ELEONORA PASSARELLA
Giornalista televisivo e web reporter. Consulente in comunicazione e nuovi media. Esperta in storytelling, marketing digitale e produzione audiovideo per web e tv.
Anchor, reporter e saggista, cross-mediale ed ibrida, tra web, tv e carta stampata costruisco e racconto con le immagini realtà che arricchiscono testi e sensi.
Dall'idea al progetto, dalla realizzazione alla produzione e diffusione a un pubblico targetizzato, sfruttando al meglio le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi della comunicazione digitale.
Anchor, reporter e saggista.
Competenze specifiche:
ESPERTA IN STORYTELLING CROSSMEDIALE (CERTIFICATA)
Manager specializzata in contenuti digitali, agenzia di comunicazione, web content editor, specializzata in nuovi media, realizzazione contenuti web e strategie di web marketing, pianificazione e realizzazione di produzioni audiovisive per web e tv.
Esperta di media e nuovi linguaggi con
LAUREA SPECIALISTICA IN EDITORIA E GIORNALISMO.
TEMATICHE ESAMI
(Università degli studi di Verona)
LAUREA PUNTEGGIO 110/lode
Esami sostenuti:
* - Sistemi per il recupero delle informazioni
* - Comunicazione per immagini, cinema e fotogiornalismo
* - Management per l'editoria
* - Psicologia delle organizzazioni e comunicazione pubblicitaria - Sociologia del giornalismo
* - Storia del giornalismo
* - Diritto dell'informazione e della comunicazione editoriale
* - Sociologia del libro e della cronaca giornalistica
* - Giornalismo interculturale e multimedialità
* - Psicologia delle organizzazioni e comunicazione pubblicitaria - Giornalismo radiofonico e televisivo
* - Analisi del testo, letteratura contemporanea e Giornalismo
MASTER IN MEDIA ENTERTAINMENT:
( PRES. CDA RAI DOTT. Giampaolo Rossi)
Esami sostenuti:
* PERSONAL BRANDING (150 ORE DI LEZIONE) ESAME
1. Teorie e tecniche dei linguaggi transmediali.
2. Teorie e tecniche dei linguaggi radiofonici.
3. Teorie e tecniche dei linguaggi televisivi.
4. Teorie e tecniche dei linguaggi cinematografici.
5. Teorie e tecniche dei linguaggi audiovisivi.
6. Teorie e tecniche dei linguaggi pubblicitari.
7. Teorie e tecniche dei linguaggi del web.
8. Teorie e tecniche dei linguaggi dei videogame.
* MARKETING DELL'ENTERTAINMENT (160 ORE)
1. Marketing
2. Enterteinment marketing
3. Marketing televisivo
4. Digital Marketing
5. Content Marketing
6. Social Media Marketing
7. Televisioni e telecomunicazioni
8. Produzione cinematografica
9. Proprietá intellettuale
* STRUMENTI NEW MEDIA E SOCIAL MEDIA (120 ORE)
1. Social Network
2. Giornalismo televisivo
3. Costruire un format, dalla ideazione alla produzione.
4. Strategie e distribuzione e promozione.
5. Transmedia Storytelling
6. Produzione Esecutiva
7. Comunicazione digitale
8. Mobile comunicazione
9. Digital Advertising
10. Business English
* LABORATOR/SEMINARY (160 ore)
1. Laboratorio Produzione Visual
2. Laboratorio di Cinema Digitale
3. Laboratorio di Radiofonia
4. Laboratorio di Produzione Creativa
5. Laboratorio di Grandi Eventi: Cultura e Media
6. Laboratorio di Format Televisivi
7. Laboratorio di Media Business Plan
8. Laboratorio di Videogame
9. Laboratorio di Content Marketing
10. Laboratorio di Web marketing
11. Laboratorio di Social media Marketing
12. Laboratorio di Fotografia Digitale
13. Laboratorio di Media Relation
14. Laboratorio di Comunicare l'arte
15. Laboratorio di Public Speaking
Modulo Career Development (40 ORE)
Elaborato Tesi
Tirocinio 320 ore
Durata complessiva circa 2 anni
C di Connessione ma anche di Condivisione e Cura… perché “Connesso” è il nuovo verbo essere… e anche la cura della salute è entrata negli schermi di quella digital life mediata che ormai fa parte della nostra quotidianità.
Dal disturbo più insignificante a quello più complesso, l’autodiagnosi si realizza sempre più in rete sostituendosi al caro e vecchio consulto …e tutto perché l’esperienza sembra aver passato lo scettro al web… l’unico in grado di fugare ogni dubbio con risposte su tutto.
Ma se da una parte porsi delle domande e ottenere subito delle risposte potrebbe sembrarci il realizzarsi della speranza riposta in miliardi di preghiere, è anche vero che una cosa, invece, sembra non essere realmente cambiata e proprio come per i responsi della Sibilla da interpretarsi… anche tutte quelle risposte, nonostante il progresso, non ne sembrano essere esenti…
Non stupiamoci quindi se sulla nostra strada dovessimo incontrare del disappunto nei confronti delle nostre “self made medical deductions” e magari anche fissato nero su bianco nelle bacheche di alcuni specialisti che, stanchi di scontrarsi con la decostruzione delle convinzioni degli assistiti prima di poter intervenire con una cura veramente efficace, sono da comprendere quando decidono di ricordare di non confondere la loro esperienza con le nostre ricerche.
L’approccio critico e accorto che si rivolge alla competenza degli esperti, infatti, rappresenta un’arma di difesa importante per noi utilizzatori in quanto in grado di metterci al riparo da quel overload di informazioni non sempre attendibili che popolano quel habitat pullulante di insidie che è il web e di cui ne abbiamo avuto riprova più volte.
Servono, infatti, occhi e mani esperte per capire e decidere come affrontare situazioni che necessitano di particolari competenze come quando si tratta di salute e che si trovano giusto agli antipodi del nostro ipotetico full immersion web che, per quanto verificato e approfondito, mostra comunque quanto sia insidiosa la free entry dell’open source soprattutto quando si tratta di salute.
Ed è così che da una parte si prende coscienza delle tante minacce di cui potremmo facilmente diventare vittime ma non solo… La rete, infatti, possiede anche tanti punti di forza come quando grazie alla sua pervasività riesce a far sentire meno soli.
Siti, blog, forum diventano i luoghi dove condividere la propria esperienza cercando consigli e risposte che riguardano da vicino in tema di salute.
Diventa così fondamentale disporre di informazioni precise e puntuali che si arricchiscono della condivisione che passa attraverso le domande, i consigli e il racconto che fanno di tutto questo uno strumento efficace per far fronte alle difficoltà della gestione anche della vita quotidiana.
C’è da dire poi che nonostante il progresso sembri ancora lontano a causa di una sanità pubblica che arranca, in un futuro non troppo distante, perché già in atto, grazie alla telemedicina potremo vivere in un mondo molto più organizzato grazie a tutte quelle sinergie vincenti che derivano dai progressi nei campi della ricerca medica che abbraccia quella tecnologica.
Non si tratta di fantascienza ma di una tendenza già presente e che passa anche attraverso le piccole cose come l’ormai appurata propensione delle persone a cercare informazioni online e dal boom delle prenotazioni web presso studi di specialisti presenti in rete.
Specialisti che così possono essere trovati dai pazienti in modo mirato, in base alle proprie esigenze, consultandone le competenze e i feedback di altre persone che hanno usufruito di quella determinata prestazione ed è proprio con il ruolo sempre più importante di internet nel mondo della salute la realtà della Telemedicina diventa sinonimo di efficienza, tempestività, disponibilità, comunicazione e condivisione nel venir meno dei confini non solo geografici… ma questo è solo l’inizio…
E allora adesso si anche una T… una T di Telemedicina.
Fiducia che, nel mondo iperconnesso, diventa fiducia digitale…
Ma nel mondo online come in quello offline fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, e ad oggi questa massima gode di indiscussa approvazione e forse pure mai come prima…
E ad aver imparato l’importanza del dare poca “confidenza” testandola spesso e volentieri a proprie spese sono stati i consumatori italiani…
Sembrano essere, infatti, molto lontani i tempi delle password uniche alla “dadada” di Zuckerberg prima che gliela hackerassero nel 2012 e che trovano conferma in quanto osservato da un’indagine sul digital trust condotta da Frost & Sullivan e CA Technologies, per cui la fiducia dei consumatori italiani sulla capacità delle organizzazioni di proteggere i loro dati risulta appunto essere al minimo.
E che l’accesso ai nostri dati sia diventato prioritario e il vero business a cui tutti mirano ce ne siamo ormai resi conto tutti…o quasi…
E allora ecco che anche noi ci troviamo ad essere trasformati in dati, preferenze, password, codici che rappresentano a tutti gli effetti il nostro sé digitale a rischio se entrasse in possesso di mani sbagliate.
Resta il fatto che è sempre più difficile trovare il coraggio di fidarsi di qualcuno completamente, di qualcuno, appunto, che non abbia doppi fini…
I consumatori che per molto tempo sono stati così “share friendly”, ad oggi sembrano aver compreso l’importanza della cara e vecchia privacy che prende le sembianze di quel crollo del digital trust.
Tracollo da una parte e crescente consapevolezza dall’altra come osservato da Frost & Sullivan quando hanno elaborato il Digital Trust Index con quella serie di metriche in grado di misurare la fiducia in senso digitale; ed è stato proprio così che si è riusciti a portare alla luce il crescente sospetto degli user italiani nei confronti del digital trust e che tende ad accentuarsi nel caso di quel binomio organizzazioni – dati personali.
Un ridimensionamento i cui valori cambiano quando entrano in gioco i fattori dal “baratto” di dati personali per servizi gratuiti, sconti etc ect…
Ma una cosa sembra essere certa: il bisogno di trasparenza nella tutela dei dati che oggi più che mai con l’avvento anche della telemedicina e dei dati sanitari “online” oltre a tutti quei servizi connessi che portano giorno dopo giorno la nostra esistenza all’interno degli schermi fanno si che la necessità di un approccio etico nei confronti di tutti quei dati diventi doveroso.
“Se arriva un ragazzo nelle mie redazioni che a 25 anni ha vinto un premio giornalistico si prende il curriculum e lo si butta nel cestino (…)
(…) Tu devi stare sulla strada e portami una notizia
(…) La presunzione di fare giornalismo /
senza sapere cosa accade li fuori è una presunzione sbagliata.”
(Nicola Porro – Lectio Magistralis, Link Campus University- Roma)
Eleonora Passarella: “Se lei dovesse usare un tag, una parola chiave per descrivere il giornalismo moderno, quale userebbe?”
Nicola Porro: “Versatilità, ti faccio un esempio, se un giornalista televisivo non sa girare un filmato non va bene, se un giornalista di rete-online non sa essere SEO non va bene, quindi devi essere versatile, devi saper fare tutte le cose.
Io sbatto la testa su WordPress che è la piattaforma del mio sito e se tu non conosci bene WordPress non fai.. Montanelli conosceva la tipografia ed era Montanelli.. lui scendeva giù in tipografia e sapeva come erano fatte le macchine e io quando vedo dei ragazzi, e questo ve lo dico dal profondo del cuore, che pensano di fare un articolo e di mandarlo via internet e mi mandano le loro 30 righe e non capiscono cosa vuol dire impaginarlo, che foto mettergli, che tag mettergli, quali link mettergli vuol dire che non hanno capito quale è il loro mestiere nel futuro.
Il telefonino che tu stai usando è un mezzo potentissimo e non puoi non conoscerlo..
Anche TikTok non puoi non conoscerlo poi magari non lo usi…
La versatilità e la cosa più importante che c’è. Io desidero persone versatili che sappiano fare tutto ed è completamente ribaltato rispetto al giornalismo di un tempo… Noi avevamo i fattorini… Noi al giornale avevamo i fattorini!! Avete presente i fattorini!? Quelli che ti portavano bozzoni da un piano all’altro perché il giornalista non muoveva er culo! Capisci non poteva portare il bozzone! Arrivava il fattorino dal quarto piano e poi lo portava al terzo.. tu facevi la cosa con il bozzone dicevi no questo non va bene… e se lo riprendeva il fattorino e lui lo riportava al piano di sopra!
Oggi insomma dobbiamo saper far tutto questo è quello che penso… magari sbaglio ma a me piacerebbe quella roba lì”
Eleonora Passarella: “Previsione da futurologo quasi alla Fox, dopo questa grande rivoluzione, prima la stampa, Mc Luhan stesso se ne era occupato, ha detto “Si, l’uomo…il ritorno dell’immagine prima o poi ritornerà l’oralità”, è ritornata l’oralità, ma adesso dopo la crisi della carta stampata, Gutenberg che si è andato a far friggere.. i social e il loro accanimento e il ritorno al bisogno del piccolo divismo.. cosa accadrà poi?
Nicola porro: “Quello che accadrà tra tanti anni non ne ho la più pallida idea perché non sono proprio in grado di dirlo… Quello che io penso adesso e quello che succede è che la rete che è vastissima e i cui confini sono difficilmente tracciabili è alla ricerca di comunità, che è anche un grandissimo limite della rete… quando si formano dello eco chambers per cui tu fai parte solo delle comunità che ti raccontano solo quello che ti vuoi far sentir dire… gli algoritmi stessi portano a quella roba li e questo è veramente un problema… perciò tu hai solo le informazioni che vuoi avere, quindi la vera grande sfida secondo me oggi, è intercettare una comunità e renderla il più aperta possibile sia da fuori che da dentro, sia suggestioni interne che interne, il vero grande tema è che anche io sono alla continua ricerca di nuove communities”.
Human digital transformation…
“Si tratta di approfittare dell’occasione per prendere qualche precauzione per l’avvenire”
(Indro Montanelli)
Con l’avvento di internet il fare informazione è cambiato profondamente…
Sono cambiate le regole di scrittura…
Sono cambiati i suoi protagonisti…
Ma soprattutto sono cambiati i suoi media…
I primi di febbraio, presso la Link Campus University di Roma si è tenuta una conferenza molto interessante dal titolo “Il giornalismo del terzo millennio: dalla macchina da scrivere ai social” con un ospite che del web ha capito bene cosa fare: il giornalista Nicola Porro.
Protagonista della lectio magistralis, Porro ha rivelato i profondi cambiamenti di cui lui stesso è stato diretto interessato ed è così che in poche battute si è riusciti a viaggiare nel tempo passando dal “bozzone” di quella carta stampata entrata in crisi per arrivare poi a “ZUPPA DI PORRO” la sua rivoluzione in atto.
E che il mondo dell’informazione sia cambiato ce lo rivelano i numeri al collasso del formato cartaceo dei giornali e gli abbonamenti che diventano sempre più smartphone friendly.
Logiche diverse ed impattanti che hanno chiesto ai giornalisti di reinventarsi mettendosi in discussione imparando una nuova lingua: quella dell’algoritmo di Google.
Oggi, infatti, come dalle stesse parole del giornalista, non si può non conoscere le logiche dell’indicizzazione, non si può non condividere con Wordpress e social…
Oggi non si può far finta che l’informazione non si faccia sul web con i suoi pro e i suoi contro.
Come Nicola Porro tanti altri giornalisti della sua generazione si sono dovuti scontrare con questa rivoluzione e hanno dovuto imparare a cavalcare l’onda del progresso per non esserne investiti.
Iniziò a scrivere a 18 anni di politica, la sua passione…
Usava la macchina da scrivere… e il telefono a filo per chiamare in redazione quando poteva capitare di trovarsi fuori e non avere dove scrivere e solo così si poteva far arrivare il proprio pezzo: dettandolo alla cornetta.
Vi erano le agenzie…le fonti autorevoli…e gli articoli scritti bene…
Oggi, invece, tutto questo sta pian piano scomparendo…
Le agenzie lentamente vengono sostituite dai tweet dei diretti interessati…e tutti potenzialmente possono scoprirsi cronisti grazie al citizen journalism che prende a picconate il muro del digital devide.
Ed è così che nel progresso si assiste alla crescente accessibilità ad internet che porta all’aumento anche dell’inclusione di tutte quelle fasce che altrimenti ne sarebbero rimaste escluse e anche grazie alla sola diffusione del cellulare.
Ma non è tutto rose e fiori nell’universo connesso e anche il giornalista Nicola Porro si è trovato a dover familiarizzare con gli haters che sono gli stessi che vedono in lui braccia tolte all’agricoltura… Che poi si sia più o meno in accordo con tali insinuazioni, resta il fatto che lui è forse uno dei pochi giornalisti in Italia che sono stati in grado di mettere a frutto le grandi potenzialità di internet…
Godendo della notorietà datagli dalla televisione, infatti, egli è riuscito a veicolare la sua notorietà in traffico al suo sito, generando profitti e stipendi per i suoi dipendenti.
Grazie ad internet le gerarchie vengono messe in discussione e ciascuno può diventare editore di sé stesso e Nicola Porro ha fatto proprio questo quando ancora i giornali non l’avevano capito e la tivvù pensava di essere intoccabile.
E se in passato i giornalisti più “sfigati” venivano mandati ad occuparsi della redazione online del quotidiano, oggi, i numeri si giocano su altri fronti…
Truffe online, pedopornografia, sexting, blu whale, fakenews, phishing, cyberbullismo, violazioni della privacy… sono solo alcune delle devianze in cui uno user può trovarsi invischiato e proprio per questo il www sembra sempre più assomigliare alla natura matrigna di Leopardi piuttosto che a quel mondo senza barriere in cui i suoi utenti potevano sentirsi stimati cittadini digitali ma, arrivati ad oggi, quelli che fino a poco tempo fa potevano rappresentare dei potenziali ed esplosivi punti di forza, invece, si sono affievoliti e hanno trasformato quella finestra su un mondo mai stato così connesso in un pericoloso accesso alle devianze di una ferocia invisibile e di cui solo oggi si comincia ad averne contezza.
E poi c’è quella fame di dati, dati che lo stesso Facebook si era fatto “scappare” in favore di Cambridge Analytica e che ha portato alla luce la loro tratta.
Scambio di dati e di preferenze che portano a profilazioni su misura e che diventando la vera moneta di scambio ma anche di furto..
Se poi cominciassimo a prestare anche solo più attenzione ai nostri gesti quotidiani di iperconnessi, ci potremmo rendere subito conto di quanto i nostri dati siano paragonabili al “tesssoro” di Gollum nel “Signore degli Anelli”; infatti, anche solo considerando tutte quelle liste di consensi da spuntare prima di accedere alle amenities del formato digitale delle “fidelity card” che ci vengono proposte ci si può rendere subito conto della potenza di quell’economia che viaggia su un doppio binario e che sta dando un valore sempre più crescente proprio ai dati.
Convincendoci che i nostri consensi al loro trattamento sia nulla a confronto di tutti i plus che potremo ottenere dal momento in cui decideremo di chiudere un occhio e dare l’ok per entrare a far parte del club dei consensi inconsapevoli, infatti, si viene risucchiati dal vortice della personalizzazione compulsiva di desideri che poi verranno percepiti come bisogni e di conseguenza successivi comportamenti d’acquisto.
“Solo manifestando il mio consenso, potrò ricevere sconti e offerte promozionali mediante posta ordinaria, e-mail e sms/mms”
“Solo manifestando il mio consenso, XXX sarà in grado di utilizzare le informazioni sui miei acquisti per migliorare la propria offerta di prodotti e servizi mediante analisi di abitudini e scelte di consumo.”
Il consenso informato, invece, sembra una bestemmia…
Tutti sanno…fidati…sanno come fregarti!
Si concretizza in questo modo una amara consapevolezza nello scoprire come tutti i nostri dati, ceduti più o meno consapevolmente con volontà o oggetto di frode, rappresentino un bene economico che alla sua base merita una tutela particolare in quanto strettamente connesso non solo alle logiche binarie dell’algoritmo ma a persone la cui attenzione è ormai nel mirino della new media economy.
Gli avanzamenti nell’ambito dell’information and communication technology, ICT, hanno poi implementato la capacità di raccolta e “stoccaggio” di tutti quei dati tanto da poter influenzare in maniera sempre più personalizzata i comportamenti di visione, acquisto etc, etc.. e il cui utilizzo e disposizione verrà potenziato dal 5G.
Nomi diversi ma che indicano tutti sempre e solo una cosa: le truffe in internet.
All’ordine del giorno, le truffe online mietono sempre più vittime con un numero crescente di utenti che si trovano invischiati in inganni creati ad hoc e così perfetti da mettere in crisi anche i più scafati.
Ed è così che ci si ritrova costretti a dover giocare a “trova le differenze” per non essere ingannati.
Armati di attenzione fino ai denti, gli utenti sono obbligati a non abbassare mai la guardia tanto più quando nel mirino ci finiscono tarocchi d’autore con loghi, impostazioni e comunicazione che nella distrazione e non solo, spesso e volentieri fanno cadere in fallo.
Quella diabolica “verosomiglianza”, infatti, nasconde frodi intelligenti e ben studiate in quanto capaci di far vacillare le barriere della diffidenza già minata dalla nostra ormai cronica distrazione di iperconnessi.
Ed è proprio così che con il phishing, i malintenzionati del web possono accedere a dati e informazioni personali e il cui accesso è fornito proprio da noi con distratto consenso.
Dai dati finanziari ai codici di accesso, con escamotage criminali si realizzano dei veri e propri “abbagli online” messi in atto da cyber criminali che mirano all’accaparrarsi i nostri dati che, mai come in questo momento storico, rappresentano la nostra identità: il nostro sé digitale.
La truffa informatica avviene così con un modus operandi ormai risaputo ma non per questo meno efficace…
Url scritte male, e-mail con il logo contraffatto o clonato che rimandano poi ad altri siti di “istituti di credito”, di “società di commercio elettronico” e chi più ne ha più ne metta e che popolano sempre più la nostra esposizione digitale di angoscianti minacce nell’imbarazzo della scelta.
Ma è anche vero che, nonostante le diverse declinazioni e la più o meno spiccata creatività, risulta persistere un focus comune: “invitare” il destinatario a fornire i suoi dati riservati come possono essere il numero di carta di credito, le password di accesso ai servizi di home banking, foto dei propri documenti di identità ma non solo e dove il tutto viene camuffato con la dicitura “interessi di ordine tecnico”.
Ed è proprio così che quando meno ce lo si aspetta si può passare dall’essere utenti all’essere vittime di tutti quei messaggi fraudolenti dell’economia del crimine online.
Per la nostra incolumità diventa così fondamentale munirsi di dispositivi software contro il phishing, filtri come quelli del riconoscimento ottico dei caratteri, OCR e spam che per il momento possono anche rappresentare una prima difesa ma che in realtà costituiscono un presidio temporaneo, infatti, ad ogni nuova barricata corrisponde un nuovo modo per oltrepassarla.
Con gli avanzamenti poi in tema di social engineering, infatti, progrediranno anche le truffe a cui, se ci aggiungiamo la distrazione umana e un minimo di “imperfezione della macchina” possiamo già farci un’idea su un futuro tutt’altro che roseo se non vi saranno adeguate misure e contromisure.
Inossidabili sembrano però rimanere le regole auree della prevenzione che come un mantra tentano di mettere in guardia da quelle “civette” fintamente attendibili.
Giocano infatti su quella apparente attendibile ufficialità tutti quegli abbocchi messi da “pescatori di frodo” del web che, giocando sulle debolezze umane, come curiosità e ansia e che troppo spesso così riescono a bypassare i tentennamenti trasformandoli in risposte positive alla call to action dell’abbocco per la gioia dei cyber criminali.
11.02.2020 “Together for a better internet” #SID: Safer Internet Day
“Anno bisesto anno senza sesto”’, dicono… ma anche per quest’anno febbraio è arrivato portandosi dietro quel pizzico di follia carnevalesca, tanto amore ma non solo.
Pochi giorni prima di una delle feste più mielose dell’anno, infatti, si celebra la giornata mondiale per la sicurezza in rete, il Safer Internet Day istituito e promosso dalla Commissione Europea contro il cyberbullismo e l’odio in rete e coordinato in Italia dal MIUR al fine di sensibilizzare e promuovere l’utilizzo positivo e sicuro del world wide web e che si è ormai affermato come una vera e propria agorà pubblica dalle dimensioni globali.
E se è ancora valido il concept per cui “prevenire è meglio che curare”, ad oggi, proprio quella prevenzione della devianza nel lifestream è diventata più che mai necessaria perché le parole d’odio in rete sanno fare “più male delle botte”…
Una affermazione brutale ma la cui verità trova fondamento in tutti quei casi in cui le vittime sono in carne ed ossa ma come del resto lo sono anche i loro assalitori che, sebbene “non si vedano”, si sentono e si leggono…
Le loro impronte non sono quelle lasciate dai dermatoglifi delle falangi ma quelle di parole che assomigliano alla cicuta di Socrate.
E poi ci sono i gesti estremi di coloro che non sono riusciti a reagire a quelle parole e hanno deciso di togliersi la vita.
Vittime in carne ed ossa, vittime di quelle affermazioni fissate in uno schermo che si tramuta in uno specchio crudele delle fragilità umane ma soprattutto della sua perfidia.
Ci possiamo rendere conto, così, di quanto il nostro vivere connessi ci abbia esposto, però, a rischi che fino a poco prima del loro rivoluzionario avvento non avrebbero rappresentato nient’altro che una fantascientifica masturbazione mentale di qualche apocalittico futurologo digitale ma che oggi, al contrario, hanno fugato tutti i dubbi in merito…
La realtà in cui siamo immersi oggi, infatti, è una realtà tutt’altro che intangibile e dalla ferocia estrema soprattutto perché inaspettata e che, proprio per questo, si rivela essere ancora più pericolosa ed immanente.
In una agorà pubblica potenzialmente globale e forse anche l’unica di cui ci si preoccupa veramente, lo spasmodico desiderio di emergere a qualsiasi costo si è ibridato con invidia, frustrazioni e violenza originando una sorta di cyber war che contrappone sul campo di battaglia digitale diverse fazioni: i carnefici potenzialmente globali, le vittime da armare dentro e fuori lo schermo e i lurker, “i guardoni”; ed è proprio su questo scenario che si animano realtà consapevoli e mirate alla sensibilizzazione attiva nei confronti di un uso consapevole del web; realtà come la Fondazione Carolina che, in concomitanza del SID2020, ha lanciato la campagna “Il mese della sicurezza in rete” estendendo l’evento fino a fine marzo nel tentativo di creare quella consapevolezza nei confronti di tutte quelle potenzialità distruttive di quello che può essere considerato a tutti gli effetti un Leviatano moderno: il “wild” web.
Cambiare la propria foto profilo o usare hashtag come #carolina o #altroprofilo sono i primi tasselli di un mosaico molto più complesso e doloroso che ci dovrebbe coinvolgere tutti in quanto cittadini anche digitali.
Se prendiamo poi coscienza del nostro essere effettivamente dei netizen anche se non tutti con le stesse competenze, questo ci dovrebbe aiutare ancora di più ad interiorizzare il senso di responsabilità nei confronti della digital life.
Rendere internet un luogo più sicuro, infatti, dovrebbe diventare una priorità condivisa e un modo per tutelare tutte quelle generazioni “web native” che hanno dimostrato di sottovalutare troppo spesso il potenziale killer del web.
La tecnologia? “La tecnologia dovrebbe migliorare la vita non diventare la tua vita” (Harevey B. Mackay)
Sono stanca di sentire sempre e solo le solite parole…
Sono stanca delle generalizzazioni… degli stereotipi… della paura… della violenza… subdola… conclamata… degli schiaffi in faccia… delle sberle all’anima… delle battute… delle risatine… dei commenti sussurrati… urlati…
Sono stanca delle lacrime… dei nodi alla gola… sono stanca di sentirmi ripetere sempre le stesse cose… e di leggerne altrettante…
Sono stanca di vedere e scontrarmi sempre sugli stessi argomenti…perché li sento da quando esisto.. da quando esiste mia madre… mia nonna.. e così.. fino ad Adamo ed Eva… credo..
Perché Eva è “Porca Eva”, perché le donne che ridono ci stanno, perché le donne che scherzano e sono simpatiche “te la danno prima”… perché se sei bionda sei frivola, se sei mora in teoria sei più affidabile e se sei rossa sicuramente hai strane voglie…
Cresciute con uno stigma frutto di un retaggio retrogrado e sessista, noi donne 2.0 abbiamo ottenuto l’emancipazione vomitando il rifiuto di un ruolo che per troppo tempo ha voluto il nostro genere come l’ “altro sesso”, l’altro in quanto minore, rispetto a quello dominante, quello maschile.
E poi ci sono io, una nativa digitale come tante altre, mora di nascita, bionda d’adozione, casinista, digital life addicted, vintage style and booklover, antisportiva ma con la passione per le maratone nel rincorrere treni, aerei, bus e tutto ciò che abbia a che fare con il trasporto pubblico… Mi piace ridere, scherzare e detesto gli stereotipi!
Fino a qui ho incontrato persone sincere, oneste, altre bugiarde, ma anche arrivisti e arriviste, saltatori e saltatrici dei normali iter, imboscati e imboscate, gendarmi e ladri…
Sono cresciuta in una giungla moderna e mi presento… sono Eleonora… sono una donna… e non è un remix di Highlander dj, nonostante il sound Meloni friendly… una donna che per esercitare la sua emancipazione ha preso un aereo ed è volata a Lione alla scoperta del “là-bas la banlieue”.
Partire da sole, infatti, in passato sarebbe stato motivo di spiacevoli etichettamenti ma che non sono bastati a intimorire donne come Mary Wollstonecraft, Betty Fridan, Harriet Taylor e Simon de Beauvoir, per citarne solo alcune, e che, al dorato oikos e alla silenziosa obbedienza, preferirono essere scomode.
Ho avuto la fortuna di studiare con docenti con la “D” maiuscola come Adriana Cavarero, fondatrice della comunità filosofica “Diotima”, una leading figure del pensiero sulla differenza sessuale e forse l’unica persona al mondo in grado di far amare un mastodontico mostro come “Il Secondo trattato sul governo di John Locke”.
Sono una buona forchetta ma da sempre ho avuto “appetito di significato”, di senso, di verità ed emancipazione e che è sempre passato attraverso quello spasmodico desiderio di “dire” ad alta voce.
Nonostante di tempo ne sia passato persistono, infatti, ancora molti man’s burdens, e uno di questi fardelli è proprio quello che per secoli negò la libertà alla donna, affidandole una regalità castrata di “angel in the house”.
E se la de Beauvoir affermava che “donne non si nasce, lo si diventa”, ad oggi ci si può rendere conto di quanto l’emancipazione sia ancora un fenomeno in rivoluzionario divenire.
L’emancipazione e l’uguaglianza, infatti, passa attraverso la lingua che è uno degli strumenti più potenti che abbiamo a nostra disposizione in quanto la “capacità nominante” è fautrice di ordine sociale e la cui importanza venne colta già da pensatrici che ne divennero promotrici come Irigaray (“Speculum”), Kristeva (“Rivoluzione nel linguaggio poetico”), Muraro (“L’ordine simbolico della madre”) e lei, Cavarero Adriana (“Per la teoria della differenza sessuale”).
Con loro si concretizzava, così, la critica e la decostruzione della logica dualistica e squilibrata del fallologocentrismo del linguaggio e del sapere occidentale, dominato appunto dal soggetto maschile e che portava alla costruzione di un linguaggio al femminile autonomo dai meccanismi linguistici di dominio del soggetto per antonomasia ma a distanza di tempo l’uso della lingua si è fatto ancora più spietato e da qui la reazione del Manifesto di Venezia.
Pochi giorni fa a Roma, la giornalista e presidente di “Giulia”, Silvia Garambois, è stata protagonista di un intervento molto interessante e formativo in occasione di una delle conferenze dedicate alla formazione continua dei giornalisti del Lazio sul tema dei termini da usare quando si parla di differenza sessuale nella necessità di declinare il potere anche al femminile.
E se da una parte l’uguaglianza declinata potrebbe causare dislessie e appesantimenti di contenuto, resta il fatto che il tema in questione rappresenta uno degli argomenti più caldi non solo dei nostri tempi ma a cui non si è ancora riusciti a mettere un punto nonostante il progresso, nonostante i sacrifici come quello di Olympe de Gouges che pagò con il taglio della testa la pubblicazione de “La Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne” nel 1791 e nonostante tutti i santi giorni si cerchi di dare emancipazione ed uguaglianza alla figura femminile, invece, ci si può rendere facilmente conto di quanto, al contrario, persista ancora quella più o meno celata o più o meno riconosciuta irrispettosa discriminazione: quella di genere e che, se apparentemente non la si nota nei comportamenti, non risulta però essere esente dalla stessa verifica quando si parla di “lingua” tanto che, nello “stress test” terminologico, lampeggia di rosso.
Non sono bastate, infatti, le lotte, i fiumi di sangue, di inchiostro, né le parole di donne come quelle nominate in precedenza per sorpassare per sempre quella che beffardamente veniva ridotta “all’invidia del pene”.
Quella brutale violenza è ancora tra noi… ed è “Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa” e che si realizza nei gesti, nelle parole e troppo spesso anche nell’informazione che, attraverso l’uso “distratto” di termini impiegati troppe volte in modo errato, parziale, sensazionalistico ma anche con superficiale semplicità in quanto frutti radicati di un retaggio culturale maschilista, di certo con l’avvento dei social e il prendere potere della società del turpiloquio con la sua “irrazionale” rabbia, hanno aggravato la situazione esasperando quella che è poi diventata una vera e propria piaga moderna e che proprio per questo ha portato alla stesura di un provvedimento nero su bianco: il manifesto di Venezia.
Ma se da una parte vi è la luce del logos, dall’altra troviamo il buio del “frame” interpretativo ottuso dell’ignoranza che molto spesso sfocia nella più pericolosa misoginia aggravata se diffusa dagli stessi media dell’informazione.
Accontentarsi di spiegazioni sommarie che riducano la questione al bisogno di sensazionalismo, alla crisi del giornalismo, al doversi piegare per forza al clickbait per ottenere accessi e buzz non solo schiaccia il senso del rispetto mettendo dei brividi sconquassanti ma mette in evidenza anche la necessità di tarare l’informazione sull’etica del rispetto.
Un rispetto che il quotidiano Libero sembra aver dimenticato in più occasioni e per questo finito sotto accusa per l’articolo relativo alla fiction dedicata i Nilde Iotti e andata in onda su Rai 1 per i vent’anni dalla sua scomparsa.
“Una bella emiliana simpatica e prosperosa, come solo sanno esserlo le donne emiliane.
Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna”.
Nilde Iotti fu la prima donna presidente della Camera e madre costituente ma a tutto ciò Libero sembra aver preferito i peggiori luoghi comuni alludendo a tutto tranne che al suo valore.
E se su Libero l’oltraggio sembra aver sostituito la preghiera del mattino è anche vero che sicuramente quel sommario sessista sulla presidente Iotti non sarà piaciuto a più di qualcuno.
Il linguaggio oltraggioso usato dal quotidiano per raccontarla ha posto in essere l’ennesima inottemperanza dei principi contenuti nel Manifesto di Veneziae proprio per questo l’autore dell’articolo e il suo direttore responsabile sono diventati i protagonisti di un esposto presentato all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.
E tutto perché con le parole non si scherza!
Le parole raccontano, descrivono, creano immaginari, contestualizzano, decontestualizzano e un tempo tutte quelle parole sarebbero servite a popolare un capolavoro di retorica ma non solo, infatti, per molto tempo, la parola fu l’unica depositaria della memoria e del sapere tramandato per via orale e molto prima del libro.
Ma viste le premesse, oggi, cosa si potrebbe mai tramandare come degno di nota se non la speranza di mettere la parola “fine” a questa prismatica violenza sulle donne?!
Ancora oggi… e forse proprio oggi più che mai… anche se sdoganate, le parole, fanno ancora più male perché l’arena del confronto pubblico si è spostata sui social nel confronto-scontro con una gogna potenzialmente globale.
Ed è così che Libero ritorna alla riscossa e con urlato sensazionalismo il 10 febbraio 2017, titola: “La patata bollente” riferendosi alle vicende della sindaca Raggi e per questo il suo direttore responsabile finisce in Tribunale e viene condannato con sentenza di primo grado senza possibilità d’appello e confermando la delibera del Consiglio di disciplina dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e il pagamento delle spese legali.
L’informazione diventa così una nota dolente in quanto potenzialmente connivente.. alle volte consapevolmente, alle volte ingenuamente.. ma resta il fatto che il tema risulta essere sempre più spesso agli onori o meglio ai disonori della cronaca.
…E voi non siete stanchi dei continui attacchi al genere femminile?
Non siete esasperati da questo infotainment di disinformazione che si nutre di processo mediatico?
Non credete che sia arrivato il momento di porre la parola “fine” a tutte quelle violazioni che oltraggiano non solo la deontologia giornalistica ma i diritti inalienabili della persona?
Gli insulti rivolti al “diverso” rappresentano il male del secolo un male che ha trovato dei fedeli alleati nei social e nella perdita dei valori dell’informazione.
Ma se da una parte si deve anche riconoscere che la digital life non è equiparabile solo ai gironi danteschi dall’altra si deve però ammettere che questi abbiano sdoganato l’uso violento delle parole rendendo “normale” quella aggressività anche fuori dagli screen.
Le parole sbagliate che abituano all’offesa, infatti, ci rendono conniventi se non attivano in noi una ribellione e che i latini avrebbero reso con la celebre frase “video meliora proboque, sed deteriora sequor”.
Affidarsi a parole fuorvianti sebbene radicate nell’uso della lingua, infatti, se da una parte risultano facilmente riconoscibili in quanto attivatrici della nostra ritenzione selettiva, dall’altra quelle semplificazioni che annientano le sfumature della “complessità”, ci rendono carnefici a nostra volta.
L’hate speech è anche questo, non sdegnarsi, non prendere le distanze, non invitare a pensare prima di parlare e passa anche attraverso il sessismo di quelle parole che cristallizzano reminiscenze che meriterebbero tutto tranne di essere tramandate.
Eppure non servirebbe tanto… ma solo rispetto…quanto basta…per non essere incivili.
Uscire dell’immobilità dello stereotipo e del pregiudizio credo rappresenti il primo e necessario passo di redenzione perché in grado di scongelare la Caina… il primo passo per un profondo cambiamento culturale in una società che nell’iperconnessione non può permettere che resistano questo tipo di resistenze.
Ed è proprio così che diventano necessari comportamenti consapevoli e volti all’evitare il perpetuarsi di stereotipi prestando massima attenzione all’uso della lingua ed evitando comportamenti predatori volti solo a vendere più copie.
L’informazione non può più permettersi di veicolare questo tipo di retaggi che vogliono la donna “un passo indietro” perché la strada da percorrere è ancora molto lunga e merita il sostegno di tutti…
Trucco vistoso, capelli unicorno o cherry-pink acconciati con fermagli appariscenti, unghie gioiello, pelle da fata, lentiggini finte e outfits stilosi che rivisitano le divise di Sailor Moon in chiave 3.0: ecco le e-girl, electronical-girl o “ragazze arcobaleno”.
Ibridi di risonanza tra il personaggio di Hello Kitty e quello di Lamù, le e-girl appartengono principalmente alla Generazione Z con ragazze cresciute sul web e facenti parte di una delle sottoculture più di successo degli ultimi tempi e che sta ottenendo sempre più consensi anche tra le ragazze più grandi che si lasciano ispirare.
“Web native”, le “electronical-girl”, usano Thumblr e Tik Tok con naturalezza raccontandosi attraverso mini video e tutorial e sebbene all’inizio il termine venisse impiegato principalmente per indicare donne con la passione per il travestimento da eroine dei videogiochi per rendersi più interessanti agli occhi di virtuali player online, ad oggi, invece, queste sono delle vere e proprie forever young trend setters.
Non solo contenuti sbarbatosi…
Creativo e divertente ma anche in grado di stimolare in modo pratico il digital creator che è in ognuno di noi ma anche piattaforma sensibile agli argomenti scottanti del nostro secolo.
Promotore di nuovi modelli di lifestyle, con Tik Tok sembra essere arrivato il momento di condividere il gift con l’omino dai tratti orientali che saluta agitando nell’etere un candido e ricamato fazzoletto mentre il treno comincia ad allontanarsi.
Ma chi saluterà mai quell’omino, ma per prima cosa chi è lui? Un nome, quello dell’imprenditore cinese Zhang Yiming che, con filosofica intuizione, stacca da tergo Marquiño Zuckerberg guadagnando le prime posizioni e conquistando gli users Z, gli eredi potenziati dei prosumer delle esperienze social precedenti.
Ed è così che qui non troviamo più solo modelle perfette chirurgicamente post editate ma ragazze e ragazzi normali orgogliosi della loro quotidianità che, grazie agli effetti speciali della app, diventa stellare.
E se ci sembra sempre più impossibile immaginare un mondo senza social network in quanto usati per condividere qualsiasi cosa, ci possiamo però anche rendere conto come il loro uso sia stato per la maggior parte del tempo e purtroppo, rivolto a frivolezze o almeno fino a quando non è arrivata la rivoluzionaria Tik Tok…
Diffuso in 150 Paesi oltre ad essere diventato una delle community online più attive è anche un nuovo punto di riferimento della Generazione Z, ma non solo, Tik Tok sembra rappresentare, infatti, quella ventata di freschezza non solo sui trend di tutto il mondo.
Ed è così che realtà come Fanpage.it entrano in sfida a fianco di Tik Tok per sensibilizzare i giovani sui rischi di un web irresponsabile.
E se i prosumers di oggi sembrano essere ancora più sfuggenti di quelli di ieri, ad oggi la sfida per intercettarli si declina proprio su tutte quelle nuove piattaforme social in cui coniugare l’informazione autorevole con le nuove frontiere della comunicazione iperconnessa.
Ring light switch on.. 60 secondi a disposizione per raggiungere un pubblico senza eguali e for free a differenza delle inserzioni a pagamento di Facebook & Co e se ci aggiungiamo che su TikTok “non serve essere una modella alta 1.80” e va benissimo anche vantare la semplicità e le problematiche adolescenziali, bhe sappiate che tutto ciò, anche agli occhi dei meno ferrati, sembrerà la combinazione perfetta per una rapidissima scalata.
Ma come tutte le novità non si conoscono ancora quali potrebbero essere, invece, i suoi rischi e che forse si annidano sia nella profilazione personalizzata che, in quanto capace di indurre dipendenza grazie a contenuti cuciti su misura su quel specifico utente, non ci farebbe escludere che, un domani, questa potrebbe anche rappresentare un vero e proprio problema tanto più se ripensiamo a “scandali” come quello di Cambridge Analytica e a cui aggiungere le minacce che possono invece provenire dall’interno come nel caso di utenti attratti dai giovanissimi utilizzatori.
E se da un lato il time of retention degli users e la loro attenzione risultano essere sempre più nel mirino degli investitori, dall’altro il bisogno di leggerezza, di curiosità, di stupire e di stupirsi trova in TikTok libero sfogo ma, il social network in questione, non risulta essere solo un luogo curioso in cui appagare il proprio voyerismo ma, anche, il substrato in cui “germi” di impegno sociale cominciano a diffondersi anche se non tra poche insidie.
Il risultato? Milioni di views e una miriade di cuori ma anche il profilo di Feroza bloccato per qualche tempo dall’azienda che dopo la denuncia pubblica della giovane su Twitter faceva sapere che il provvedimento restrittivo nei suoi confronti non era di censura politica ma per una violazione in termini di policy del social in questione.
Resta il fatto che l’accaduto risulta essere ancora nebuloso a differenza dell’unico aspetto forse constatabile senza necessità d’interpretazioni: il video di Feroza nella versione cinese dell’app, infatti, non avrebbe mai trovato spazio.
Tik tok..tik tok.. non è il rintocco dell’orologio a cucu in cucina della nonna né sembra essere il final count down prima dello scoccare della mezzanotte che precede il via ai festeggiamenti di compleanni o brindisi per il capodanno cinese ma è il nome di uno dei social ormai più influenti..
Giovani, no giovanissimi, no di più ma non solo… Gli utenti del social network più spensierato di sempre sono cresciuti in fretta e, ad oggi, questo può dare pure del filo da torcere agli ormai matusa Facebook ed Instagram.. ed ecco come in pochi secondi dalla connessione ci si trova di fronte ad un talent show amatoriale dagli effetti holliwoodiani.
Balletti, tutorial, scenette simpatiche e assurde dalla durata variabile e compresa tra i 15 e i 60 secondi e di cui si può anche modificare la velocità di riproduzione, aggiungere filtri e altri effetti.
Nonostante i pubblici sempre più segmentati, l’età ha sempre rappresentato uno degli step base attraverso cui le aziende tentavano di individuare ed intercettare il proprio target obbiettivo che qui si scopre ha anche 6 anni.
Lanciato nel 2016, TikTok, in Cina è anche noto con il nome di Douyin, e ha un progenitore molto intellettuale in quanto aveva tra i suoi obbiettivi quello dell’eduzione, una specie di webinar, in cui gli utenti potevano imparare ed insegnare delle materie attraverso l’uso di pillole video di 3-5 minuti ma questo progetto non ebbe il successo auspicato e i suoi creatori decisero di cambiare target e rivolgersi, così, agli adolescenti dando vita a musical-ly che poi, nel 2016, lanciò live.ly, una piattaforma per lo streaming video in diretta.
Ma è nel 2017 che nasce TikTok attraverso un intervento aggregatore dell’azienda cinese ByteDance, che al tempo acquistò musical.ly unendola alla prima e mutuandone anche il nome.
Configurabile con modalità “privata”, l’applicazione che utilizza l’intelligenza artificiale è in grado di profilare i nostri interessi in base ai comportamenti manifestati e permette all’utente di creare contenuti visualizzabili solamente dagli utenti autorizzati dal titolare dell’account che così può decidere con chi interagire.
Arrivati a questo punto ci accorgiamo pure che Facebook è una cosa da anziani, Instagram, invece, da genitori e che i nipoti e i figli di questi hanno voglia di novità ed è così che ci possiamo pure rendere conto di come i social risultino strettamente legati al momento storico in cui ci si trova e noi oggi viviamo in mondo iperconnesso la cui capacità di concentrazione risulta essere più bassa rispetto a quella dei pesci rossi.
Bombardati da riprese “più grezze e più sporche” ma miratamente snakable, la voglia di protagonismo conquista un’altra volta gli utenti guadagnandoci sia in termini di affluenza che di cash flow e se ci pensiamo bene, la questione non si limita al presente ma avrà anche effetti nel prossimo futuro perché grazie a tutti quei dati raccolti che convergono in profilazioni mirate e cucite su misura, nel vero senso della parola, e sulla base degli interessi espressi da ciascun utente, si realizza quella spasmodica attenzione nei confronti dell’audience retention che sta letteralmente ingrassando i data base del colosso cinese e l’unica cosa che forse ci si deve augurare e che non ci si debba trovare di fronte ad un Cambridge Analytica made in China.
Semplice, intuitivo, divertente ma soprattutto utile; quattro keywords per descrivere lo Yoda di tutti quei Luke Skywalker che tentano di sfidare la forza oscura dell’algoritmo nella speranza d’aumentare l’indicizzazione dei contenuti creati per il proprio pubblico.
Ed ecco come in pochi click si possono ottenere un universo di informazioni in tempo reale sui trend del momento con dati affidabili sui topic da trattare e sulle parole chiave su cui fare affidamento e così finalmente aspirare all’agognato risultato.
Google Trends è tutto questo un tool indispensabile e gratuito per tutti coloro che devono ragionare in termini di SEO: tu scegli l’argomento, scrivi le parole che vorresti usare e lui ti dice quale è la più usata ed entri a far parte della “grande massa”.
Uno strumento indispensabile per l’analisi di ricerca che, basato su Google, permette di conoscere con che frequenza la parola oggetto della nostra query è entrata nelle ricerche dei search engine del web.
Mecca di tutti i digital o aspiranti tali, la SEO è come la pietra filosofale o il “tessoro” di Gollum nel Signore degli anelli dove, ad oggi, la creazione di contenuti e il loro posizionamento sui motori di ricerca rappresentano l’ossessione che si concretizza nel ricorso alla strategia digitale e che di certo, come tutti o quasi hanno potuto comprendere, non la si può improvvisare nemmeno nel caso in cui ci si avvalga di strumenti preziosi come la “search engine optimization” e meglio conosciuta come SEO per migliorare il posizionamento dei nostri contenuti tra i risultati organici dei motori di ricerca come Google e Bing.
Con Google Trends però è possibile sentirsi “meno soli” impostando la propria ricerca per lingua, nazione e argomento e poter verificare, così, anche visivamente l’andamento della nostra richiesta grazie a grafici in grado di sintetizzare l’andamento della popolarità in termini di ricerca o visualizzazione della parola che vorremmo usare nel nostro contenuto.
Il servizio, la cui fruizione può essere personalizzata tramite accesso attraverso account, permette, inoltre di visualizzare anche quelli che si definiscono come hot trends del momento ed essere così informati sulle notizie più importanti del momento ma non solo, infatti, si può anche accedere alla sezione “classifiche” in cui trovare le top charts.
Per esperti del settore e non, Google Trends si rivela essere così uno strumento prezioso ma soprattutto necessario per scovare argomenti caldi e in grado di movimentare la nostra presenza sul web facendoci salire di livello nelle ricerche attraverso anche l’uso mirato di tutti quegli etichettamenti che vanno tanto di moda nella comunicazione digitale e che tendono a ridurre ogni contenuto a delle semplici keywords ma che sono anche le stesse che diventano un mezzo potentissimo quando permettono di tracciare le ricerche degli altri utenti e ottenere, così, quel quadro completo sull’andamento della popolarità delle parole anche nel tempo.
Di certo chi si occupa di SEO o più in generale di SEO Copywriting non può lamentarsi della mancanza di “aiutini”, siano essi a pagamento o gratuiti, ma resta il fatto che tutti questi strumenti possono aiutarci nel realizzare siti web ottimizzati non solo per i motori di ricerca ma anche per gli utenti che, grazie a questi, possono trarre alcuni benefici e salire nella classifica della SERP aumentando la nostra visibilità.
Inesauribile fonte di insights per SEO e digital marketer, tutte queste tracce fanno dei creatori di contenuti per il web, dei veri e propri segugi a caccia proprio di tutte quelle orme lasciate dagli utenti con le loro ricerche che, per quanto possa sembrare assurdo, hanno compreso, invece, il valore di tutte quelle informazioni, di quei grafici e di quelle parole chiave che per loro risultano essere, infatti, preziosissime in quanto permettono d’affinare la propria tecnica di comunicazione e indirizzarla in modo più mirato rendendo anche più efficace la strategia SEO del proprio sito web.
Anche solo affacciandosi alla home page di Google Trends ci possiamo rendere conto come questo assomigli ad un tracotante vaso di Pandora nel mostrarci tutte quelle tendenze e notizie attuali in Italia e che daranno respiro a nuove idee ma anche a nuove parole chiave e long tail keyword: tutti quei tag più ricercati e per questo caldamente consigliabili per l’indicizzazione dei propri contenuti online in quanto più ricercati.
Usare Google Trends per la creazione di contenuti per il web risulta essere quindi a tutti gli effetti uno strumento irrinunciabile per produrre e capire non solo i trend del momento ma anche per cavalcare l’onda dei topic d’interesse premianti anche dal punto di vista del “nemico algoritmo”.