono che i passi aggiuntivi possano ostacolare la produttività e tendono a disabilitare i controlli multifattoriali. È quindi necessario fare massima attenzione e non pensare che qualcuno che abbia più competenza di noi in ambito informatico sia anche più cauto. Molti sviluppatori hanno accesso a informazioni riservate del proprio cliente o datore di lavoro e potrebbero acquisire pieno controllo in ambienti dove il cliente ha in deposito preziosi dati che dovrebbero rimanere riservati. Gli sviluppatori e gli architetti di sistema sono tra gli utenti più privilegiati all’interno di un’organizzazione. Per questo motivo a un criminale potrebbe convenire compromettere prima di tutto l’account di uno sviluppatore e ottenere un accesso immediato ed elevato alle informazioni più critiche e segrete di un’organizzazione.
Anche se viene sempre consigliato di utilizzare un sistema di accesso multifattoriale (MFA) quando si accede a sistemi critici, senza una gestione e un monitoraggio adeguati, le password o le credenziali possono comunque essere il vero tallone d’Achille. Memorizzare le credenziali in un caveau digitale con password a scadenza o in un gestore di credenziali è un altro metodo chiave per risolvere il problema “umano”, in quanto impedisce il riutilizzo delle password. Una rotazione delle credenziali impedisce il riutilizzo e alla lunga elimina la gestione manuale delle password.
C’è un modo semplice per autenticarsi senza ricordare una password? C’è un modo per rendere sicura l’autenticazione mantenendo il processo semplice?
Autenticazione senza password
“Senza password” non significa che le password cessino di esistere, significa semplicemente che gli utenti finali delle applicazioni non vengono esposti direttamente alle credenziali necessarie per accedere ai sistemi critici. Per cui ci si pone il duplice obiettivo di rendere più comodo e semplice l’accesso alle risorse e contemporaneamente migliorare la sicurezza degli utenti. Un compito non facile dato che siamo abituati a dare più mandate alla porta o di aggiungere delle serrature quando non ci sentiamo sicuri in casa.
Se pensiamo ad un modo di autenticazione senza password, dobbiamo immaginare di non aver bisogno di memorizzare o inserire parole chiave da nessuna parte per accedere ai nostri dispositivi o alle applicazioni che ci servono. L’accesso in questo caso avviene in base a qualcosa che non può essere ottenuto da nessun altro se non dalla persona che vuole accedere, come nel caso di utilizzo d’identificazione biometrica. Se una password non viene mai esposta allora non può mai essere rubata.
Affinché il mondo diventi senza password dobbiamo poter però controllare i nostri dati senza rischio. Il World Wide Web Consortium, che sviluppa standard globali per il web, e la Fido Alliance, un’associazione di settore dedicata alla sostituzione delle password come nostro mezzo di autenticazione digitale, stanno sviluppando standard per i dispositivi in modo che gli utenti possano verificare se stessi a distanza e in modo più sicuro.
Il futuro senza password è vicino? Stiamo velocemente arrivando ad un “Reset” di abitudini? La nostra mente non è in grado di seguire la velocità con cui sta evolvendo la “tecnologia delle cose che usiamo”. Ci stiamo instupidendo gradualmente come mostrato nel profetico film Idiocracy?. Per non rischiare di affaticarci abbiamo deciso di ricordare meno cose e di fare meno azioni anche se si rischia la nostra privacy? Come parafrasato da Gaber, stiamo perdendo i pezzi a forza del non uso.
Forse non abbiamo una chiara idea di cosa sia veramente la privacy e che ruolo fondamentale essa abbia in democrazia. Quando si è nativi democratici è difficile comprendere fino in fondo quali sono i costi della libertà.
Non troveremo buone risposte se non affatichiamo le nostre connessioni celebrali. Nell’ambito dell’abolizione delle password continueremo a vedere progressi nel 2021 che colmeranno il divario tra la fiducia nelle verifiche in tempo reale e la fine della dipendenza dalle password. Gl sviluppatori stanno cercando di rendere l’esperienza utente più affidabile, sicura e conveniente, in modo da aiutare le persone a proteggere i loro dati e come vengono utilizzati, fornendo al tempo stesso alle aziende l’accesso ad una rete decentralizzata.
Assisteremo alla nascita di nuove piattaforme digitali per integrare più facilmente gli utenti tra i diversi servizi digitali fornendo un livello di interoperabilità affidabile e di sempre più facile utilizzo.
Tuttavia ci chiediamo come le aziende possano garantire l’accesso senza password all’account principale di una macchina di nuova fornitura o ad un account di servizio che gestisce servizi critici. L’accesso ai sistemi di livello 1 e di livello 0, che contengono gli asset più privilegiati di un’organizzazione, dovrebbe essere protetto con una soluzione completa di Privileged Access Management (PAM). Queste soluzioni sono in grado di proteggere e isolare le credenziali in modo che gli utenti non le conoscano mai – rendendole prive di password – ma anche di fornire ulteriori livelli di sicurezza come il monitoraggio delle sessioni, le registrazioni e il rilevamento delle minacce basato sull’analisi.
Mentre le password degli utenti personali possono essere protette con metodi senza password, le organizzazioni dovrebbero proteggere i loro account di servizio con soluzioni sempre più solide e dedicate. Tuttavia, sia che si tratti di proteggere l’accesso alle informazioni critiche o di autenticare i singoli utenti, le regole di base rimangono le stesse:
L’utente non dovrebbe conoscere la password.
L’utente dovrebbe avere un’esperienza semplificata.
Le parole chiave dovrebbero essere protette e correttamente ruotate.
L’accesso a questi dati riservati dovrebbe essere protetto e monitorato.
Questo approccio può avvicinarci a un mondo in cui le password (o le parole chiave) non siano più l’anello più debole: un mondo senza password, un mondo più sicuro.
Chi l’avrebbe mai detto..? Eppure anche in questo anno demenziale è giunto uno degli appuntamenti per lo shopping più atteso che apre le danze agli acquisti natalizi.
Peccato che le atmosfere che si respirano nelle città siano tutt’altro che allegre in un’Italia divisa e in bilico tra tre colori.
I big dell’e-commerce nonostante la crisi derivante dalla pandemia, invece, sembrano essere sempre e comunque in controtendenza: i negozi fisici chiudono mentre in una vera e propria proporzionalità inversa, l’online vola.
Ed è così che sebbene in sordina tra lock down e dpcm, il 27/11/2020 si darà il via formale agli acquisti con sconti che si aggirano intorno al 20% anche se i titolari di programmi fedeltà hanno già potuto accedervi il 26/11.
Questo Black Friday però è già stato anticipato da diverse iniziative promozionali e volte a invogliare i consumatori alla luce anche della consapevolezza che l’iniziativa di solito estesa per tutto il weekend, per questo 2020, si vedrà costretta ad eliminare le date che coincidono con il weekend ed il dibattito, sebbene più stemperato nei toni, continua ad essere acceso.
Il suo ruolo mi spieghi qual’è? Io volevo incontrarti da sola… Se mai…
Mentre lui… Lui chi è? Lui chi è? Lui chi è?
Già è difficile farlo con te… Mollalo!
Mai stata così calzante… non solo perché sicuramente tutti almeno una volta nella vita l’abbiamo canticchiata ma anche perché proprio quella canzone oggi potrebbe essere usata tranquillamente come accompagnamento al tema di cui vi parlerò: il “phubbing”.
Del resto, che i rapporti familiari e che soprattutto i genitori siano profondamente cambiati non ce lo ricordano solo le tendenze discutibili come lo sharenting ma anche l’abitudine ormai sempre più radicata di lasciarci “distrarre” dal nostro smartphone…
Ed è proprio così che si fa spazio il phubbing definito come “il fatto di trascurare il proprio interlocutore fisico per consultare spesso, in modo più o meno compulsivo, il cellulare o un altro dispositivo interattivo” e che così concretizza non solo un atteggiamento poco cortese nei confronti del proprio interlocutore ma anche un rischio per i rapporti interpersonali.
Da questa situazione ne deriva però anche una consapevolezza, quella nei confronti di una vera e propria deriva iperconnessa che sembra essere riuscita ad intaccare anche il rapporto genitori-figli tanto che alla problematica è stato riservato uno specifico studio dell’Università Milano-Bicocca pubblicato su Journal of Social and Personal Relationships e in cui si spiega come l’uso pervasivo dei device digitali causi ripercussioni negative sul benessere psicologico dei giovani, in particolare degli adolescenti.
Ed è così che ufficialmente s’affronta un tema che più volte aveva fatto discutere anche in passato ma che solo ora comincia ad essere considerato con il debito interesse scoprendo che, l’uso ripetuto del cellulare anche nei momenti che al contrario dovrebbero essere dedicati alla condivisione e allo scambio interpersonale, con l’andare del tempo provoca effetti particolarmente negativi su questi rapporti.
Termine composto da “phone” (cellulare) e “snubbing” (snobbare), con questo termine si identifica, così, la tendenza ormai dilagante che sembra prediligere il contatto mediato da uno schermo alla condivisione in presenza dando origine ad una sorta di affettività distorta e sempre più a distanza.
Descritto per la prima volta nel 2013 dall’esperto di comunicazione Alex Haigh che già al tempo per contrastarlo aveva creato un sito ad hoc (stopphubbing.com) in cui si potevano leggere affermazioni lungimiranti ed inequivocabili come:
«se il phubbing fosse un’epidemia avrebbe decimato sei volte la Cina» oppure
«il 97% delle persone affermano che il cibo è più sgradevole se a tavola ne sono vittima»;
con ironia portava alla luce un rischio ad oggi mai stato così reale se si continua a vivere in quella spasmodica e molto spesso asfissiante, simbiosi con il proprio cellulare che proprio così mette a rischio le relazioni.
E ad oggi, in modo più approfondito torna alla luce una tematica estremamente complessa e che per molto tempo fu difficilmente dimostrabile sul piano soprattutto delle ripercussioni negative che interessano lo stato psicologico delle persone che si trovano a viverlo.
Le relazioni che ne sono protagoniste, infatti, si vedono ignorare e sminuite per prestare un livello di attenzione maggiore, invece, alla mobile experience del proprio cellulare.
Relazioni svalutare, rapporti reali marginalizzati a causa del “furto di attenzione” da parte degli smartphone, che, nei casi più gravi, portano alla depressione di chi, suo malgrado, si trova ad esserne vittima e tra queste un numero sempre più crescente di adolescenti.
Si perché ad essere iperconnesse ormai non sono solo le nuove generazioni ma anche quelle dei loro genitori e che sono le stesse che hanno “imparato” a delegare al cellulare il loro ruolo genitoriale ed è proprio così che crescono adolescenti iperconnessi ma socialmente disconnessi perché ignorati ed esclusi; vere e proprie vittime di una nuova esclusione sociale quella del progresso dell’accesso alla digitalizzazione.
E se da una parte ancora molte aree si trovano immerse nel digital divide, dall’altro troviamo un numero sempre più crescente di madri e padri che hanno venduto l’anima allo smartphone senza però dimenticare che molto spesso la stessa identica cosa capita agli stessi genitori: snobbati completamente dai loro figli che, intrappolati nello schermo del proprio cellulare, riescono a trasformarli in invisibili.
Ed è proprio a causa dell’ubiquità e all’uso smodato e molto spesso anche sconsiderato che si fa dello smartphone che i rapporti tra le persone sembrano cambiare in peggio rendendoci come schiavi senza catene in una realtà in cui regna sovrana l’alone togetherness.
In questo contesto la comunicazione umana si fa scorciata e frenetica nella perdita progressiva del pathos e dell’incontro e dove la vita s’affronta sempre più con i meccanismi dello schermo e della networked society di Castells, la “società di rete”, fatta di flussi, tempo senza tempo, disuguaglianza digitale dove i pubblici connessi teorizzati da Dana Boyd si piegano alla psicopatologia di un individualismo iperconnesso.
Cambiano le relazioni, cambiano i rapporti genitori-figli, figli-genitori, quelli con i colleghi, con il proprio partner, con i propri amici.. e ne risulta un mondo stravolto ed estremamente fragile nella sua nuova normalità.
Le persone, infatti, hanno bisogno di sviluppare quelle capacità relazionali che derivano dallo scambio interpersonale in grado di plasmare individui capaci d’affrontare la collettività e il futuro senza esserne dominati o alla peggio vinti e da qui la necessità di regole che, alla luce di quella famosa media education di cui più volte ho parlato, pongano le basi ormai necessarie per i cittadini della modernità connessa.
“Il phubbing è particolarmente importante da studiare perché l’ubiquità dello smartphone fa sì che questo fenomeno possa essere messo in atto da chiunque e in qualsiasi momento”
(Luca Pancani – Ricercatore del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca)
“Pur essendo ormai radicato in molteplici ambiti relazionali, incluso quello familiare rimane un fenomeno relativamente recente e non ancora regolato da esplicite norme sociali.
La ricerca può incidere molto sulla costruzione di norme sociali che pongano dei limiti al phubbing anziché accettarlo indiscriminatamente”.
(Tiziano Gerosa – Ricercatore del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale di Milano-Bicocca)
L’essere distratti costantemente dal proprio cellulare pone così le basi non solo dello sgretolamento delle relazioni ma anche una serie di altre problematiche come il disturbo da deficit d’attenzione (ADHD), la FOMO, la FOBO che ci fanno assomigliare proprio ai celebri piccioni di Burrhus Skinner, dipendenti da ricompensa variabile e che da ormai troppo tempo occupa i nostri momenti “insieme” portandoci ad ignorarci perché troppo concentrati sugli aggiornamenti da mobile.
Un circolo molto spesso vizioso che lascia aperte le porte ad ulteriori studi proprio su quello che si delinea come snobismo tecnologico e che porta proprio a preferire il proprio smartphone alle persone minacciando non solo la comunicazione umana ma anche le relazioni tanto che la vita vera e propria nei casi più gravi può veramente configurare quanto dichiarato nel titolo dell’articolo che state leggendo perché con il phubbing, la vita “normale”, fatta quindi di persone, relazioni, interazioni, arriva a distrarre dall’unico focus dell’attenzione iperconnessa: lo smartphone.
Amici, partner, figli, tutto e tutti passano in secondo piano ed è proprio così che si configura quella pericolosa minaccia per i bisogni umani fondamentali come l’appartenenza, l’autostima e il senso di realizzazione messi invece in scacco dalla vittoria del logorio delle relazioni, della socializzazione, della complicità nel fallimento della comunicazione e dove il particolare che non ci deve sfuggire è proprio che a tutti o quasi sarà capitato di essere snobbati ma anche di esserci a nostra volta estraniati per dedicarci al cellulare che come una Circe sa come carpire la nostra attenzione persuadendo la nostra volontà al fatale schermo.
Senso di abbandono, incomprensioni, dialogo sterile, aumento dei litigi, conforto ricercato nei social, fa dell’uso eccessivo del cellulare una vera e propria dipendenza a cui però si potrebbe porre rimedio, imparando a disconnettersi nella joy of missing out.