Ancora la stessa musica..
Ancora gli stessi discorsi..
Ancora web… Ancora stereotipi… e ancora il dover convincere che la normalità è una questione seria e ben diversa da quella che ci viene propinata tutti i giorni nel life stream della digital life social.
Oggi parliamo di “body positivity” alla luce degli ultimi fatti di cronaca che hanno riportato alla ribalta un tema che, puntualmente, torna a far parlare di sé con nuovi attacchi ed insulti da una parte ma anche nuovi sostenitori e sostenitrici dall’altra.
Donne e uomini, nessuno escluso e i luoghi più disparati del pianeta come setting di questa triste tendenza che spopola e che continua a resistere ed è proprio così che il Festival del Cinema di Venezia 77, ha fatto parlare di sé anche come passerella di body positivity con una giovane paladina avvolta in un romantico abito di tulle color glicine: Giulia De Lellis.
I brufoli sfoggiati con orgoglio sul red carpet non sembrano far più paura sdoganando una delle promenade più patinate e fotografate del jet set.
“Mostratevi per quello che siete”, è il tormentone anaforico che riecheggia nel “coraggio” di mostrarsi “così” in quegli scatti virali nella volontà di sdoganare quelle che sono comuni imperfezioni make up artists resistent ma skin positive.
Giulia De Lellis, Aurora Ramazzotti, Elodie, Armine Harutyunyan, sono solo alcuni nomi rispetto alle troppe protagoniste e protagonisti invece sconosciute e sconosciuti, di body shaming ma che con intelligenza stanno rispondendo agli attacchi di un sistema che per accettare la normalità necessita di gesti di coraggio.
Già perché più volte si sente ripetere che “ci vuole coraggio per essere veri”, coraggio per essere sé stessi, coraggio per accettarsi senza dover prima essere accettati, coraggio per non fare del consenso il nostro unico indice di gradimento, coraggio per imparare ad ascoltare prima noi stessi piuttosto che gli altri.
In un mondo frenetico e di contraddizioni i movimenti di rivolta nei confronti dei paradigmi dell’estetica dell’omologazione sfociano in #nomakeupmovement e influencer di skin positivity, come se ci fosse bisogno di un “portavoce” autorizzato anche per questo e tutto perché siamo anche ciò che vorremmo essere nella definizione di un benessere che oggi più che mai però sembra aver bisogno di un ritorno alla normalità uscendo dagli schemi e dagli schermi perfetti del piacere per avere consenso ed essere accettati.
Una società rigida nella pretesa di perfezione delinea alcuni aspetti salienti della social society del nostro tempo con il suo non lasciare spazio alle insicurezze e a individui imperfetti ma è proprio così che si delineano i capi saldi di una vera e propria dittatura che nega la normalità costringendola a coming out di coraggio dove l’essere umani risulta quasi strano.
“Il coraggio è relativo a chi siamo(…) ognuno può essere se stesso, accettarsi, coltivare i propri sogni e realizzare i suoi investimenti anche se ci sono degli ostacoli oggettivi da superare. Il coraggio in questo caso è quello di non arrendersi davanti alle difficoltà e l’acne diventa una metafora di problemi più o meno grandi che si possono avere nella vita. Per un adolescente questo è un messaggio semplice, forte, diretto che parla a tutti quelli che almeno una volta si sono vergognati dei brufoli e del proprio aspetto” (Dott.ssa Lucattini – Psicoanalista)
La propria pelle, il proprio aspetto sono parte integrante del proprio “io” e come affrontato in modo approfondito ma semplice in “L’Io pelle” di Didier Anzieu (Raffello Cortina Editore, 2017) con i social questi si trovano invischiati in una ribalta spasmodica che nell’iperconnessione in overload ne ha decretato, senza via di scampo, il dovere di perfezione pretendendo la “porcellana” dimenticando, però, che tutto questo non sia umanamente possibile (o almeno molto raro) a patto di non ricorrere a ritocchi di chirurgia estetica o app che “spianano” gli inestetismi.. Ma è anche vero che tutto questo lo sanno bene le stesse paladine Instagram della skin positivity che dai loro feed sfoggiano pelle invidiabile mentre nelle stories la “musica” cambia… mostrandosi per ciò che sono.. almeno per 24 ore.
Un messaggio positivo sembra però cominciare a farsi sentire con più insistenza anche tra le fila di VIP & INFLUENCER: la normalità può essere scomoda ma è molto più vera di tutti quei tabù estetici che per troppo tempo sembravano essere l’unico paradigma consentito.
Body Positivity in pillole
«Il movimento è nato per quei corpi emarginati, senza alcun privilegio»
«Noi, in qualità di persone con un corpo che non viene considerato bello – e senza privilegi – abbiamo bisogno di quello spazio sicuro in cui festeggiare noi e ciò che ci rende così belli»
(Stephanie Yeboah – style blogger oversize e scrittrice freelance)
Molto più che sentirsi bene, molto più che amare sé stessi, la body positivity è un mix di auto-accettazione, amor proprio, autostima che passa per il benessere fisico arrivando al benessere mentale e viceversa; è consapevolezza di sé stessi, dei propri limiti e dei propri punti di forza; è rispondere in modo proattivo alle sfide della vita, è non abbattersi, è coraggio di affrontare le piccole e grandi battaglie di tutti i giorni senza darsi per vinti guardando al futuro con fiducia, è il rifiuto degli stereotipi con i suoi valori fuorvianti; è la realtà che esce allo scoperto mettendo al bando i ritocchi artificiali a cui troppo spesso l’immaginario di perfezione e popolarità ricorre.
Nel concetto e nell’espressione di body positivity confluiscono così ideali che in hashtag come #RealBeauty, #IWokeUpLikeThis, #EffYourBeautyStandards, #HonorMyCurves, #CelebrateMySize, #GoldenConfidence e #ImNoModelEither concretizzano una nuova tendenza che sembra anche partire sempre più spesso dai giovani.
Plus size, cellulite, brufoli, smagliature, disabilità, volti sfigurati… con orgoglio si oppongono ai paradigmi di bellezza social sfidando la contraffazione dell’essere con le armi dell’empowerment della persona diventando finalmente mainstream.
I social, infatti, risultano essere in grado di distorcere la percezione sulla vera realtà dell’essere umano; facendo quindi sentire le persone inadeguate di fronte a canoni estetici frutto di interventi sartoriali di chirurgia che spesso e volentieri stravolgono i connotati anche sempre più in giovane età.
Sembra per questo esistere quella che appare come una stretta correlazione tra l’uso dei social media e l’insorgere di preoccupazioni sull’immagine del corpo tanto da risultarne profondamente influenzata.
Body positvity, invece, ispira altre atmosfere, ben lontane dallo spettro continuo dell’inadeguatezza per abbracciare in modo sano sé stessi.
Nato indicativamente tra il 2010 e il 2011 con la condivisione sui social di esperienze di donne criticate per il loro aspetto e con l’hashtag #BodyPositivity da allora il movimento ha cominciato a prendere piede nel messaggio positivo dedicato a tutti coloro che hanno un corpo che “non rientra nei canoni pre-definiti della ‘normalità’”, ed è proprio così che è riuscito presto ad abbracciare in tutto il mondo molte altre storie diventando un vero e proprio gesto d’amore rivoluzionario verso sé stessi in un periodo storico in cui la società, sempre più social, sembra spingere verso altre direzioni.
Nel nostro vivere iperconnessi, infatti, si possono creare dei veri e propri focolai di body negativity che sfocia in esclusione per chi non rientra nei canoni della bellezza omologante e a tutti gli effetti “social-friendly”; con la body positivity, invece, si forniscono gli strumenti che, nell’unione delle esperienze, creano uno spazio di dibattito più democratico e più includente anche se però persistono nicchie refrattarie dove lo stereotipo continua a far da padrone con tutti i suoi effetti collaterali.
E forse si, “ci vuole coraggio” perché la body positivity è un impegno preso nei confronti di sé stessi e non solo e che mira ad un risultato concreto che passa anche attraverso la collaborazione con diversi brand per diversificare i messaggi pubblicitari ma anche con le istituzioni come l’istruzione perché la body positivity fa veramente bene a qualsiasi età.
E se da una parte vi è la consapevolezza che infondere fiducia non sia una cosa semplice, dall’altra c’è una ulteriore certezza, quella della necessità di continuare a perseguire questa strada di valorizzazione della normalità per essere felici, un regalo fatto con amore alla nostra unicità.
Il caso Armine Harutyunyan
“Non è bello ciò che è bello; ma è bello ciò che piace”, e la maison di moda Gucci sembra saperlo molto bene e la sua modella spiazza posizionandosi tra consensi e disappunto tra le 100 donne più belle del mondo.
23 anni, origine armena, Armine Harutyunyan è stata scelta come modella da Gucci per le sue sfilate alla Milano Fashion Week per la collezione primavera/estate 2020, ma questo non è bastato per metterla al riparo dalle critiche e dal body shaming social.
Considerata “brutta”, il suo aspetto è stato giudicato lontano dai canoni della bellezza che per Gucci risultano invece essere ideali patinati e anacronistici.
Oliviero Toscani alle pungenti critiche tra cui anche quelle che considerano la giovane modella “inadatta al mondo della moda” e protagonista anche di meme sprezzanti, risponde:
“È bellissima quella ragazza, ha un volto interessantissimo, esprime una forma di intelligenza.
Non è una barbie doll, non è un oggettino. È una bellezza molto più complessa”.
“Gli stupidi vedono il bello solamente nelle cose banalmente belle. Esistono bellezze molto più complesse. È incredibile questo interesse per questa vicenda.
È veramente rivoluzionario questo volto, mette in crisi tutti canoni della bellezza conformista tradizionale.
La bellezza è una forma di personalità. Questa faccia esprime personalità e un carisma molto particolare”.
Scelte controcorrente nelle campagne pubblicitarie, “bellezza rivoluzionaria”, volti pregni di significato che stregano la mente allontanandosi dall’erotico diventando fascino accessibile e contenuto, sono le parole chiave della philosophy della ricerca di nuove personalità, messaggi da comunicare, storie e culture da condividere mentre il mito della blonde dumb girl si sgretola nella portineria culturale di molti profili social.
“Questa (…) è una faccia che incute rispetto, non è un oggetto. Non fa venir voglia di fare il bullo. Incute un rispetto, perché non sculetta. È tutto un altro mondo, un’altra educazione, un’altra etica”. (Oliviero Toscani)
La rivincita della bellezza non convenzionale nelle sue più disparate accezioni sembra aver conquistato anche il mondo della moda con nuove icone di positività nel veicolare messaggi forti e reali che si contrappongono ad una perfezione surrogata sdoganando la sensazione di vergogna in favore della più vera normalità e sollevando anche l’attenzione su una necessità che rischia di diventare molto seria quando si potrebbe sottovalutare il potere distruttivo dei social e dei suoi dictat escludenti e fuorvianti.
Rispetto e amore bandiscono così la mortificazione e auto mortificazione del proprio essere fuori e dentro gli schermi esiliando il senso di vergogna indotta proprio da quegli schermi che vorrebbero diventare a tutti gli effetti specchi dell’unica realtà permessa e concessa, quella filtrata dello stereotipo deformante che traumatizza intere generazioni.
Diventa così fondamentale la battaglia contro l’odio in rete in tutte le sue manifestazioni, al fine di far scomparire le troppe “signore Mirella”……
“Fai schifo, vattene a casa e non fare pena agli italiani che ti votano xke sei storpia. Tra un po’ pure i maiali o i cani a Miss Italia… che pena che schifo.” – su Chiara Bordi…