ELEONORA PASSARELLA
Giornalista televisivo e web reporter. Consulente in comunicazione e nuovi media. Esperta in storytelling, marketing digitale e produzione audiovideo per web e tv.
Anchor, reporter e saggista, cross-mediale ed ibrida, tra web, tv e carta stampata costruisco e racconto con le immagini realtà che arricchiscono testi e sensi.
Dall'idea al progetto, dalla realizzazione alla produzione e diffusione a un pubblico targetizzato, sfruttando al meglio le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi della comunicazione digitale.
Anchor, reporter e saggista.
Competenze specifiche:
ESPERTA IN STORYTELLING CROSSMEDIALE (CERTIFICATA)
Manager specializzata in contenuti digitali, agenzia di comunicazione, web content editor, specializzata in nuovi media, realizzazione contenuti web e strategie di web marketing, pianificazione e realizzazione di produzioni audiovisive per web e tv.
Esperta di media e nuovi linguaggi con
LAUREA SPECIALISTICA IN EDITORIA E GIORNALISMO.
TEMATICHE ESAMI
(Università degli studi di Verona)
LAUREA PUNTEGGIO 110/lode
Esami sostenuti:
* - Sistemi per il recupero delle informazioni
* - Comunicazione per immagini, cinema e fotogiornalismo
* - Management per l'editoria
* - Psicologia delle organizzazioni e comunicazione pubblicitaria - Sociologia del giornalismo
* - Storia del giornalismo
* - Diritto dell'informazione e della comunicazione editoriale
* - Sociologia del libro e della cronaca giornalistica
* - Giornalismo interculturale e multimedialità
* - Psicologia delle organizzazioni e comunicazione pubblicitaria - Giornalismo radiofonico e televisivo
* - Analisi del testo, letteratura contemporanea e Giornalismo
MASTER IN MEDIA ENTERTAINMENT:
( PRES. CDA RAI DOTT. Giampaolo Rossi)
Esami sostenuti:
* PERSONAL BRANDING (150 ORE DI LEZIONE) ESAME
1. Teorie e tecniche dei linguaggi transmediali.
2. Teorie e tecniche dei linguaggi radiofonici.
3. Teorie e tecniche dei linguaggi televisivi.
4. Teorie e tecniche dei linguaggi cinematografici.
5. Teorie e tecniche dei linguaggi audiovisivi.
6. Teorie e tecniche dei linguaggi pubblicitari.
7. Teorie e tecniche dei linguaggi del web.
8. Teorie e tecniche dei linguaggi dei videogame.
* MARKETING DELL'ENTERTAINMENT (160 ORE)
1. Marketing
2. Enterteinment marketing
3. Marketing televisivo
4. Digital Marketing
5. Content Marketing
6. Social Media Marketing
7. Televisioni e telecomunicazioni
8. Produzione cinematografica
9. Proprietá intellettuale
* STRUMENTI NEW MEDIA E SOCIAL MEDIA (120 ORE)
1. Social Network
2. Giornalismo televisivo
3. Costruire un format, dalla ideazione alla produzione.
4. Strategie e distribuzione e promozione.
5. Transmedia Storytelling
6. Produzione Esecutiva
7. Comunicazione digitale
8. Mobile comunicazione
9. Digital Advertising
10. Business English
* LABORATOR/SEMINARY (160 ore)
1. Laboratorio Produzione Visual
2. Laboratorio di Cinema Digitale
3. Laboratorio di Radiofonia
4. Laboratorio di Produzione Creativa
5. Laboratorio di Grandi Eventi: Cultura e Media
6. Laboratorio di Format Televisivi
7. Laboratorio di Media Business Plan
8. Laboratorio di Videogame
9. Laboratorio di Content Marketing
10. Laboratorio di Web marketing
11. Laboratorio di Social media Marketing
12. Laboratorio di Fotografia Digitale
13. Laboratorio di Media Relation
14. Laboratorio di Comunicare l'arte
15. Laboratorio di Public Speaking
Modulo Career Development (40 ORE)
Elaborato Tesi
Tirocinio 320 ore
Durata complessiva circa 2 anni
Affermazione dal sapore negazionista a parte, dopo aver fronteggiato il 2020 possiamo anche timidamente dire che quel fatidico terzo lunedì del mese di gennaio che tanto deprimeva gli abitanti dell’emisfero boreale, ormai non fa più così effetto.. e forse anche come del resto le stesse tanto postate “giornate mondiali del qualcosa”…
E se l’inventarsi una qualsivoglia ricorrenza negli anni passati spopolava in rete con anarchici inviti al consumo, dall’altra questo 2021 sembra essersi posto in controtendenza con atteggiamenti più sobri e influencer meno omologati alle ricorrenze segnate sull’agenda del PED.
In questi mesi, infatti, ad essere stati tristi non c’erano solo i lunedì ma anche i giorni e i mesi seguenti e che tutt’ora scandiscono l’esistenza di intere famiglie messe in ginocchio da questa crisi pandemica che non si decide ad allentare la morsa.
E se fosse vera la teoria per cui l’esistenza del Blue Monday potrebbe anche provarsi in quanto frutto di una fantomatica equazione pseudoscientifica, allora oggi più che mai verrebbe anche da pensare che proprio quegli stessi “calcoli” non possono neanche più essere considerati così attendibili…
Da quel 2005, data in cui il Blue Monday fece capolino per la prima volta nei palinsesti, di tempo ne è passato e con questo si è anche sempre più radicata la consapevolezza che lo stesso altro non poteva essere che l’ennesima trovata pubblicitaria social media friendly e che di scientifico avesse veramente molto ma molto poco.
Di certo però ai fattori considerati dall’equazione una certa veridicità la si può riconoscere ed è proprio così che quei fattori come le condizioni metereologiche, il fallimento dei propositi prefissati, i bassi livelli di motivazione e il bisogno di un’inversione di tendenza, diventano i tasselli di un’altra nomenclatura che prova a descrivere con altri termini la situazione che stiamo vivendo da ormai parecchio tempo.
Il Blue Monday dal 2020 sembra essere così una condizione costante insinuatasi anche in questo 2021.. e ad oggi non ci resta che pensare in modo positivo alla sfida dei prossimi mesi: arrivare ai “giorno più felice dell’anno” nel modo più normale possibile.
Anche una piattaforma patinata e professionale come LinkedIn si fa più social introducendo le stories per la promozione del proprio business e dai feedback registrati su più fronti del digital marketing, queste sembrano incuriosire timidamente diverse realtà presenti sulla piattaforma di riferimento per i professionisti e la numero uno per i marketer B2B.
Ed è così che sulle orme delle esperienze vincenti di Instagram e Facebook, anche LinkedIn ha deciso di mobilitarsi introducendo le famose “storie” dalla durata di 24 ore.
Il formato resta quello che mira a massimizzare l’engagement che si realizza nella fruizione di snakable content resi accattivanti grazie a particolari effetti, brevi testi, emoticon, musica che accorciano le distanze stimolando la comunicazione ma per il momento ancora ad esclusivo appannaggio dell’utilizzo tramite app.
“(…) condividere in modo più leggero i contenuti degli utenti. Le Stories incoraggiano le conversazioni e stimolano l’ingaggio”
(Pete Davies, Direttore senior della gestione prodotti di LinkedIn)
E se su LinkedIn i profili di maggiore successo sembrano essere quelli che fanno sfoggio d’autorevolezza e leadership nel proprio settore professionale, con le stories tutto questo sembra essere ancora più possibile e soprattutto realizzabile a più livelli giocando un ruolo fondamentale sul personal branding.
Mostrare le proprie conoscenze in modo coinvolgente con la creazione di contenuti veloci ma ad effetto permetterebbe, infatti, di condividere brevi aggiornamenti in real time aprendo così dei gate sulla vita aziendale, sulle proprie skills e sui propri goals mettendo a frutto le potenzialità della narrazione emotiva dal forte impatto empatico sugli altri membri della community ma non solo potendo anche elaborare un tipo di comunicazione strategica volta al conoscere le necessità degli stessi potenziali clienti o partner strategici anche attraverso l’analisi dei feedback.
Con un mondo del lavoro diventato sempre più smart, le stories di LinkedIn sembrano essere un modo concreto per provare ad accorciare le distanze in un mondo del lavoro in cui mantenere la formalità rischierebbe di congelare completamente ogni interazione che nella condivisione, invece, di una sorta di “dietro le quinte”, al contrario, riuscirebbe a creare nonostante la distanza un contatto.
Ed è così che le stories si possono anche popolare di screenshot da webinar o da conference Zoom perché non c’è nulla di meglio che un mondo “uomo a uomo”.
Da quel discorso dell’ 11 marzo 2020 del Premier Conte con cui si rendeva pubblica la gravità della situazione che ci saremmo trovati ad affrontare… di tempo ne è passato e arrivati ad oggi, ci troviamo a vivere una nuova ed apparente normalità ma che continua a tenerci sospesi tra DPCM, lockdown, smart working, didattica a distanza e che nostro malgrado, scandiscono una quotidianità da stato di emergenza pandemica a pieno regime nonostante l’entusiasmo per il vax day.
Ma nell’Italia in bilico tra zone gialle, arancioni ma soprattutto rosse la situazione non sembra voler migliorare ritrovandoci ancora una volta a vedere le nostre settimane alternarsi con le autocertificazioni di una crisi profonda.
Con il lockdown e la digitalizzazione seguita per far fronte all’emergenza pandemica siamo stati costretti a cambiare molte nostre abitudini e con queste anche il crimine si è adattato registrando, così, un aumento esponenziale dei reati online.
Furti di identità digitale, frodi informatiche, clonazioni di carte di credito sono solo alcuni esempi dell’impennata del cybercrime che è riuscito a colpire sempre troppi ignari cittadini in un anno dominato dal Covid ed è così che, di pari passo con la digitalizzazione delle attività e in un certo senso anche delle relazioni, si sono fatti sempre più spazio gli attacchi informatici con un phishing dalle opportunità veramente innumerevoli.
Quasi ogni giorno, infatti, un numero sconsiderato di persone finisce nella rete di criminali digitali senza scrupoli che all’ “ombra dello schermo” ordiscono truffe online capaci di incastrare anche gli users più attenti.
Gli utenti, infatti, anche se obbligati a non abbassare mai la guardia finiscono comunque in inganni di diabolica “verosomiglianza” che celano frodi intelligenti e ben studiate per far vacillare le barriere della diffidenza con url scritte male, e-mail con loghi contraffatti o clonati che rimandano ad altri siti chiedendo pagamenti anche di pochi euro.
Ed ecco che giorni fa facendo un check nella mia casella di posta indesiderata ci trovo una sfilza di presunti corrieri che notificano l’imminente arrivo di fantomatici ordini online che non potrebbero essere evasi in quanto privi di indirizzo a cui recapitarli.
Lo stile asciutto corredato di numero di ordine ricorda il crap professionale delle grandi compagnie se non fosse che appena sotto ad uno sgargiante “STATO: PRONTO PER LA CONSEGNA” si invita a pagare la spedizione 1 euro..
Apparentemente nulla di strano se non fosse che quel numero di ordine si ripeteva in tutte le mail provenienti però da mittenti diversi ed incomprensibili di ipotetici corrieri a loro volta contrastanti.
Con l’aumento degli acquisti online, infatti, chiunque di noi potrebbe avere un ordine prossimo alla consegna o magari in ritardo, o per cui è richiesto il saldo dei costi di spedizione ma non facendo particolare caso al numero di ordine potremmo essere indotti, come in questo caso, al pagamento di quel “semplice euro” che rappresentando una cifra “equa” potrebbe anche spingerci a non prestarci particolare attenzione e così pagare per una vera e propria truffa.
Ed ecco che proprio così ritornano fondamentali le regole auree della prevenzione dell’autodifesa digitale come antivirus aggiornato, occhi ben aperti e diffidenza q.b. che possonometterci in guardia dagli abbocchi fraudolenti messi dai “pescatori di frodo” del web: i cyber criminali.
La scuola non riapre per tutti: homeschoolers e l’educazione libertaria
I sobri festeggiamenti di inizio anno sono trascorsi da poco e se da una parte molte famiglie hanno già cominciato a pensare a quel fatidico 07/01/2021.. dall’altra vi sono tutte quelle che invece non avranno questo timore…
Oggi infatti per quanto riguarda le ultime citate, non parleremo di realtà che continueranno a svolgere le lezioni in “didattica a distanza”, ma di famiglie che per l’istruzione dei loro figli hanno optato per l’homeschooling o educazione parentale; ed è così che alla paura del contatto si trovano anche risposte “nuove” che abbracciano esigenze trasversali cominciando anche a sentir parlare sempre più spesso di queste realtà in uno dei contesti più dibattuti e controversi dell’ultimo periodo…
L’homeschooling per molto tempo fu una realtà di nicchia e poco nota in Italia, anche se invece ad oggi, se ne sente parlare con maggiore consapevolezza e curiosità e, grazie a queste, sempre più famiglie sembrano anche interrogarsi su quella che potrebbe rappresentare una decisione molto delicata che nella scelta d’istruire i propri figli senza iscriverli a scuola comporterà iter di crescita e di apprendimento paralleli a quelli “pubblici” perché plasmati sulle esigenze dei più piccoli.
L’educazione parentale
“Con il termine homeschooling o educazione parentale si indica l’istruzione impartita dai genitori o da altre persone scelte dalla famiglia ai propri figli da non confondere, però con le Scuole Parentali.”
Modalità di scolarizzazione ed educazione “alternativa” ma non per questo illegale, l’educazione libertaria permette ai genitori ma anche a chiunque “interagisca” con il nucleo familiare di provvedere (qualora vi siano le conoscenze e le competenze per farlo) all’istruzione dei più piccoli senza la mediazione del sistema scolastico pubblico.
L’habitat in cui si realizza l’educazione parentale risulta così essere un ambiente in divenire in cui è possibile individuare diverse tendenze senza però poterne determinare una precisa casistica metodologica, infatti, sembrano esistere tanti metodi quante sono le famiglie che li praticano anche se un aspetto sembra invece ricorrere ed accomunare tutte queste esperienze e come l’amore per i figli nell’abbracciare poi, però, anche altre motivazioni come quelle di natura religiosa, linguistica, di salute ma anche il preferire un apprendimento personalizzato, protetto e lontano dallo stress dell’incombenza di un giudizio pressante e caotico come quello che sembra, invece, realizzarsi in una normale classe.
Gli homeschoolers apprendono in una realtà a dimensione di bambino in cui i genitori si occupano della programmazione delle lezioni reperendo tutto il necessario, informandosi sui tipi di pedagogia, ma anche facendosi aiutare e senza mai dimenticare l’importanza attribuita al confronto che, qui, avviene in un modo libero da imposizioni di spazio e di tempo nell’incontro con individui pronti a far vivere le loro skills.
E mentre sempre più famiglie si sentono lontane dall’organizzazione scolastica tradizionale tanto da essere costrette a cercare realtà altre e più su misura; dal 2018 gli homeschoolers risultano iscritti con indicazione “istruzione familiare” nell’ANS, l’anagrafe nazionale dello studente.
Tale scelta, non è però a senso unico potendo anche scegliere di rientrare nel sistema scolastico tradizionale e sempre dal 2018, la legge prevede che tutti gli alunni e gli studenti che si siano avvalsi dell’istruzione parentale “sostengano annualmente l’esame di idoneità per il passaggio alla classe successiva in qualità di candidati esterni presso una scuola statale o paritaria, fino all’assolvimento dell’obbligo di istruzione” (art. 23 d. lgs. 13 aprile 2017, n. 62) e così poter formalizzare la carriera scolastica o per stabilire il livello dell’apprendimento dello studente nel momento in cui si desidera farlo rientrare nel percorso scolastico tradizionale.
Intervista a Valentina Olivato, regista di “The childhood experience”
“Dottoressa Olivato, lei è la regista del documentario The childhood experience, e per questo è stata premiata in occasione del Not Film Festival di Sant’Arcangelo di Romagna e qui si porta alla ribalta l’educazione parentale, ma per noi profani in cosa consiste l’educazione parentale o homeschooling?”
“L’educazione parentale o homeschooling è un diritto fondamentale che hanno i cittadini italiani che è garantito dalla Costituzione, non in molti lo sanno, perché non è così diffusa in Italia come magari lo è in altri posti come gli Stati Uniti d’America per esempio, però è una libertà e un diritto che noi tutti abbiamo e questa consiste nella possibilità di educare personalmente i propri figli o comunque di poter occuparsi dell’educazione dei propri figli e io appunto ho approfondito questo argomento all’interno del documentario The childhood experience seguendo le giornate di una famiglia che pratica l’homeschooling dove i figli stanno a casa e la madre è loro insegnate.”
“Ma praticamente l’educazione parentale come si realizza?”
“Dunque dal punto di vista pratico-burocratico, scegliere l’homeschooling è abbastanza semplice, è sufficiente inviare un’autocertificazione alla scuola e dichiarare che ci si prenderà in carico l’educazione e l’istruzione dei propri figli e poi da lì inizia tutto un altro percorso, diverso e molto personale.
Io, oltre ad aver seguito e a conoscere molto bene la realtà che ho rappresentato nel documentario The childhood experience, quindi la famiglia di Caterina ed Alessandro e i loro quattro bambini che si chiamano Vinicio, Miranda, Martino ed Ines, ho intervistato altre famiglie un po’ per rendermi conto e ho capito che dipende molto da come è la famiglia da come sono le loro esigenze ma soprattutto da come sono i bambini quindi se il bambino è più creativo, se il bambino è più iperattivo e l’homeschooling si plasma intorno alle sue necessità per cui non c’è una risposta univoca su com’è l’homeschooling, dipende molto dalle situazioni, dalle realtà personali e dalle storie di vita”.
“Sulla base quindi della sua esperienza quali possono essere i punti di forza e invece quali i punti di debolezza dell’educazione parentale? E se dovessimo poi fare anche un confronto con la didattica a distanza, sempre su questo frangente, quali ulteriori aspetti potrebbero essere individuati?”
“Credo che prima di scegliere l’homeschooling o educazione parentale sia molto importante riflettere perché si tratta di una scelta forte e cruciale, si inciderà sul futuro, nella crescita del bambino quindi secondo me è fondamentale essere ben coscienti di quello che si sta facendo.
Per quel che riguarda i pro, posso riferire il frutto della mia ricerca e della mia osservazione, io sono una documentarista, per cui nel mio piccolo ho osservato una realtà in particolare e ho fatto delle ricerche a riguardo.
Sicuramente vengono prese in considerazione molto di più le esigenze di ciascun bambino, anche i suoi talenti, le sue passioni, magari aspetti che nel contesto scolastico in cui ci sono tanti alunni, tanti studenti e magari non si ha un carattere particolarmente forte, si corre il rischio – alle volte – di essere un po’ nell’angolo e che determinati aspetti del proprio pensiero o dei propri bisogni non vengano presi in considerazione, invece, in un insegnamento così personale e così quotidiano, tutto ciò che riguarda la sfera personale è al centro.
Per quel che riguarda i contro, invece, risponderò con le parole e i pensieri di uno dei personaggi del film-documentario, The childhood experience, Ines, che è la bimba più grande riflette proprio in una scena del film, su questo e ci dice che lei alle volte non si rende conto di quanto sà, ossia le manca un po’ quel confronto con un’autorità esterna, con uno spirito critico esterno, il confronto con l’altro, il confronto con una figura esterna, quindi io credo che questo si possa riassumere nei contro quindi questo è un pochino il mio pensiero a riguardo.
Penso che dopo aver girato il film, dopo esser stata a stretto contatto con questi bambini, posso dire che è un’esperienza alternativa che ha catturato sicuramente il mio interesse e che comunque è un diritto offerto dalla Costituzione ed è estremamente attuale questo argomento perché tutta l’Italia in un certo qual modo ha dovuto praticare l’homeschooling durante il lockdown perché i bambini erano a casa e i genitori dovevano sostenerli, supportarli nell’apprendimento perché io credo che la DAD, la didattica a distanza, non sia sufficiente; è fondamentale che vi sia un supporto ma anche dal punto di vista umano, è importantissimo, l’apprendimento non si basa semplicemente sullo scambio o sulla trasmissione di nozioni, c’è tutto un aspetto umano e anche di empatia che deve esserci e quindi sicuramente le famiglie italiane si sono trovate a dover supplire questa mancanza perché la DAD sicuramente non risponde a tutto, non risponde a tutti i bisogni degli studenti.
Sostanzialmente si sono dovute intrecciare le due cose: homeschooling e didattica a distanza; se è una soluzione praticabile per tutte le famiglie italiane in generale, io questo non lo so, non sono assolutamente un’esperta a riguardo, io ho osservato e ho preposto attraverso il mio documentario, quello che io volevo fare più che altro era incuriosire e anche diciamo stimolare dei quesiti nello spettatore perché l’educazione sia dalla parte di quando si è più piccoli sia alle elementari ma anche poi nell’adolescenza è importantissima per lo sviluppo della nostra identità per cui quello che io trovavo interessante era stimolare negli spettatori e nel pubblico dei quesiti e delle riflessioni a riguardo.
Credo che la scuola pubblica dovrebbe trasformarsi, rigenerarsi, cambiare, perché ci sono troppi aspetti della contemporaneità di cui non tiene conto e in questo momento è un gigantesco apparato burocratico pieno di rigidità e ne soffrono i bambini, gli adolescenti, pre-adolescenti, eh si sono loro a soffrirne e alle volte ho la sensazione che gli insegnanti siano impotenti di fronte a queste rigidità, a questi meccanismi della burocrazia, per cui penso che a prescindere da tutto la scuola italiana dovrebbe cambiare al suo interno e da su i ministeri dovrebbero analizzare, osservare e comprendere qual’è la realtà attuale.”
A dicembre inoltrato possiamo dire senza più riserve che il 2020 sia stato veramente un anno da dimenticare…e a poco è servita quella cifra apparentemente perfetta e che forse proprio ad oggi più che mai è proprio la stessa che ci mettere i brividi anche solo a ripensarci…
Dissidenti e pandemie dei secoli passati a parte, infatti, il 2020 è entrato a pieno titolo tra i “peggiori anni” della storia dell’umanità tanto da aggiudicarsi anche la copertina del Times e quella remark: “the worst year ever”.
Una cosa però sembra essere invece certa, durante il lockdown e l’isolamento abbiamo dovuto imparare a familiarizzare con la tecnologia che nella distanza ha permesso di sentirsi più vicini ed è così che forse il 2020 potrebbe essere considerato anche uno degli anni più tecnologici nonostante le difficoltà incontrate e proprio in questo 2020 molte città italiane hanno deciso di accendere le luci della speranza affidandosi all’incanto della realtà aumentata che come in una fiaba riuscisse a regalare momenti di estasiato stupore agli occhi stanchi di vivere, invece, in una sorta di nightmare.
Ed è proprio così che gli edifici delle città diventano vivi animandosi di uno splendore che grazie al video mapping riesce a disegnare immaginari da sogno rapendo l’attenzione dei passanti con livree di luci, animazioni e giochi mentre creature fantastiche si fondono nella storia a sua volta svegliata dal torpore.
Il risultato è una percezione sensoriale umana che trova nello spazio i riferimenti per lasciarsi condurre dalla magia in un ambiente fisico “esponenziato”.
It’s videomapping time
La prima volta che ho scoperto la realtà aumentata del videomapping fu nel 2014 e solo ripensandoci mi ritorna davanti agli occhi l’emozione provata di fronte ad una Place Bellcour mozzafiato in cui una ruota panoramica mastodontica si prestava ad essere un maxi schermo su cui s’alternavano animazioni di ogni tipo mentre sugli edifici circostanti l’incanto proseguiva sotto il fascio di luce rassicurante che da Fourviere squarciava la notte di quel 8 dicembre durante la Fête des Lumières.
Ma il videomapping in questo 2020 ha un valore più profondo perché vivendo ancora in un contesto di limitazioni quegli universi sconfinati e proiettati assumono un senso di liberazione intenso e poco importa sapere l’origine del termine, il costo di Lumen professionali, il come ottenere una proiezione architetturale interattiva a costo zero o la tecnologia che si cela dietro quel cinema dagli schermi abitati perché quella tecnologia multimediale in grado di trasformare qualsiasi superficie in un palcoscenico dinamico che apre le ali alla fantasia, poggia su riferimenti che nella coincidenza perfetta e reale fanno del modello virtuale un unicum a tutti gli effetti di sogno ad occhi aperti e a lungo desiderato.
Ma tutto ciò non è comunque una novità in quanto questo tipo di tecnologie hanno già dimostrato il loro potenziale positivo nell’edutainment nel contesto dei beni culturali e se pensiamo poi che le prime proiezioni su superfici architettoniche furono le ombre cinesi intorno al 200 a.C. comprendiamo quanto il potere della luce abbia da sempre suscitato una particolare fascinazione negli uomini e nelle donne di ogni tempo.
E arrivati ad oggi possiamo renderci conto che nonostante il progresso tecnologico ci scopriamo ancora una volta e nonostante tutto inclini alla meraviglia, ai racconti, amanti della luce e della speranza trend e tendenze instagrammabili a parte…
Natale si avvicina e in questo 2020 senza senso mai come prima sembra esserci il bisogno di esempi positivi, di racconti leggeri, di storie a lieto fine e di quella umanità che Covid-19 c’ha tolto negandoci il contatto.
E oggi tra quelle storie positive possiamo anche pensare con un accennato sorriso ad un binomio magari inconsueto ma non così impossibile: influencer e beneficenza.
Non è infatti la prima volta che i nomi di personaggi influenti e del jet set appaiono in iniziative benefiche e di celebrities dal cuore d’oro se ne possono contare veramente molte sia oltre oceano che nel nostro Bel Paese.
Ma l’esercito vip della beneficenza si è popolato anche di influencer che, anche se ad un primo sguardo, possono sembrare gli imbucati di turno, in quanto considerati ancora molto spesso agli antipodi di iniziative come quelle della beneficenza al contrario, invece, nonostante il background di marketing ossessivo si sono rivelati dei validi alleati ma non per questo esenti da polemiche…
In questo 2020 il nome “influencer” è infatti entrato tra le fila anche di iniziative benefiche e come durante la prima ondata della pandemia e durante quella che a tutti gli effetti può essere definita come un’estate influencer edition per la promozione e il rilancio in ottica di marketing territoriale della nostra penisola e che vide impegnate le star dei social e una in particolare: Chiara Ferragni.
Tra informazione, divulgazione di best practices di prevenzione, intrattenimento da lockdown e beneficenza, gli influencer si sono aggiudicati un interessante primato diventando un importante punto di riferimento per i propri followers e come documentato da alcune ricerche condotte da Ipsos e Flu.
Gli influencer sembrano così non fare solo il boom dei like ma anche di consensi offline rivelando le potenzialità trasversali del social media marketing e dell’influencer marketing per intercettare non solo potenziali clienti ma anche benefattori mostrando la fluidità di un concept sempre più radicato e da considerare con particolare attenzione in base alle diverse esigenze e possibilità.
Il coinvolgimento e la sensibilizzazione di un potenziale pubblico, infatti, non è una cosa semplice tanto più se si mira a veicolare un messaggio non solo in modo accattivante ma anche in una maniera tale che questo sia capace di “distrarre dalla distrazione” arrivando in modo così immediato da suscitare una reazione tangibile e che per questo si traduca in quella “conversione” che caratterizza il comportamento d’acquisto.
I linguaggi giusti per gli influencer, invece sono già stati rodati e calibrati sulla propria affezionata fan base che, fidelizzata e coinvolta emotivamente post dopo post basa la follwership su meccanismi di trust ed engagement ed è proprio così che pensare ad un testimonial famoso, oggi più che mai fa pendere l’ago della bilancia su personalità dei social anche quando si parla di campagne benefiche tanto che un binomio simile non sembra neanche più essere un’idea così folle per ottenere non solo interesse mediatico ma anche risultati in termini di comunicazione one-to-one e di reach.
Le icone social, infatti, raccontando le loro esperienze hanno permesso di sensibilizzare e di sdoganare anche alcune problematiche come quelle legate al bodyshamig, alla depressione, al cyberbullismo, alla violenza sulle donne, etc etc.. portando alla ribalta gli stati d’animo ed ecco come dalle belle foto e dai contenuti scherzosi si passa a messaggi più profondi e crossmediali.
Un esempio positivo e di pionieristica crossmedialità, infatti, lo si può individuare nel gruppo comico dei The Jackal che con ActionAid si impegnano per un mondo migliore anche se, dati alla mano, in Europa, la campagna di raccolta fondi di maggior successo sembra essere quella che ha visto i Ferragnaz a fianco di GoFundMe.
Il marketing della beneficenza
“Idealmente mi piacerebbe che i miei figli fossero orgogliosi di ciò che facciamo, del nostro impegno civico, al di là del nostro lavoro. Far capire che la responsabilità sociale che si ha quando si raggiungono certi obiettivi è importante tanto quanto gli obiettivi stessi.” (Fedez)
Non è la prima volta e molto probabilmente non sarà nemmeno l’ultima…ma è anche vero che se si dovessero mettere in pratica alla lettera i principi cristiani sul tema “fare del bene” si dovrebbe anche tentare di evitare che la propria mano destra sappia cosa fa la propria mano sinistra…
E sebbene tutto questo da un lato appaia come insindacabilmente vero agli occhi degli uomini e delle donne di fede e praticanti, dall’altro, nell’era dei social ciò risulta anche estremamente “anacronistico”.
Il tutto perché in un’epoca frenetica dove non esisti se non posti, e dove il numero dei like è direttamente proporzionale al successo nella vita, ci si rende conto di quanto anche essere buoni o fare del bene debba essere mostrato perché se così non fosse, magari, e senza troppi magari, nemmeno ci si crederebbe proprio a causa di quella sorta di delirio iperconnesso di San Tommaso moderni.
Ed è proprio per questo che la stessa propria identità e il proprio essere, oggi più che mai, passano per ciò che pubblichiamo tanto che noi stessi finiamo d’essere semplicisticamente ridotti al nostro feed.
Cresciuti a latte e tecnologia, infatti, i millenials come Fedez si riconoscono gli eredi della digital life iperconnessa dei nostri tempi che si realizza nel racconto e nel raccontarsi mostrando e mostrandosi in quel lifestream ipermediato da sempre.
E Fedez è proprio questo, il figlio di quella evoluzione che ha messo in discussione il broadcaster in favore dei social in una quotidianità digitallizzata che si rivela poi anche essere la stessa che ospita anche i delatori dei metodi social friendly ed è così che nel mirino delle critiche ci finisce l’operosità solidale definita ostentata per la platealità da tutti coloro che non apprezzano il postare la “responsabilità sociale”.
Le critiche infiammate anche dal conferimento dell’ambrogino d’oro 2020 si accompagnano così al disappunto che investe anche l’amministrazione di Milano tanto da spingerla a spiegare il motivo di quel premio ma che non ha comunque convinto coloro che sostengono che dietro quel attivismo altro non ci sia che l’ennesima trovata di marketing.
Resta il fatto che, anche stando a quanto poi ribadito dallo stesso Sindaco Sala, i Ferragnez avrebbero invece meritato quel riconoscimento proprio in virtù dell’altruismo e della sensibilità mostrata e che li avrebbe anche visti direttamente coinvolti mettendo la loro notorietà al servizio della lotta a Covid-19 peccato che non tutti condividano questa prospettiva e come Fabio Volo che, durante il suo programma “Il volo del mattino” su radio Deejay, ha colto l’occasione per palesare la sua profonda perplessità nei confronti dell’ultima “fedezzata” e che l’ha visto distribuire, a bordo della sua Lamborghini, aiuti economici ad alcune famiglie bisognose…
“La beneficenza si fa in segreto, io divento matto” (Fabio Volo)
Controrisposte, cifre spiattellate in pieno stile rapper, logica social dai meccanismi a volte difficilmente comprensibili come per i suoi metalinguaggi.. la beneficienza nel 2020 passa anche e soprattutto da qui e grazie a chi padroneggia una fan base disposta a tutto ma soprattutto ad essere influenzata ci si può rendere conto di quanto l’influencer marketing in piccolo o in grande presupponga un legame forte con la propria fan base, un rapporto di fiducia costruito nel tempo e che porta ad ottenere risultati interessanti quando si parla anche di iniziative benefiche ma è proprio grazie alla fiducia che passa attraverso un’immagine che la followership si salda con la riconoscibilità, il brand e quindi l’identità scelta come in grado di comunicare messaggi e valori affini ai propri codici ed è così che i linguaggi che sempre più spesso vanno oltre al “product placement” danno vita, invece, a dei veri e propri incubatori di messaggi forti che solo apparentemente passano attraverso la superficialità e la frivolezza del colore di un paio di scarpe.. e che magari possono anche essere disapprovati ma di certo risultano essere difficilmente attaccabili visti i numeri e i risultati ottenuti…
Per il resto… “posto che sono una merda, parliamo di quello che di buono questa merda sta facendo e vi invita a fare” (Fedez)
Chi l’avrebbe mai detto..? Eppure anche in questo anno demenziale è giunto uno degli appuntamenti per lo shopping più atteso che apre le danze agli acquisti natalizi.
Peccato che le atmosfere che si respirano nelle città siano tutt’altro che allegre in un’Italia divisa e in bilico tra tre colori.
I big dell’e-commerce nonostante la crisi derivante dalla pandemia, invece, sembrano essere sempre e comunque in controtendenza: i negozi fisici chiudono mentre in una vera e propria proporzionalità inversa, l’online vola.
Ed è così che sebbene in sordina tra lock down e dpcm, il 27/11/2020 si darà il via formale agli acquisti con sconti che si aggirano intorno al 20% anche se i titolari di programmi fedeltà hanno già potuto accedervi il 26/11.
Questo Black Friday però è già stato anticipato da diverse iniziative promozionali e volte a invogliare i consumatori alla luce anche della consapevolezza che l’iniziativa di solito estesa per tutto il weekend, per questo 2020, si vedrà costretta ad eliminare le date che coincidono con il weekend ed il dibattito, sebbene più stemperato nei toni, continua ad essere acceso.
Il suo ruolo mi spieghi qual’è? Io volevo incontrarti da sola… Se mai…
Mentre lui… Lui chi è? Lui chi è? Lui chi è?
Già è difficile farlo con te… Mollalo!
Mai stata così calzante… non solo perché sicuramente tutti almeno una volta nella vita l’abbiamo canticchiata ma anche perché proprio quella canzone oggi potrebbe essere usata tranquillamente come accompagnamento al tema di cui vi parlerò: il “phubbing”.
Del resto, che i rapporti familiari e che soprattutto i genitori siano profondamente cambiati non ce lo ricordano solo le tendenze discutibili come lo sharenting ma anche l’abitudine ormai sempre più radicata di lasciarci “distrarre” dal nostro smartphone…
Ed è proprio così che si fa spazio il phubbing definito come “il fatto di trascurare il proprio interlocutore fisico per consultare spesso, in modo più o meno compulsivo, il cellulare o un altro dispositivo interattivo” e che così concretizza non solo un atteggiamento poco cortese nei confronti del proprio interlocutore ma anche un rischio per i rapporti interpersonali.
Da questa situazione ne deriva però anche una consapevolezza, quella nei confronti di una vera e propria deriva iperconnessa che sembra essere riuscita ad intaccare anche il rapporto genitori-figli tanto che alla problematica è stato riservato uno specifico studio dell’Università Milano-Bicocca pubblicato su Journal of Social and Personal Relationships e in cui si spiega come l’uso pervasivo dei device digitali causi ripercussioni negative sul benessere psicologico dei giovani, in particolare degli adolescenti.
Ed è così che ufficialmente s’affronta un tema che più volte aveva fatto discutere anche in passato ma che solo ora comincia ad essere considerato con il debito interesse scoprendo che, l’uso ripetuto del cellulare anche nei momenti che al contrario dovrebbero essere dedicati alla condivisione e allo scambio interpersonale, con l’andare del tempo provoca effetti particolarmente negativi su questi rapporti.
Termine composto da “phone” (cellulare) e “snubbing” (snobbare), con questo termine si identifica, così, la tendenza ormai dilagante che sembra prediligere il contatto mediato da uno schermo alla condivisione in presenza dando origine ad una sorta di affettività distorta e sempre più a distanza.
Descritto per la prima volta nel 2013 dall’esperto di comunicazione Alex Haigh che già al tempo per contrastarlo aveva creato un sito ad hoc (stopphubbing.com) in cui si potevano leggere affermazioni lungimiranti ed inequivocabili come:
«se il phubbing fosse un’epidemia avrebbe decimato sei volte la Cina» oppure
«il 97% delle persone affermano che il cibo è più sgradevole se a tavola ne sono vittima»;
con ironia portava alla luce un rischio ad oggi mai stato così reale se si continua a vivere in quella spasmodica e molto spesso asfissiante, simbiosi con il proprio cellulare che proprio così mette a rischio le relazioni.
E ad oggi, in modo più approfondito torna alla luce una tematica estremamente complessa e che per molto tempo fu difficilmente dimostrabile sul piano soprattutto delle ripercussioni negative che interessano lo stato psicologico delle persone che si trovano a viverlo.
Le relazioni che ne sono protagoniste, infatti, si vedono ignorare e sminuite per prestare un livello di attenzione maggiore, invece, alla mobile experience del proprio cellulare.
Relazioni svalutare, rapporti reali marginalizzati a causa del “furto di attenzione” da parte degli smartphone, che, nei casi più gravi, portano alla depressione di chi, suo malgrado, si trova ad esserne vittima e tra queste un numero sempre più crescente di adolescenti.
Si perché ad essere iperconnesse ormai non sono solo le nuove generazioni ma anche quelle dei loro genitori e che sono le stesse che hanno “imparato” a delegare al cellulare il loro ruolo genitoriale ed è proprio così che crescono adolescenti iperconnessi ma socialmente disconnessi perché ignorati ed esclusi; vere e proprie vittime di una nuova esclusione sociale quella del progresso dell’accesso alla digitalizzazione.
E se da una parte ancora molte aree si trovano immerse nel digital divide, dall’altro troviamo un numero sempre più crescente di madri e padri che hanno venduto l’anima allo smartphone senza però dimenticare che molto spesso la stessa identica cosa capita agli stessi genitori: snobbati completamente dai loro figli che, intrappolati nello schermo del proprio cellulare, riescono a trasformarli in invisibili.
Ed è proprio a causa dell’ubiquità e all’uso smodato e molto spesso anche sconsiderato che si fa dello smartphone che i rapporti tra le persone sembrano cambiare in peggio rendendoci come schiavi senza catene in una realtà in cui regna sovrana l’alone togetherness.
In questo contesto la comunicazione umana si fa scorciata e frenetica nella perdita progressiva del pathos e dell’incontro e dove la vita s’affronta sempre più con i meccanismi dello schermo e della networked society di Castells, la “società di rete”, fatta di flussi, tempo senza tempo, disuguaglianza digitale dove i pubblici connessi teorizzati da Dana Boyd si piegano alla psicopatologia di un individualismo iperconnesso.
Cambiano le relazioni, cambiano i rapporti genitori-figli, figli-genitori, quelli con i colleghi, con il proprio partner, con i propri amici.. e ne risulta un mondo stravolto ed estremamente fragile nella sua nuova normalità.
Le persone, infatti, hanno bisogno di sviluppare quelle capacità relazionali che derivano dallo scambio interpersonale in grado di plasmare individui capaci d’affrontare la collettività e il futuro senza esserne dominati o alla peggio vinti e da qui la necessità di regole che, alla luce di quella famosa media education di cui più volte ho parlato, pongano le basi ormai necessarie per i cittadini della modernità connessa.
“Il phubbing è particolarmente importante da studiare perché l’ubiquità dello smartphone fa sì che questo fenomeno possa essere messo in atto da chiunque e in qualsiasi momento”
(Luca Pancani – Ricercatore del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca)
“Pur essendo ormai radicato in molteplici ambiti relazionali, incluso quello familiare rimane un fenomeno relativamente recente e non ancora regolato da esplicite norme sociali.
La ricerca può incidere molto sulla costruzione di norme sociali che pongano dei limiti al phubbing anziché accettarlo indiscriminatamente”.
(Tiziano Gerosa – Ricercatore del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale di Milano-Bicocca)
L’essere distratti costantemente dal proprio cellulare pone così le basi non solo dello sgretolamento delle relazioni ma anche una serie di altre problematiche come il disturbo da deficit d’attenzione (ADHD), la FOMO, la FOBO che ci fanno assomigliare proprio ai celebri piccioni di Burrhus Skinner, dipendenti da ricompensa variabile e che da ormai troppo tempo occupa i nostri momenti “insieme” portandoci ad ignorarci perché troppo concentrati sugli aggiornamenti da mobile.
Un circolo molto spesso vizioso che lascia aperte le porte ad ulteriori studi proprio su quello che si delinea come snobismo tecnologico e che porta proprio a preferire il proprio smartphone alle persone minacciando non solo la comunicazione umana ma anche le relazioni tanto che la vita vera e propria nei casi più gravi può veramente configurare quanto dichiarato nel titolo dell’articolo che state leggendo perché con il phubbing, la vita “normale”, fatta quindi di persone, relazioni, interazioni, arriva a distrarre dall’unico focus dell’attenzione iperconnessa: lo smartphone.
Amici, partner, figli, tutto e tutti passano in secondo piano ed è proprio così che si configura quella pericolosa minaccia per i bisogni umani fondamentali come l’appartenenza, l’autostima e il senso di realizzazione messi invece in scacco dalla vittoria del logorio delle relazioni, della socializzazione, della complicità nel fallimento della comunicazione e dove il particolare che non ci deve sfuggire è proprio che a tutti o quasi sarà capitato di essere snobbati ma anche di esserci a nostra volta estraniati per dedicarci al cellulare che come una Circe sa come carpire la nostra attenzione persuadendo la nostra volontà al fatale schermo.
Senso di abbandono, incomprensioni, dialogo sterile, aumento dei litigi, conforto ricercato nei social, fa dell’uso eccessivo del cellulare una vera e propria dipendenza a cui però si potrebbe porre rimedio, imparando a disconnettersi nella joy of missing out.
Tanto social nei social e poco social nella vita: Benvenuti nel luogo astratto da cui è difficile evadere
È tempo di prendere coscienza di quella che in molti casi è diventata una vera e propria problematica connessa a quello che è diventato un uso compulsivo della mobile experience che si realizza proprio attraverso l’utilizzo di quei gates per il mondo digitale e che nel quotidiano ci portano a vivere in una sorta di simbiosi con i nostri smartphone.
Ed è proprio così che ormai da tempo a sensibilizzare l’opinione pubblica degli utilizzatori non ci sono più solo mega scienziati ed esperti di comportamentarismo ma anche sempre più personalità che grazie ai social iperconessi “ce campano”.
Il nostro quotidiano a tutti gli effetti risulta essere così abitato da intere generazioni dipendenti dal proprio telefono in maniera così radicata tanto da averne bisogno per stare bene.
Intere generazioni la cui quotidianità si consuma in buona parte nello scroll compulsivo della home dei social che fanno da padroni: Instagram e Tik Tok.
E in questo contesto di patologica immersività, sempre più persone perdono la percezione di sé stesse cedendo alle lusinghe di una distrazione in grado di assorbire l’attenzione rendendo dipendenti da quel universo infinito di contenuti user generated but not only.
E così, giorno dopo giorno, senza rendercene conto, il nostro tempo si consuma tra le nostre mani mentre cingono lo smartphone, il gate per il mondo social.
Se non fosse che gli artefici di quella deriva iperconnessa siamo proprio noi stessi, ai social si dovrebbe dare un cartellino rosso ma questo non sembra possibile tanto ne è radicata la presenza nelle vite di generazioni anche distanti tra loro.
Il cellulare e i social, infatti, sono sempre più usati come “rimedio” per trovare risposte, conferme, per sentirsi belli, apprezzati, per divertirsi, per rilassarsi, per distrarre, per intrattenere, per calmare… ma la lista è molto più lunga..
Con il passare del tempo, quel “rimedio” del binomio smarthone-social, infatti, nel suo uso-abuso si rivelerà una pericolosa e dannosa dipendenza in grado di compromettere seriamente anche l’arbitrio di una persona in quanto ne risulterà viziato dalla superficialità di quella escalation di contenuti scorciati che mirano troppo spesso alla quantità piuttosto che alla qualità ma capaci di carpire l’attenzione in modo così profondo da provocare crisi di astinenza quando ne si viene privati.
In questo scenario si plasmano, così, le esperienze degli users bulimici di snakable content erogati con quella meticolosa attenzione che sfrutta la ricompensa variabile.
Con il passare del tempo, la consapevolezza ne esce erosa portando ad individui trasformati in drogati di connessione incapaci di scollegarsi: figli dell’overload informativo, portatori di paure digitali e devianze da iperconnessi.
Fomo, Fobo, ADHD, phubbing, detouchment, sono solo alcune delle problematiche dovute a tutte quelle ore che diventano giornate scandite dalla modalità online e che accomunano le storie di sempre più generazioni che magari riconoscono la dipendenza senza volerne però realmente prendere le distanze.
Ma i dati sono allarmanti tanto che l’interesse nei confronti delle problematiche relative all’uso eccessivo di internet ha portato ad arricchire anche di questo aspetto la neuropsichiatria e come nel “Manuale di neuropsichiatria infantile. Una prospettiva psicoeducativa” di Franco Fabbro.
Comportamenti nevrotici, irritabilità, ansia, tristezza quando non si può utilizzare il cellulare, necessità di aumentare il tempo di utilizzo, incapacità di separarvisi, perdita di interesse per gli hobbies offline, sono alcuni dei sintomi che quando perdurano nel tempo portano all’insorgenza di vere e proprie patologie psichiatriche dovute al sovrautilizzo dei propri mobile gate.
La media education sembra così una bestemmia nel mondo social, troppo affamato e troppo scaltro per essere messo al confino, troppo intriso di quotidiano, troppo legato a troppi aspetti della nostra vita di tutti i giorni per poterlo debellare o almeno rendere meno pervasivo.
Usare i social con intelligenza sembra quindi un ossimoro, in un mondo in cui la comunicazione avviene prima online e poi tra le persone in carne ed ossa ed è proprio così che si plasma una società ipermediatica, iperconnessa e iper dipendente da quella cristallizzazione di smartphone e social e dove il non-contatto con il prossimo non risulta essere poi così importante se nell’ultima stories o nell’ultimo Tik tok ci sono milioni di views e dove non conta nemmeno se gli unici amici in carne ed ossa hanno tolto il “segui”, perché al loro posto ce ne saranno altrettanti di sconosciuti pronti a darci ciò che vogliamo mostrare.
Ed è così che agli occhi degli iperconnessi, 7 ore di utilizzo social in media al giorno, non sono nulla se tutto ciò serve ad appianare l’ansia e il senso di isolamento… questa è l’idea diffusa tra tutti coloro che sono cresciuti con la tecnologia.. i millenials.
24 ore senza telefono.. diventano in questo modo il peggiore degli incubi e la minaccia più terribile per chi vive con la virtualità in tasca.
La stessa che vizia la realtà rendendola un grottesco dilemma pirandelliano nella mise en scène di tanti Moscarda concentrati a mostrare una ostentata ribalta.
Youtuber, influencer, tiktoker.. pensare è un lusso per pochi nella vetrina del supermercato virtuale a portata di cuori.. mentre “il mostrare” diventa a tutti gli effetti il mangime per gli eredi dei piccioni di Burrhus Skinner.
Per quei pochi che l’hanno capito.. il problema però non sta nell’utilizzo del “gate” ma nel suo uso eccessivo e incontrollato capace di innescarne una necessità compulsiva che, con molte probabilità, diventerà patologia…
……Non c’è nessuna strada facile per la libertà.. (Nelson Mandela)
[NDR – Silvio de Pecher]
E da uno dei miei maghi preferiti Jack Nobile ecco un video completamente inaspettato e che ritengo di grande interesse!
Good saves Meghan Markle, una delle donne più odiate dal web
Fittizio, esagerato, politicamente scorretto, aggressivo, vendicativo, ipnotico, escludente ma anche esageratamente immersivo.. il web è anche questo…e sa essere disperatamente iracondo ed insoddisfatto dimenticando troppo spesso.. l’umanità…
Bodyshaming, doxing, revenge prismatici, truffe e tanto odio convergono in un vortice in cui confluiscono buona parte delle devianze che si consumano nella digital life rendendola tutt’altro che friendly… e dove haters agguerriti sembrano essere la fauna autoctona e cannibale di quel web.
Vittima di vere e proprie persecuzioni social, infatti, è stata l’ex duchessa del Sussex colpita da un pesante attacco tanto da richiedere l’intervento dei servizi segreti britannici per porre fine a quella che stava diventando una vera e propria persecuzione social.
Insulti razzisti molto espliciti e corredati di emoticon, tweet indecenti e medievali avevano come obiettivo il distruggere la new entry della famiglia reale inglese.
Buckingham Palace, prima della Meghan-exit più volte fu costretta ad intervenire per bloccare tutto quell’odio che come pece greca continuava ad alimentarsi.
Il complotto contro la Markle, sembra essere stato infatti la versione social di una cospirazione dalle tinte di un passato mai svanito.
Da utilizzatori ormai più o meno svezzati dobbiamo però riconoscere un limite del lifestream a cui abbiamo deciso di appartenere come netizen, online “haters gonna hate”… chi odia continuerà a farlo anche se senza una vera e propria motivazione.. magari sarà per invidia o “semplice” frustrazione.. ma si sà.. l’odio e l’invidia sono più vecchi del mondo.. e internet ha ereditato anche questo..